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Tra i 25 e i 34 anni 26% italiani inizia a pensare a invecchiamento

Tra i 25 e i 34 anni 26% italiani inizia a pensare a invecchiamento

Ma il 62% degli over 65 si sente più giovane dei propri anni

Milano, 15 set. (askanews) – C’è un’età in cui gli italiani, oggi, cominciano a preoccuparsi di invecchiare. Non è a 60 anni, né a 50. È a 30. Da lì in poi, però, succede qualcosa di inatteso: più passano gli anni, meno le persone si sentono vecchie. È il cuore del paradosso raccontato da ‘Human After All’, la ricerca firmata Hearts United – agenzia media globale nata dall’unione dei due network Hearts & Science e Mediahub, parte di Omnicom Media – presentata in occasione di Villa Futura, il format dedicato ai grandi cambiamenti culturali che ridefiniscono il modo in cui le persone vivono, comunicano, consumano e si relazionano con i brand che, quest’anno, ha come partner Ciaopeople, Seedtag e TikTok. Realizzata con Doxa con metodologia CAWI su un campione rappresentativo di 2.000 italiani, la ricerca fotografa un paese in cui gli anni vissuti e gli anni percepiti sembrano raccontare sempre meno la stessa storia.

Non è il corpo a cambiare, a trent’anni. È lo sguardo sul futuro. Il 26% degli italiani colloca proprio tra i 25 e i 34 anni il momento in cui ha iniziato a pensare al proprio invecchiamento – la fascia più numerosa in assoluto. Ma per il 13% questa consapevolezza arriva ancora prima, già prima dei 25 anni. In totale, più della metà degli italiani (51%) dichiara di pensare al proprio invecchiamento “almeno qualche volta”.

Il dato suggerisce una lettura che va oltre la dimensione biologica e chiama in causa anche le aspettative associate alle diverse età della vita. Carriere meno lineari, autonomia economica più tardiva e percorsi familiari meno prevedibili si confrontano infatti con modelli sociali che continuano spesso a indicare ciò che, a una determinata età, dovremmo avere già raggiunto. Il risultato può essere la sensazione di essere “in ritardo” rispetto alle tappe tradizionalmente associate alla vita adulta, una pressione a cui contribuisce anche il confronto con modelli di successo e realizzazione personale veicolati dai social. L’invecchiamento diventa così anche una questione di percezione: non soltanto quanti anni abbiamo, ma dove sentiamo di essere rispetto alle aspettative che associamo a quell’età.

“Il dato più interessante non è soltanto la distanza tra età anagrafica ed età percepita, ma ciò che questa distanza racconta della società in cui viviamo – commenta Silvia Leonzi, Professoressa ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi alla Sapienza Università di Roma -. Le età della vita non sono mai state definite esclusivamente dalla biologia: sono anche costruzioni sociali, associate ad aspettative, ruoli e passaggi che ci dicono quali sono gli obiettivi che dovremmo aver raggiunto in una determinata fase della nostra esistenza. Oggi queste traiettorie sono diventate molto meno lineari e molto più fluide. A trent’anni ci si può sentire già in ritardo rispetto a modelli di realizzazione personale e professionale che continuano a esercitare una forte pressione; dopo i sessanta, al contrario, si possono avere davanti molti anni di vita attiva, relazioni, progetti e nuove esperienze, senza riconoscersi affatto nell’immagine tradizionale della vecchiaia. È questa distanza crescente tra età anagrafica, aspettative sociali ed esperienza individuale a rendere sempre meno sufficienti le categorie con cui abbiamo tradizionalmente raccontato le diverse fasi della vita e le generazioni”.

La ricerca mette a fuoco due dimensioni che possono convivere nella stessa persona: la consapevolezza dell’invecchiamento e la percezione soggettiva della propria età. Da un lato ci sono i “Mindful”, come la ricerca definisce quel 51% di italiani che dichiara di pensare, almeno ogni tanto, al proprio invecchiamento. Dall’altro emerge il fenomeno degli “Ageless”: quel 49% che, indipendentemente dall’età anagrafica, dichiara di sentirsi più giovane degli anni che ha. Ed è proprio la possibile convivenza di queste due dimensioni a far emergere uno dei paradossi più interessanti della ricerca: pensare all’invecchiamento non significa necessariamente sentirsi vecchi. La consapevolezza del tempo che passa attraversa le generazioni, pur concentrandosi maggiormente tra i 45 e i 64 anni e tra le donne. Allo stesso tempo, la percezione di sentirsi più giovani della propria età, anziché diminuire, cresce con gli anni: riguarda il 22% dei 18-24enni, il 37% dei 25-34enni, supera la metà già tra i 35-44enni (58%) e raggiunge il 62% tra gli over 65.

Con l’avanzare dell’età cresce quindi la distanza tra gli anni indicati dalla carta d’identità e quelli che sentiamo di avere, mettendo progressivamente in discussione stereotipi e modelli sociali tradizionalmente associati all’età. Ma cosa accade quando diventiamo consapevoli dell’invecchiamento? La prima reazione non è necessariamente la paura. Tra i “Mindful”, il 41% considera l’invecchiamento semplicemente parte naturale della vita, mentre il 19% dichiara che questa presa di coscienza gli ha fatto paura. Un sentimento particolarmente forte tra i 25-34enni, la fascia in cui più frequentemente si colloca la prima presa di coscienza dell’invecchiamento.