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Terrorismo: è morto Vincenzo Guagliardo, ex brigatista dell’omicidio di Guido Rossa

Terrorismo: è morto Vincenzo Guagliardo, ex brigatista dell’omicidio di Guido Rossa
December 1980 — Vincento Guagliardo, one of the top members of the Red Brigade terrorist organization, is shown inside a steel cage during a trial held some time ago in Rome. Guagliardo, 32, was arrested with Nadia Ponti 31, in Turin by anti-terrorist police on December 21st. Guagliardo and Miss Ponti were operating in the Red Brigades organization in the Veneto region and northern Italy. Both have been working “underground” for three years and police said they were members of the extremist communist organization’s “strategic directorate.”, — Image by © Bettmann/CORBIS

Aveva 77 anni. Non si è mai pentito o dissociato dalla lotta armata contro lo Stato

È morto all’età di 77 anni dopo una lunga malattia Vincenzo Guagliardo, ex esponente storico delle Brigate Rosse, condannato in via definitiva all’ergastolo per diversi omicidi compiuti durante gli anni di piombo, tra cui quello del sindacalista della Cgil Guido Rossa. La notizia della scomparsa, avvenuta il 13 gennaio, è stata diffusa sui social network il 19 gennaio dall’ex brigatista Paolo Persichetti ed è stata poi ripresa nei giorni successivi da siti dell’area antagonista. L’informazione, come riporta l’Adnkronos, è divenuta di dominio pubblico oggi, 24 gennaio, anniversario dell’uccisione di Rossa, avvenuta a Genova nel 1979.

L’omicidio a Guido Rossa

Guido Rossa non fu solo una vittima delle Brigate Rosse: fu prima di tutto, un operaio, un sindacalista iscritto al Partito comunista che scelse di stare dalla parte dello Stato democratico quando farlo significava esporsi, isolarsi, rischiare la vita. La mattina di quel 24 gennaio 1979, alle ore 6.35, uscì di casa in via Ischia, a Genova, per andare al lavoro all’Italsider. Non ci arrivò mai. Ad attenderlo c’era un commando delle Brigate Rosse: Riccardo Dura, Vincenzo Guagliardo e Lorenzo Carpi. Guagliardo sparò per primo, ferendo il sindacalista alle gambe, mentre Dura lo finì “perché le spie vanno uccise”. Pochi secondi, alcuni colpi di pistola, e la storia del terrorismo italiano cambiò per sempre. Un delitto che segnò uno spartiacque nella lotta al terrorismo e nella coscienza collettiva del Paese.

Guido Rossa fu colpito perché aveva denunciato un compagno di fabbrica, Franco Berardi, sorpreso a diffondere materiale brigatista. Un gesto che nel clima avvelenato degli anni di piombo rappresentò un atto di coraggio politico e morale fuori dal comune. Guido Rossa sapeva che denunciare significava esporsi alla rappresaglia, ma rifiutò l’idea che nelle fabbriche potesse esistere una zona franca per la violenza armata. Non accettò la logica dell’intimidazione, né quella dell’ambiguità. Le Brigate Rosse lo definirono un “delatore”. Quel delitto segnò un punto di non ritorno. Per la prima volta le Brigate Rosse colpivano un sindacalista comunista. Non un dirigente d’azienda, non un magistrato, non un uomo dello Stato in senso stretto, ma un operaio, uno dei “loro”. Il movimento operaio reagì compatto. Ai funerali di Guido Rossa, a Genova, parteciparono oltre 250mila persone. C’era il presidente della Repubblica, Sandro Pertini, in un clima di dolore, rabbia e tensione civile. E’ rimasto celebre l’incontro di Pertini con i camalli del porto. Avvertito che in quell’ambiente non mancavano simpatie per le Brigate Rosse, il Capo dello Stato volle comunque parlare. “Non vi parla il Presidente della Repubblica, vi parla il compagno Pertini”, disse. “Le Brigate Rosse le ho conosciute: hanno combattuto con me contro i fascisti, non contro i democratici. Vergogna”.

L’identikit di Vincenzo Guagliardo

Nato a Bou Akour, in Tunisia, il 12 maggio 1948, Vincenzo Guagliardo proveniva da una famiglia di emigranti siciliani rientrata in Italia all’inizio degli anni Sessanta. Cresciuto a Torino, figlio di un operaio della Fiat, entrò in contatto molto presto con l’ambiente delle fabbriche e con il conflitto sociale che caratterizzò il boom industriale. Dopo una breve militanza nella Federazione giovanile comunista italiana, se ne allontanò, avvicinandosi alle posizioni dell’operaismo e ai gruppi che si collocavano alla sinistra del Pci.

Negli anni successivi partecipò alla nascita del primo nucleo torinese delle Brigate Rosse. Trasferitosi a Milano, operaio alla Magneti Marelli, divenne un “militante rivoluzionario” a tempo pieno assumendo ruoli di rilievo nelle colonne brigatiste del Nord Italia ed entrando in clandestinità dopo l’estate del 1975. Il suo nome resta indissolubilmente legato all’omicidio di Guido Rossa. Secondo le sentenze, Guagliardo sparò per primo contro Rossa, ferendolo alle gambe; Riccardo Dura esplose poi i colpi mortali. Dopo l’omicidio Rossa, Guagliardo proseguì l’attività brigatista. Partecipò nel 1980 agli assassinii del vicedirettore del Petrolchimico di Mestre Sergio Gori e del commissario di polizia Alfredo Albanese. Arrestato nello stesso anno, fu sottoposto a numerosi processi che portarono alla condanna a quattro ergastoli. Nel 1983, durante un’udienza lesse una dichiarazione nella quale annunciava che la sua militanza nelle Br era conclusa.

Il pentimento mai avvenuto

Durante la lunga detenzione, Guagliardo non si è mai formalmente pentito né dissociato dalla lotta armata, rifiutando di collaborare con la magistratura. Ha elaborato una riflessione critica sull’esperienza brigatista in diversi scritti, tra cui “Dei dolori e delle pene” (Edizioni Sensibili alle Foglie, 1997, la casa editrice creata dal fondatore delle Brigate Rosse Renato Curcio) e “Di sconfitta in sconfitta. Considerazioni sull’esperienza brigatista alla luce di una critica del rito del capro espiatorio” (Colibrì Edizioni, 2002), mantenendo una posizione di netta distanza sia dai pentiti sia dai dissociati. Dal 2011 aveva ottenuto la semilibertà e successivamente la libertà condizionale, lavorando in una cooperativa di libri per non vedenti a Melegnano (Milano) insieme alla moglie Nadia Ponti, anche lei ex brigatista. Nel 2008 Sabina Rossa, figlia di Guido Rossa, dopo un incontro con Guagliardo, si era detta favorevole alla concessione della libertà condizionale, pur senza che ciò cancellasse la responsabilità storica e penale per l’omicidio del padre. La vicenda di Guagliardo è raccontata da Sabina Rossa nel libro “Guido Rossa, mio padre” (scritto con Giovanni Fasanella, Rizzoli, 2006) e dal giornalista e scrittore Giovanni Bianconi in “Il brigatista e l’operaio. L’omicidio di Guido Rossa. Storia di vittime e colpevoli” (Einaudi, 2011). (di Paolo Martini)

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