ROMA – Per l’Europa dei diritti digitali e delle tutele minorili si tratta di un passaggio d’epoca, per le architetture delle Big Tech americane e cinesi di un rompicapo regolatorio dalle conseguenze imprevedibili. La Francia ha approvato in via definitiva la legge che vieta l’accesso e l’iscrizione ai social network ai minori di 15 anni, diventando la prima nazione all’interno dell’Unione Europea ad adottare un modello di restrizione radicale sull’uso delle piattaforme da parte dei giovanissimi.
Una scelta drastica, fortemente voluta dall’Eliseo e caldeggiata dal presidente Emmanuel Macron, che trasforma in norma primaria l’allarme lanciato da psicologi, neuroscienziati e pedagogisti sui rischi legati all’iper-connessione, al cyberbullismo e alla dipendenza dagli algoritmi di raccomandazione.
Il calendario del blocco e il rafforzamento nelle scuole
Il provvedimento fissa un perimetro cronologico stringente per consentire alle aziende tecnologiche di adeguarsi ai nuovi obblighi legali. A partire dal 1° settembre 2026 scatterà il blocco immediato per la creazione di nuovi profili da parte di utenti che non abbiano ancora compiuto il quindicesimo anno d’età. Per la gestione dell’esistente, la legge stabilisce invece una finestra temporale d’adeguamento: entro il 1° gennaio 2027 le piattaforme dovranno aver implementato i sistemi di controllo necessari per identificare e disattivare le utenze già attive appartenenti agli under 15.
Accanto alle restrizioni sulla rete, il legislatore transalpino ha inteso chiudere il cerchio sull’ambiente scolastico. La misura estende infatti la cosiddetta “pausa digitale”, vale a dire il divieto assoluto di utilizzo degli smartphone all’interno dei plessi scolastici, anche ai licei e agli istituti tecnici e professionali, ampliando una disciplina che finora era limitata esclusivamente alle scuole elementari e alle medie inferiori. Nel testo vengono fatte salve solo poche eccezioni mirate: restano escluse dal divieto le enciclopedie online partecipative, le piattaforme di apprendimento a codice sorgente aperto e i portali strettamente dedicati allo sviluppo software e alla didattica digitale.
Il pedagogista Daniele Novara, da tempo in prima linea sulla regolamentazione della vita digitale dei minori, ha accolto con estremo favore il provvedimento di Parigi. Novara, che insieme allo psicoterapeuta Alberto Pellai aveva già promosso in Italia una petizione accreditata con oltre 120.000 firme per porre limiti d’accesso allo smartphone e ai social, ha sottolineato il valore politico e sanitario della scelta transalpina: “L’Italia non può più permettersi di restare alla finestra mentre cresce il numero di Paesi che introducono limiti all’accesso dei minori ai social network. Anche la Francia si aggiunge all’ormai lungo elenco di Paesi che giustamente hanno deciso di introdurre una regolamentazione restrittiva, proibendo l’uso dei social sotto i 15-16 anni”. Per Novara, il divieto supera la sfera della mera scelta educativa familiare per diventare una vera e propria questione di salute pubblica e tutela istituzionale dello sviluppo infantile.
Di segno complementare è la riflessione dello psicoterapeuta Mauro Mario Coppa, esperto di psicologia dell’età evolutiva. Pur riconoscendo la legittimità della barriera normativa per arginare fenomeni come la dipendenza da algoritmi, i disturbi del sonno e il cyberbullismo, Coppa invita a evitare che il divieto diventi un’illusoria panacea: “Vietare senza educare rischia di aumentare il desiderio di trasgredire, ma educare senza porre limiti, soprattutto in età evolutiva, è altrettanto inefficace. Come Paese siamo in ritardo e occorre recuperare rapidamente questo doppio binario: protezione e formazione”.
Secondo Coppa, quindi, la barriera legislativa, come il blocco degli smartphone a scuola o dei social ai minori, deve essere affiancata da percorsi sistematici di alfabetizzazione digitale ed educazione socio-affettiva, oggi quasi del tutto assenti nei programmi scolastici italiani.
La ricerca di Nature Human Behaviour
L’età in cui un ragazzo apre il primo account sui social network non rappresenta soltanto una scelta educativa o familiare. Potrebbe incidere, in modo misurabile, anche sul suo percorso scolastico. È questa la conclusione alla quale giunge uno studio realizzato dall’Università Milano Bicocca e pubblicato pochi giorni fa su Nature Human Behaviour, una delle più autorevoli riviste scientifiche internazionali nel campo delle scienze sociali, che affronta uno dei temi più controversi degli ultimi anni: l’impatto dell’accesso precoce ai social media sull’apprendimento.
