CATANIA – Ironico senza mai perdere misura e capace di passare con naturalezza dal sorriso all’emozione, Flavio Insinna è uno di quei beniamini della televisione italiana che non hanno bisogno di presentazioni. Dai set delle fiction di successo fino al timone dei quiz televisivi più seguiti, il suo stile diretto e umano continua a conquistare generazioni diverse, trasformando ogni apparizione in un piccolo evento in grado di unire leggerezza e profondità.
Gente di facili costumi: lo spettacolo a teatro
Sul palco, insieme a Giulia Fiume, è protagonista di uno dei testi più intensi e sorprendenti del teatro italiano contemporaneo: “Gente di facili costumi” di Nino Marino e Nino Manfredi, con la regia di Luca Manfredi. Prodotto da La Pirandelliana e inserito nella nuova stagione Turi Ferro, lo spettacolo sarà in scena dal 7 al 17 maggio 2026 all’Abc di Catania. Tappe anche a Modica, Marsala e Ragusa.
Quanto conta, per lei, il dialogo con la memoria dei luoghi?
“È inevitabile. Io e Giulia (Fiume, ndr) portiamo in scena un testo scritto e interpretato da giganti, e ogni volta c’è quel timore sano, quasi scaramantico, del ‘nemo propheta in patria’. Il legame con la Sicilia, per me, è profondo. Si partiva per andare a trascorrere una parte delle vacanze a Vallelunga Pratameno, dov’era nato mio padre, a Caltanissetta. Poi da là tornare a Palermo. Gli zii, i ricordi, Mondello, Cefalù, di notte le bancarelle per strada con il polpo bollito, papà che spiega, racconta… Quei viaggi in macchina non potrò mai dimenticarli”.
Dei viaggi epici. Nel loro piccolo, delle avventure straordinarie.
“Imbarcarsi a Napoli e svegliarsi in Sicilia. E poi Taormina, la prima volta che i miei genitori mi portarono al Teatro Antico. Ritrovarsi lì anni dopo per presentare una serata di beneficenza con l’Arma dei Carabinieri… Se hai un po’ di memoria e un po’ di cuore, ti leghi per sempre a quelle radici. Tornare oggi con questo spettacolo significa riannodare quei fili. Per questo dico che è sempre un viaggio umano, prima ancora che teatrale”.
Perché il pubblico del capoluogo etneo non dovrebbe perdere questa commedia?
“Perché è un classico che parla ancora al presente. Non abbiamo modernizzato nulla: telefono fisso, segreteria, due persone che provano davvero a conoscersi. Non è una sfida con i grandi del passato – sarebbe una partita persa in partenza – ma un atto d’amore. È la nostra versione, rispettosa e sincera. Ed è proprio questo il bello”.
La sua carriera oggi la porta anche ai David di Donatello. Come si sta preparando?
“Con grande rispetto e gratitudine verso la proposta che mi è stata rivolta dalla Rai. Ma adesso c’è la tournée, ed è giusto viverla fino in fondo. I David sono arrivati quasi all’improvviso, e si sono resi possibili grazie alla disponibilità dei teatri di Marsala e Ragusa, che hanno spostato le date previste inizialmente per il 5 e 6 maggio. È giusto dirlo. Mi preparo da innamorato del cinema. Sarà una serata complessa, piena di omaggi e ricordi. Ma, come diceva Alberto Sordi, alla fine bisogna fare come ci dice la testa: qualcuno criticherà comunque. Al mio fianco ci sarà la bravissima Bianca Balti, una donna straordinaria. Io cercherò di fare del mio meglio, con sincerità”.
Un sentimento analogo la anima nel portare in scena ‘Gente di facili costumi’, opera scritta nel 1988. Recitare oggi questo testo le ha posto nuove domande?
“È la forza dei classici: se non ti dico quando è stato scritto, sembra di oggi. Parla di amore, dignità, giudizio. C’è una frase che richiama Luigi Pirandello: ‘prima di giudicare, mettiti nei miei panni’. È ancora attualissima. La platea ride, certo, ma poi porta a casa anche qualcosa su cui riflettere. E questo lo sentiamo ogni sera”.
Il teatro, a differenza di altri linguaggi, non lascia spazio a filtri. In una rappresentazione così umana, cosa le restituisce il pubblico, quasi ‘in tempo reale’?
“Rispetto, prima di tutto. E partecipazione. La tournée è legata anche a Emergency, raccogliamo fondi e le persone in sala rispondono poi con generosità. Non è mai scontato. Sul palco si crea qualcosa di unico: respiriamo insieme. È quasi un atto d’amore. È il motivo per cui faccio teatro”.
Nella sua carriera ha attraversato molti registri, dalla leggerezza alla profondità. Qual è l’insegnamento più importante che porta sempre con sé, anche davanti alle telecamere?
“Ascoltarsi. Quando non l’ho fatto, ho sofferto. Non bisogna accettare un lavoro solo per visibilità. Devi crederci davvero, altrimenti stai male. Anche il timore – quel ‘come andrà?’ – è una spinta preziosa”.
La televisione ha ancora spazio per l’empatia?
“Dipende dalle persone. Esiste una buona e una cattiva televisione, ma la differenza la fanno sempre gli esseri umani. Certo, il peso degli ascolti è forte: ogni mattina alle dieci è un verdetto. Ma non può essere l’unico criterio”.
Se la sua vita fosse un quiz, quale sarebbe la domanda senza risposta?
“‘Perché tutto questo dolore?’ Non parlo di me, ma della vita in generale. Della sofferenza ingiusta, soprattutto di chi è più fragile. È una domanda che mi porto dietro da anni, da quando una madre – manco a farlo apposta, siciliana, accanto al figlio ricoverato al reparto di Oncologia pediatrica del Gemelli, mi fece senza avere risposta”.
Che ruolo ha la fragilità nell’esperienza umana e artistica di Flavio Insinna?
“È fondamentale. Sono tornato in analisi e lo dico senza problemi. Tutti dovrebbero farla, almeno per un periodo. Le fragilità, nel mio lavoro, diventano anche risorsa. Il teatro ti permette di trasformarle in qualcosa di condiviso. E poi c’è una responsabilità, stare meglio per poter essere utile agli altri. È questo il senso della vita: mettersi al servizio del prossimo”.

