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Allo Stabile la vita inimitabile di D’Annunzio, Sylos Labini: “Nel bene e nel male, un simbolo di italianità”

Allo Stabile la vita inimitabile di D’Annunzio, Sylos Labini: “Nel bene e nel male, un simbolo di italianità”
Edoardo Sylos Labini foto Pino Le Pera

Dal 27 al 29 marzo nel teatro di Catania lo spettacolo diretto e interpretato da Edoardo Sylos Labini

Una voce che non lascia indifferenti, capace di dividere e far discutere. Edoardo Sylos Labini rappresenta un esempio di coerenza artistica e identitaria, portando avanti una visione personale del mestiere, dove cultura e spettacolo si incontrano e si sfidano continuamente. Dirige e interpreta ‘Gabriele D’Annunzio, una vita inimitabile’. Tratto dalla fortunata serie ‘Inimitabili’ andata in onda su Rai 3 prodotta da Rai Cultura, lo spettacolo scritto con Angelo Crespi sarà ospitato, dal 27 al 29 marzo 2026, presso la sala Futura del Teatro Stabile di Catania, che lo ha anche prodotto insieme a RG produzioni. L’attore, accompagnato dalle musiche di Sergio Colicchio con il contributo in voce di Stella Gasparri, guiderà il pubblico in un viaggio tra vita, amori, politica e opere di uno dei protagonisti più affascinanti della nostra storia e letteratura.

Portare in scena D’Annunzio significa confrontarsi con un personaggio che è al tempo stesso mito letterario e costruzione politica. Da quale prospettiva ha scelto di guardarlo?
“D’Annunzio ha vissuto più vite in una: amante, poeta, soldato, eroe. Ho scelto di raccontarne la biografia nella sua interezza, cercando di tenere insieme tutte le fasi di un’esistenza davvero inimitabile”.

Qual è stato il primo impulso che l’ha spinta a raccontarlo ancora una volta?
“Il mio percorso con D’Annunzio inizia nel 2012, quando Giordano Bruno Guerri mi propose uno spettacolo per il centocinquantesimo anniversario della nascita del Vate, celebrato nel 2013. Da allora c’è stata anche una trasformazione personale: ho cambiato il mio aspetto e, soprattutto, ho approfondito a fondo la sua poetica e le sue azioni. L’ho interpretato in tutte le età della vita, fino al periodo di Fiume. In questi tredici anni è diventato quasi un mio marchio teatrale. Due anni fa ho portato la sua storia anche in televisione, nel mio primo programma da conduttore, e poi sono tornato al teatro. Oggi lo racconto su due piani che si intrecciano. D’Annunzio resta una figura centrale e ancora molto attuale nella storia italiana”.

Rappresentare questo lavoro al Teatro Stabile di Catania significa anche parlare al presente. Qual è la provocazione che vuole lanciare alla platea siciliana?
“Provocare oggi significa riscoprire ciò che siamo: le nostre radici culturali, gli uomini e le donne che hanno dato impulso alla cultura italiana. Nella serie televisiva ‘Inimitabili’, da cui nasce lo spettacolo, racconto figure come Marinetti, Pirandello e D’Annunzio. Hanno segnato il Novecento italiano nel mondo, ma per anni sono stati condizionati da pregiudizi ideologici legati al loro rapporto, diretto o indiretto, con il fascismo. Serve più curiosità e meno superficialità: di qualunquismo ce n’è già abbastanza”.

Cosa può ancora imparare il pubblico da una personalità tanto complessa?
“Il coraggio delle proprie idee e il valore del gesto poetico come atto politico. Basti pensare al volo su Vienna: migliaia di volantini lanciati invece di bombe. Un’azione simbolica capace di ottenere un risultato altrettanto forte. D’Annunzio va studiato e riscoperto continuamente, perché la sua vita, tra suggestioni futuriste e pirandelliane, offre ancora molti spunti di riflessione”.

In un’epoca che tende a ‘cancellare’ le figure controverse, perché insistere su un personaggio così divisivo?
“Perché il Vate rappresenta, nel bene e nel male, un simbolo di italianità. Ed è anche una risposta alla cultura della cancellazione e a una visione globalizzata che rischia di appiattire le identità”.

Lo dicevamo: D’Annunzio è stato poeta, soldato, seduttore, politico. Quale anima l’ha affascinata di più?
“Mi diverte molto il D’Annunzio amante: instancabile corteggiatore, capace di scrivere lettere e poesie appassionate alle sue donne, facendole sentire uniche. È l’operaio della parola che compone ‘La pioggia nel pineto’ per Eleonora Duse, rendendo immortale il loro amore”.

È stato anche un precursore di derive autoritarie. Raccontarlo senza condannarlo esplicitamente non rischia di risultare indulgente?
“Non ne faccio un santino, ma cerco di restituire complessità e verità storica. D’Annunzio era più simile a un principe rinascimentale che a un leader autoritario. A Fiume si poneva allo stesso livello dei suoi legionari, parlava con passione e credeva in una rivoluzione libertaria. Sarà poi Mussolini a reinterpretare e trasformare l’estetica dannunziana in simboli del fascismo, appropriandosi anche di motti e gesti già esistenti”.

Nel titolo compare una parola forte: ‘inimitabile’. Cosa lo rende irripetibile?
“Essere inimitabili significa aver fatto qualcosa che nessun altro può replicare. D’Annunzio è stato il primo vero comunicatore del Novecento italiano: i suoi motti anticipano i linguaggi moderni, inventa il gossip per promuovere i suoi libri, arriva persino a inscenare la propria morte per attirare attenzione sulla sua prima raccolta di poesie”.

Il Vittoriale è il simbolo di una vita trasformata in opera d’arte. Esiste ancora oggi questa tensione tra vita e creazione artistica?
“Oggi manca proprio questa esigenza: esprimere la propria arte restando fedeli a sé stessi, senza inseguire ciò che piace. L’applauso è importante, ma lo è ancora di più quando nasce da un percorso autentico, senza scorciatoie”.

Quanto teatro c’è nella politica?
“Molto. D’Annunzio è stato il primo a farlo, basti pensare al celebre passaggio dai banchi della destra a quelli della sinistra in Parlamento. Oggi quel trasformismo è diventato quotidiano. Nel mio teatro, invece, c’è una politica culturale: il tentativo di valorizzare la nostra storia e la nostra identità”.

Il sistema culturale italiano lascia spazio alle voci fuori dal coro?
“Storicamente no. Le voci indipendenti sono spesso state marginalizzate, soprattutto se non allineate. Questo ha alimentato un certo conformismo. Io ho sempre cercato di oppormi a questa logica, fin dai tempi del liceo e poi dell’università, e continuo a farlo. Un artista deve essere libero di esprimere le proprie idee: sarà poi il pubblico a giudicarlo per ciò che fa”.

Cosa sogna ancora di raccontare?
“Sto cercando una nuova figura da esplorare dopo tanti anni dedicati a D’Annunzio. Intanto continuerò a lavorare su Filippo Tommaso Marinetti, nel centocinquantesimo anniversario della sua nascita, partendo proprio dal Teatro Stabile di Catania, in dialogo con Giordano Bruno Guerri proprio su questi due grandi italiani. Un confronto elettrizzante”.