Negli ultimi dieci anni smartphone e piattaforme social sono entrati sempre più precocemente nella vita quotidiana dei minori. L’età media di accesso si è progressivamente abbassata e, secondo gli autori dello studio, la pandemia di Covid-19 ha ulteriormente accelerato questo processo. Oggi gran parte dei ragazzi riceve uno smartphone personale tra i dieci e gli undici anni e, quasi contemporaneamente, apre il proprio primo account su Instagram, TikTok o altre piattaforme, spesso ben prima dell’età minima prevista dalle normative europee e nazionali. Ma l’elemento centrale dello studio riguarda i risultati scolastici. Attraverso modelli statistici longitudinali, gli autori osservano che gli studenti entrati nei social già in prima media registrano risultati significativamente inferiori nelle prove standardizzate di italiano e matematica rispetto ai coetanei che rimandano l’iscrizione almeno alla prima superiore.
Le incognite applicative e i nodi giuridici con Bruxelles
Nonostante l’ampio consenso politico raccolto dal provvedimento, l’architettura della legge francese apre interrogativi complessi sotto il profilo tecnico e giuridico. Il primo scoglio riguarda i meccanismi effettivi di verifica dell’età. La legge demanda alle singole piattaforme l’onere di individuare sistemi certi di controllo, suggerendo l’integrazione con identità digitali statali, come France Identité, l’infrastruttura postale di Docaposte o l’impiego di strumenti biometrici di stima dell’età. Tali soluzioni sollevano tuttavia forti perplessità tra gli esperti di riservatezza dei dati per via del potenziale tracciamento di massa, oltre a scontrarsi con la facilità con cui i giovanissimi riescono ad aggirare i blocchi geografici o anagrafici tramite reti private virtuali (Vpn).
Un secondo elemento di incertezza è legato al perimetro dei servizi coinvolti. Se l’obiettivo dichiarato sono i social network tradizionali incentrati su contenuti video e immagini, spetterà all’autorità di regolamentazione dei media (Arcom) definire nel dettaglio se e come far rientrare nel divieto le funzionalità di messaggistica integrata nei videogame multiplayer o le piattaforme di comunicazione di massa come Telegram e WhatsApp.
La criticità maggiore si gioca però sul piano del diritto comunitario. La legge si inserisce in un contesto normativo europeo dominato dal Digital services act (Dsa), il regolamento dell’Unione che stabilisce un quadro armonizzato per la responsabilità dei fornitori di servizi digitali. Poiché il Dsa vieta agli Stati membri di imporre unilateralmente obblighi di sorveglianza generale o filtri d’accesso sproporzionati alle multinazionali con sede in altri Paesi dell’Unione (come l’Irlanda, dove si trovano i quartieri generali europei di Meta e TikTok), la norma transalpina sceglie la strada della risoluzione civile dei contratti stipulati con i minori. Una deviazione formale che rischia di innescare lunghi contenziosi dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, chiamata nei prossimi mesi a valutare se la tutela della salute mentale dei minori possa giustificare una deroga al libero mercato dei servizi digitali.
Seppure si trovi un consenso diffuso sulla validità scientifica nel ritardare l’esposizione precoce agli algoritmi di profilazione e scorrimento infinito nei primi anni dell’adolescenza, rimangono una serie di questioni ancora aperte. Il passo formale compiuto da Parigi riaccende i riflettori sui disegni di legge italiani attualmente fermi nelle commissioni parlamentari, spingendo verso un’accelerazione legislativa anche a Roma. L’incognita principale resta la sola applicazione punitiva: senza un’adeguata maturazione critica nell’uso della rete, il rischio evocato dagli specialisti è che i ragazzi si limitino a cercare scappatoie tecnologiche (come l’uso di Vpn o profili falsi) senza sviluppare un reale senso di responsabilità digitale.

Lo Scrudato: “Necessario contrastare il possibile disastro cognitivo”
PALERMO – Il professore Vito Lo Scrudato è il Garante per i diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Comune di Palermo. Per 13 anni ha ricoperto il ruolo di dirigente scolastico del Liceo classico Internazionale Umberto I di Palermo.
Professore, sulla base della sua esperienza, come giudica la scelta della Francia?
“Non è certamente una legge che può risolvere un problema così complesso, dove in gioco ci sono processi formativi, grandi innovazioni tecnologiche da gestire tra scuola, famiglie, società e altre agenzie formative nel territorio. La legge può certamente dare un input a un processo assolutamente necessario. Ritengo, però, che ci troviamo di fronte a una svolta epocale. Tanto quanto, potrei azzardare, quella che avvenne quando Gutenberg capì che i caratteri a stampa potevano essere mobili”.
Ci spieghi perché…
“Perché, se da un lato la situazione riguarda gli adolescenti e i bambini, colpendo in particolare per questa fascia d’età, i rischi ci sono per tutti. Oggi lo osserviamo, io che sono un uomo di scuola, anche nelle fasce adulte, genitoriali, docenti, corpo sociale in generale. La prima cosa da dire è che è necessario sottrarre i ragazzi dal rischio di dipendenza. In questo senso, la dipendenza dai social ha lo stesso e gravissimo rischio delle sostanze tossiche, dell’alcol e della ludopatia. La prima attenzione da porre in atto è quindi quella di sottrarli a un’ipotesi purtroppo già osservata di dipendenza”.
