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Iran a un punto di svolta: l’incognita USA, la crisi “nera” e un futuro incerto

Iran a un punto di svolta: l’incognita USA, la crisi “nera” e un futuro incerto
Ali Khamenei, guida suprema dell’Iran – da Imagoeconomica

Le prossime “mosse” di Trump ma non solo: sono tante le incognite sul futuro dell’Iran. Cosa succede e gli scenari aperti dalle nuove proteste represse nel sangue spiegati da Riccardo Alcaro (IAI).

Da gigante del nucleare a superpotenza pronta a crollare? Per il figlio dell’ultimo shah, Reza Pahlavi, recentemente intervistato a Cinque Minuti, in Iran il regime è evidentemente in crisi, anzi “all’ultima spiaggia”. Gli occhi del mondo in questo momento sono puntati sulla culla della civiltà persiana; e non solo perché le proteste scatenate dal caro vita hanno dato vita a una scia di morte che la relatrice speciale dell’Onu Mai Sato ha definito – per intensità e gravità – non troppo dissimile da quella di Gaza, ma anche per le conseguenze geopolitiche, sociali, economiche e storiche che un qualsiasi intervento esterno o trasformazione interna in Iran produrrà per l’area del Golfo Persico e per il resto del mondo.

Nella questione iraniana figurano tanti protagonisti, primo tra tutti gli USA di Donald Trump. Il tycoon, reduce da un’operazione di vaste proporzioni in Venezuela e dai primi 365 giorni “turbolenti” e intensi del secondo mandato, potrebbe entrare in azione. Come e con quale impatto rimane da prevedere. Il resto del mondo potrebbe rimanere a guardare o – ancor prima di un paventato blitz – potrebbe attivare e potenziare lo sforzo diplomatico per porre fine almeno alle sanguinose repressioni.

Gli scenari sono tanti, cosa stia accadendo e possa accadere è difficile da prevedere. Per discutere del complesso quadro iraniano, il QdS ha intervistato Riccardo Alcaro, coordinatore delle ricerche e responsabile del programma “Attori globali” dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

La crisi dell’Iran, una storia recente segnata da proteste e violenza

Ieri come oggi. L’Iran è un Paese la cui storia recente è contrassegnata da proteste, repressioni e fasi ad alta tensione. Gli stravolgimenti che determinarono la Rivoluzione iraniana del 1979, i manifestanti per le strade di Teheran nel 2009, gli scontri scatenati dalla morte violenta della giovane Mahsa Amini nel 2022 e ora le proteste contro il carovita represse nel sangue in un Paese disconnesso e a un punto di svolta. C’è un fil rouge che lega tutti questi eventi? “La principale analogia tra tutti gli eventi storici citati è un generale malcontento nei confronti del Governo – sia esso quello dello shah prima del 1979, sia quello della Repubblica islamica adesso -, perché incapace di soddisfare i bisogni economici della popolazione, repressivo nei confronti delle libertà civili e politiche e – nel caso dell’attuale leadership – anche nei confronti delle questioni culturali”, spiega Alcaro.

Scendendo nel particolare, l’esperto aggiunge: “La Repubblica islamica ha attraversato, dal 2009 in poi, ondate di proteste sempre più frequenti e violente. Si tratta di proteste che non hanno, però, tutte la stessa origine, la stessa composizione sociale, gli stessi obiettivi. Le proteste più grandi mai registrate negli ultimi 47 anni sono state quelle del 2009, quando circa un milione di persone scesero in strada a Teheran per protestare contro quella che ritenevano essere l’elezione fraudolenta che aveva riconfermato alla presidenza il conservatore Mahmoud Ahmadinejad e chiedere che il potere andasse a chi ritenevano il legittimo vincitore, Mir Hosein Musavi“.

“Quella fu una protesta fatta soprattutto a Teheran e in centri urbani, da studenti e classe media, l’ala più progressista e riformista della popolazione iraniana. Era una protesta che aveva come obiettivo non necessariamente l’abbattimento della Repubblica islamica – anche se se ne voleva attenuare il carattere repressivo, sia politico che sociale – ma che mirava alla trasformazione, alla riforma dall’interno. In quell’occasione, il leader supremo Khamenei e l’establishment di sicurezza su cui si appoggia scelsero la via dell’inflessibilità“, aggiunge.

Dietro la repressione

Dietro la scelta del 2009 ci sono due convinzioni importanti della leadership iraniana. La prima – spiega Alcaro – è che la Repubblica islamica debba “restare fedele – pur con l’aggiunta necessaria di un certo pragmatismo – ai princìpi rivoluzionari, come quello di mobilitazione continua in nome di una nazione islamica dove la religione sia la prima fonte della legislazione e lo Stato legiferi anche in materia morale”. La seconda è che fare concessioni di fronte a delle proteste popolari sia “una debolezza, che potrebbe innescare un processo irreversibile di trasformazione”. Nel 2009 i morti non furono quanti quelli già denunciati negli scontri delle ultime settimane, ma furono comunque tanti, diverse decine.

