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Il lavoro torna in Sicilia, ma gli incentivi non bastano: “Interventi su spazi, infrastrutture digitali e smart working”

Il lavoro torna in Sicilia, ma gli incentivi non bastano: “Interventi su spazi, infrastrutture digitali e smart working”
Smart working, immagine di repertorio. Da Imagoeconomica, di Carlo Carino by AI Mid

South Working analizza il contesto meridionale e quello siciliano, proponendo iniziative per contrastare lo spopolamento al Sud e permettere ai giovani di costruire un futuro nella propria terra

Nato durante la pandemia come risposta a un’emergenza, oggi il South Working prova a trasformarsi in uno strumento per contrastare lo spopolamento e riportare competenze e professionalità nei territori di origine. L’idea di fondo è semplice: se il lavoro può essere svolto da remoto, perché essere costretti a vivere lontano dalla propria terra? È una domanda che, secondo l’associazione South Working, ha iniziato a emergere con forza durante i lockdown dell’era Covid, quando milioni di lavoratori si sono ritrovati improvvisamente a svolgere da casa attività che fino a quel momento sembravano necessariamente legate alla presenza fisica in ufficio.

“Ci siamo ritrovati chiusi nei grandi centri del Nord Italia e del Nord Europa a riflettere sulle nostre priorità di vita – racconta al QdS.it Elena Militello, fondatrice e presidente di South Working,– e ci siamo resi conto che da un giorno all’altro le nostre attività erano state spostate integralmente da remoto. La presenza nel luogo in cui si trovava il datore di lavoro non era così necessaria come ci era stata raccontata”.

Non soltanto professioni informatiche o creative. Il lavoro da remoto, spiegano dall’associazione, può riguardare numerose attività del terziario che utilizzano quotidianamente computer, videoconferenze e strumenti digitali per condividere documenti e svolgere le proprie mansioni.

Dal Nord al Sud, ma anche verso le aree interne

Con l’allentamento delle restrizioni, una parte dei lavoratori ha scelto di continuare a lavorare a distanza tornando nei territori di origine. E il fenomeno non riguarda esclusivamente il Mezzogiorno. “Abbiamo lavorato anche con realtà del Settentrione e del centro. Il tema riguarda tutte quelle aree periferiche che negli ultimi decenni hanno perso capitale umano a favore dei grandi centri”, spiega Militello.

L’obiettivo del South Working è quindi più ampio del semplice ritorno a casa: riportare persone, competenze e attività economiche nei territori, soprattutto quelli più fragili dal punto di vista demografico e dei servizi.

Secondo le stime citate dall’associazione, uno studio realizzato con il supporto di Svimez nel primo periodo postpandemico aveva individuato circa 45mila lavoratori potenzialmente interessati al South Working nel Mezzogiorno tra i dipendenti delle grandi imprese considerate nella ricerca. Attraverso ulteriori stime, il bacino poteva arrivare a circa 100 mila lavoratori nelle aziende medio-grandi. Sono numeri che vanno letti come stime del potenziale fenomeno, non come conteggio certo di persone effettivamente rientrate.

Chi è il South Worker?

Ma chi sono le persone che scelgono di lavorare dal Sud per un’azienda che ha sede altrove? L’associazione ha raccolto circa 2.500 risposte attraverso un questionario qualitativo, delineando il profilo di un lavoratore generalmente giovane ma non necessariamente appena uscito dall’università, con una media di diversi anni di esperienza professionale e un livello di istruzione elevato.

Si tratta soprattutto di lavoratori del terziario: amministrazione, settore bancario, informatica e servizi. Un elemento ricorrente è il forte legame con il territorio di origine. “Non parliamo necessariamente di persone che vogliono tornare per sempre. A volte basterebbero due, quattro settimane in più all’anno nel proprio territorio. L’importante è aumentare fisicamente la presenza delle persone nei luoghi a cui si sentono legate”, spiegano dall’associazione.

Non basta lavorare da casa

Il South Working, però, non coincide semplicemente con il lavoro da casa. Secondo l’associazione, uno dei rischi del lavoro completamente isolato è quello di trasferire sul lavoratore anche problemi che normalmente vengono gestiti in un ambiente professionale condiviso. A questo si aggiunge, in alcuni casi, il carico di cura familiare, soprattutto quando si lavora dalla propria abitazione e contemporaneamente ci si prende cura di figli o genitori anziani.

Da qui nasce il modello dei “presidi di comunità”: spazi di coworking diffusi sul territorio, con una buona connessione internet ma anche con attività, incontri e iniziative aperte alla comunità locale (e Palermo, in questo senso, è una delle città predilette in Italia e tra le prime al mondo per il remote working e il coworking, come spiegato da un approfondimento di QdS.it del 2025). L’idea è che il vantaggio individuale del lavoro da remoto possa trasformarsi in un beneficio collettivo: nuovi progetti, relazioni professionali, iniziative culturali e possibilità di impresa.

L’associazione dichiara oggi una rete di oltre 50 realtà comunali che collaborano attraverso la propria rete nazionale e una rete più ampia di presidi di comunità.

La Sicilia prova a trasformare il fenomeno in una politica

Nel 2026 la Regione Siciliana ha destinato 54 milioni di euro al South Working, con una misura gestita da Irfis per favorire il rientro dei lavoratori e consentire di lavorare dalla Sicilia per aziende con sede altrove.

Il decreto attuativo prevede, in particolare, contributi a fondo perduto fino a 30mila euro per lavoratore per determinate assunzioni o stabilizzazioni a tempo indeterminato da parte di aziende con sede fuori dalla Sicilia, a condizione che il lavoro venga svolto in Sicilia in modalità agile per almeno cinque anni.

Per l’associazione, però, la partita non si gioca soltanto sugli incentivi: “Abbiamo proposto interventi sulle modalità del lavoro agile, sulle infrastrutture digitali, sui trasporti e sugli incentivi alle aziende. Abbiamo lavorato molto anche con i Comuni, perché nei piccoli centri esistono edifici, biblioteche, musei e altri spazi che potrebbero essere riqualificati e trasformati in luoghi di lavoro e di comunità”, commentano.

Resta però una delle principali difficoltà: la progressiva riduzione dello smart working in molte aziende. Secondo South Working, dopo la fase emergenziale numerose imprese hanno progressivamente reintrodotto la presenza in ufficio o imposto modelli ibridi più rigidi, rendendo più difficile per chi vive a centinaia di chilometri dalla sede continuare a lavorare dal proprio territorio. “Il problema è che i lavoratori che erano tornati al Sud si sono trovati nuovamente di fronte alla richiesta di presenza. Alcune aziende hanno iniziato anche a chiedere informazioni sulla distanza dalla sede, ma la possibilità di lavorare da luoghi lontani dal datore di lavoro può essere regolata dagli accordi individuali o collettivi”, dice l’associazione.

Ed è qui che il South Working prova a spostare il dibattito: non soltanto sulla possibilità tecnica di lavorare da remoto, ma sulla possibilità di scegliere dove vivere senza essere costretti a scegliere tra carriera e territorio. La sfida, soprattutto per le aree interne, resta quella di trasformare il lavoro da remoto da soluzione individuale a progetto collettivo: con connessioni efficienti, servizi, trasporti, spazi di lavoro e comunità capaci di accogliere chi torna. Perché, in fondo, il punto non è soltanto lavorare dal Sud. È fare in modo che si possa costruire il proprio futuro anche lì.

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