Questa sua osservazione trova riscontro in altri Paesi europei o la Francia ha iniziato una crociata in solitaria?
“Sono molti i governi che stanno cercando di correre al riparo. In Europa se ne sta parlando diffusamente, non solo in Francia ma anche nel Regno Unito, Germania, Spagna, Portogallo, Grecia e Slovenia. Il legislatore, e il mondo politico, si è accorto che ci sono una serie di rischi legati sia all’uso generico dei social, come quello di rimanere vittima degli algoritmi delle case costruttrici e distributrici di questi prodotti, ma anche, perché questa è una delle cose che sta devastando l’ambito, dei chatbot e dell’intelligenza artificiale. C’è stato un caso in cui un chatbot si è talmente preso l’anima e lo spazio di interlocuzione di un adolescente da indurlo al suicidio. Siamo di fronte a mistificazioni della realtà, alienazioni si sarebbe detto in un tempo antecedente”.
Ci sta dicendo che potrebbe diventare un mentore per un giovane adolescente?
“Lo è già per alcuni, non so se è già per molti. La situazione è molto seria”.
Il divieto però rischia di innescare il desiderio di trasgredire. Lei che ne pensa?
“La presenza dei social nel mondo degli adulti, che convivono strettamente con i giovani su cui ricadrebbe il divieto, è talmente invasiva che non è possibile celare questa realtà con una open legis, diciamo così, semplicemente con una legge. Corriamo il rischio di inoltrarci all’interno di ambiti e contenitori ancora più oscuri. Questo è il rischio. Però, detto questo, che il legislatore voglia regolare questo ambito, soprattutto per l’ambiente giovanile, non è sbagliato, tant’è vero che si sta palesando come un’esigenza che si stanno ponendo tutti i Paesi con un minimo di consapevolezza riguardo”.
Quindi non basta una legge…
“No, è solo il primo passo. Bisogna dotare i giovani di una serie di attività formative a cui la scuola è chiamata, tramite un’azione epocale di aggiornamento dei propri docenti che possa mediare l’esistenza dei social, quindi di internet, con interventi formativi e anche relativi alla maggiore consapevolezza che i ragazzi devono avere nell’uso di questi strumenti. Il divieto bandire fino a 15 o 16 anni l’accesso alla rete e poi, al superamento di questa età, accedervi senza aver saputo niente, senza aver ottenuto il background culturale necessario è una cosa irrealistica e altrettanto dannosa. Invece, nell’arco dell’infanzia e dell’adolescenza, questi strumenti, ancorché regolati, devono diventare al contempo oggetto formativo. Seppure io non sono, in linea di principio, contrario al fatto che la politica se ne stia occupando, occorre non semplificare il quadro pensando di risolvere il problema con un semplice divieto. Gli attori protagonisti di questa scelta sono diversi Non solo la scuola, anche le famiglie e le altre agenzie formative sul territorio, le associazioni sportive e del tempo libero e gli scout. Tutti siamo chiamati a realizzare un’azione formativa e di messa in guardia. È necessario instillare nei più giovani una sana diffidenza, mentre si insegna loro a usare propriamente tali strumenti. Quindi, bene che la politica se ne occupi e che tenti una qualche regolamentazione. Se non si corre subito ai ripari, i ragazzi svilupperanno abilità e competenze cognitive unilaterali e non sapranno fare cose essenziali per il loro futuro, la loro vita adulta, relazionale, sociale e professionale”.
Ancora una volta la scuola diventa centrale, quindi…
“La scuola ha gli strumenti, ma devono essere ulteriormente sviluppati. Bisogna che sui docenti ricada un’azione formativa epocale, perché siamo in presenza di un fenomeno che compromette le relazioni umane, compromette i processi cognitivi, rincretinisce. I più giovani rischiano di non essere più in grado di uscire dalla fase iconica. E, soprattutto, è necessario contrastare il possibile disastro cognitivo. Ricordiamoci che le competenze e conoscenze acquisite nel corso di una traduzione dal greco o dal latino non sono equiparabili. Neppure i processi matematici sono equiparabili, perché essi prevedono nel loro sviluppo a volte due o tre possibilità tra cui scegliere. Si tratta quindi di salvare i processi di attuazione, quelli che ti pongono di fronte a problemi che hanno molteplici soluzioni. È quindi necessario evitare di creare una nuova generazione che rischia di accontentarsi di relazioni virtuali e i cui soggetti si esautorano da rapporti di interazione sociale diretta. Un rischio che, sui giovani, ricade in modo amplificato. Perché un social network ti propone cose gratificanti, piacevoli, ma ricercate da un algoritmo che seleziona questo tipo di immagini o rappresentazioni. È evidente che ci troviamo di fronte a un’azione di plagio, quindi non si può affidare alle case produttrici la gestione intera di questi spazi virtuali. La legge che molti Governi si stanno predisponendo a redigere è necessaria, anche perché dovrebbe porre dei limiti agli spazi di esercizio delle case costruttrici. L’obiettivo di queste ultime, infatti, è creare una nuova generazione di consumatori del futuro”.