Dal 2019 agli anni 2020

Dopo le proteste del 2009, l’Iran ha vissuto nuovi momenti di crisi e tensioni. Un esempio sono le proteste popolari del 2019. Al contrario delle manifestazioni di dieci anni prima, queste partirono dagli strati più poveri della popolazione e avevano una base strettamente economica.

“Per far fronte alla reintroduzione delle sanzioni sotto il primo mandato di Trump – spiega Alcaro -, che di fatto posero l’Iran sotto una specie di embargo internazionale, il Governo fu costretto a tagliare i sussidi che garantivano l’acquisto del carburante. Il risultato fu che la benzina diventò molto più cara e questo generò la protesta di una popolazione che non riusciva a vedere una traiettoria ascendente della sua situazione economica. E, anzi, attraversava una traiettoria discendente rispetto ai primi anni Duemila, quando l’Iran non era sottoposto a sanzioni così pervasive e – grazie all’alto prezzo del petrolio – in realtà viveva in condizioni economiche buone”. Anche queste proteste furono represse nel sangue.

Diverso il contesto dietro le proteste del 2022, quelle che seguirono l’uccisione di Mahsa Amini. La novità – spiega l’esperto dell’IAI – è stato il “carattere sociopolitico e culturale” delle manifestazioni. “Lì già le proteste avevano il chiaro obiettivo di abbattere la Repubblica Islamica”, sottolinea Alcaro.

Le proteste d’Iran del 2026, cosa succede e cosa c’è di nuovo

Passando all’analisi dell’attualità, Alcaro spiega che le proteste di fine 2025 e inizio 2026 “raccolgono un po’ tutti gli aspetti trattati. Sono diffuse in diverse parti del Paese – come nel 2019 e nel 2022 -, sono nate da una profonda disperazione di natura economica (come nel 2019, ma peggio) e sono diventate anche proteste di natura politica. Si chiede non la trasformazione, ma l’abbattimento del regime clericale della Repubblica islamica. Sono state proteste molto violente, anche da parte dei manifestanti. La risposta del Governo è stata “la più brutale dagli anni Ottanta in poi“, sottolinea Alcaro. I dati del Governo parlano di oltre 2.000 morti. E sono solo stime, rese complesse da informazioni carenti e non solo.

Iran in crisi, il ruolo degli USA

Quella iraniana è una questione interna? In parte, ma c’è chi la vicenda iraniana la osserva da molto vicino. Si tratta degli Stati Uniti. Parlando del ruolo degli USA di Trump, Alcaro spiega: “L’amministrazione Trump (anche la prima) ha avuto un ruolo fondamentale nel creare le condizioni per cui l’Iran si trova quasi senza una via d’uscita. Le sanzioni introdotte già dagli anni Novanta, ma applicate in maniera reale solo negli anni Duemila e dieci, erano sanzioni che avevano una portata extraterritoriale. Si aggiunsero poi quelle di Europa e Onu per punire le ambizioni nucleari dell’Iran. Tali sanzioni furono revocate (e sospese quelle statunitensi) dopo la firma del Joint Comprehensive Plan of Action, il famoso accordo sul nucleare del 2015″.

“Quando, tra il 2018 e il 2019, Trump ha ritirato gli USA dall’accordo e applicato nuovamente le sanzioni, di fatto si è arrivati a una sorta di embargo piuttosto pervasivo e internazionale sull’Iran. Questo ha reso sempre più difficile per il Governo iraniano commerciare e avere un’economia vibrante”.

L’economia iraniana è rimasta a galla, ma si era trasformata di fatto in una “economia clientelare“. Questo, aggiungendosi al peso delle sanzioni, spiega Alcaro, “ha contribuito a rendere per l’Iran sempre più difficile sostenere l’economia e la moneta. Questo è all’origine della disperazione sociale”.

“Sul piano economico – conferma Alcaro – la pressione americana è stata fondamentale”. Ma non è stata solo una questione economica, anzi. Alla pressione economica, infatti, “si è aggiunta quella militare“, imposta in maniera irregolare ma alla base di eventi di rilievo internazionale come l’uccisione del generale Soleimani nel 2020 e lo scontro Israele-Iran dello scorso anno, passando per l’attacco di Hamas contro Israele e lo strazio di Gaza, più le tensioni in Libano con Hezbollah, principale alleato dell’Iran nella regione, e il crollo di al-Assad in Siria.

“La combinazione di pressione economica e militare ha reso per la Repubblica Islamica sempre più difficile rispondere ai bisogni di welfare, di sviluppo economico e di sicurezza della popolazione. A questo si aggiunge la repressione più capillare e violenta, soprattutto dopo il ritiro americano dall’accordo nucleare”. Gli USA, quindi, hanno avuto un “ruolo decisivo nell’indebolimento strutturale iraniano”.

Cosa succedere ora? Gli scenari sulla crisi iraniana

Trump osserva da vicino la crisi dell’Iran. Ha interesse a intervenire direttamente? “Dire che gli Stati Uniti hanno solo interessi di natura economica è una semplificazione brutale di tutte le guerre e vale anche per il caso iraniano. La motivazione principale dell’ostilità degli USA nei confronti dell’Iran è di natura ideologica, politica e geopolitica. Ideologica perché la Repubblica Islamica è nata nel 1979 dall’abbattimento di una monarchia assoluta pro-americana. E la componente antimperialista e antiamericana è essenziale nel tessuto ideologico della Repubblica islamica. Dal punto di vista geopolitico, l’Iran si è mosso in uno spazio di opposizione, di resistenza all’imperialismo statunitense nell’area. Abbattere il nemico iraniano è sempre stato un obiettivo degli Stati Uniti, ma anche di Israele. Quest’ultimo, in particolare, vede l’Iran come una minaccia al suo primato nella regione e anche alla sua stessa esistenza. In più, per Israele mantenere il focus su un Iran screditato aiuta a tenere l’attenzione internazionale lontana dalla Palestina“.

La crisi in Iran è una priorità per Trump? “Adesso gli Stati Uniti danno una priorità importante all’Iran. Trump, però, subisce spinte non contrastanti ma quantomeno diverse da Israele e dagli alleati del Golfo (Arabia Saudita, Oman, Qatar, Kuwait, ma anche Turchia ed Egitto). Israele ha come obiettivo quello di impedire l’emergere nell’area di una potenza che possa sfidarne la supremazia militare e tecnologica. E l’Iran democratico e libero – in virtù della economia, della sua numerosa e ben istruita popolazione e della sua civiltà millenaria – rappresenta una sfida per lo Stato ebraico. L’obiettivo di Israele è un Iran debole, anzi – ancora meglio – destabilizzato”, chiarisce Alcaro. “Per i Paesi del Golfo e per la Turchia, che hanno subìto più di altri gli effetti della destabilizzazione dell’Iraq dopo l’invasione americana del 2003, l’obiettivo è quello di un Iran contenuto, che non sia una minaccia e che non sia capace di creare disordini con i legami che ha con le organizzazioni non statali dei Paesi dell’area. Un Iran che collassa su se stesso, per questi Paesi, comporta una serie di rischi per tutta l’area”.

Trump si trova di fronte a una scelta: destabilizzare l’Iran o contenerlo? “La prima opzione – spiega Alcaro – comporterebbe una serie di investimenti che non penso che l’Amministrazione Trump sia disposta a fare, anche se non si può escludere. La seconda richiede una capacità, da parte dell’Amministrazione Trump, di spingere i leader della Repubblica Islamica a moderare il loro comportamento, a fare concessioni più importanti di quelle del 2015 sul nucleare, ad accettare compromessi sul piano balistico”.

Per realizzare l’opzione due, però, “Trump ha bisogno di qualche defezione interna all’establishment di sicurezza. Una defezione che per me non può risolversi in una sorta di colpo di Stato interno in Iran, ma in una progressiva marginalizzazione della guida suprema Ali Khamenei, che è anziano e comunque alla fine della sua fallimentare vicenda politica, e l’emergere di un Governo diverso. Un Governo che magari mantenga la facciata della Repubblica Islamica, ma diventi meno belligerante e più tollerante. Trump e i suoi consulenti stanno evidentemente ragionando su quali obiettivi perseguire e come”.

“Predire quale delle due strade prenderanno gli Stati Uniti è difficile – commenta Alcaro -. Secondo me, prenderanno la strada di un’ulteriore stretta economica, spostando di nuovo forze militari significative nell’area e riducendo ulteriormente la capacità di esportazione di petrolio dell’Iran (principalmente verso la Cina), per poi spingere il Governo iraniano a fare un cambio di rotta, realizzando una sorta di ‘operazione Maduro’ su larga scala. Così la Repubblica islamica rimane in piedi, ma cambia. Si tratta, però, di una missione molto difficile da realizzare”.

Per il futuro della crisi in Iran sono senza dubbio decisivi gli Stati Uniti. Ci sono però altri attori da considerare: dal già citato Israele, all’Arabia Saudita e i vari Paesi che mirano al contenimento (e non alla destabilizzazione) dell’Iran (Turchia, Pakistan, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait), fino a Cina e Russia, che potrebbero vedere un vantaggio rispettivamente in un Iran più integrato nell’economia internazionale e che esporta petrolio a prezzi più contenuti e in un Iran isolato che non può sfruttare pienamente il suo mercato degli idrocarburi. Restano da capire le posizioni e l’impatto di altri attori internazionali, come l’Europa, che potrebbe “aggiungere peso economico e alleggerimento sanzionatorio”, o – ancora – gli Emirati Arabi Uniti, questi ultimi passati da una posizione di grande belligeranza a una posizione di distensione e poi nuovamente belligerante, rompendo anche con l’Arabia Saudita su Africa orientale e Yemen). Il caso Iran, insomma, è capace di scuotere e sta già scuotendo il mondo intero e potenzialmente – partendo da “semplici” proteste popolari – in questo inizio 2026 potrebbe cambiare il corso della storia contemporanea.

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