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Tra palco e vita, Elena Ghiaurov racconta “Il dubbio” che diventa un atto di coraggio

Tra palco e vita, Elena Ghiaurov racconta “Il dubbio” che diventa un atto di coraggio
Luigi Tabita ed Elena Ghiaurov (Foto di Antonino Parrinello)

L’attrice, insieme a Luigi Tabita, porterà da domani l’opera di Shanley allo Stabile di Catania

CATANIA – Volto magnetico e presenza scenica che non passa inosservata, è una delle interpreti più interessanti nel panorama italiano. Figlia d’arte – il cognome richiama una tradizione musicale di altissimo livello – Elena Ghiaurov ha saputo costruire un percorso personale, lontano da etichette ingombranti, scegliendo la strada più complessa: quella del talento dimostrato sul campo. Insieme a Luigi Tabita, è protagonista de ‘Il dubbio’ di John Patrick Shanley, regia di Andrea Chiodi. Il testo, tradotto da Flavia Tolnay, verrà messo in scena da domani al 15 marzo al Teatro Stabile di Catania che ha curato la produzione dello spettacolo.

È la sua prima volta a Catania. Questa tappa ha un significato particolare?
“Sì, perché per me è una scoperta. Conoscevo Palermo, ma non Catania, e sono due mondi diversi. Questa città mi ha accolto con un calore inatteso: mi sento a casa, ed è sorprendente per una donna del Nord come me”.

La Sicilia conosce bene il conflitto tra passato e cambiamento. Il Gattopardo docet. Che tipo di ascolto si aspetta dal pubblico?
“Credo che lo spettacolo abbia un impatto emotivo molto forte. Il testo non prende posizione: espone due volti della Chiesa, ma anche due dimensioni dell’animo umano. Da un lato la rigidità, la conservazione; dall’altro un’apertura più progressista e compassionevole. Quanto al tema centrale – il sospetto di un’insidia ai danni di un ragazzo – non c’è una risposta definitiva. Il titolo stesso lo dichiara: il dubbio resta. Il testo mostra come un pregiudizio possa nascere dal nulla, da un’intuizione, da un sentito dire, da una percezione emotiva che si trasforma in convinzione. Ed è inquietante osservare quanto facilmente possa accadere”.

In un’epoca di giudizi rapidi, che valore ha il dubbio?
“È un atto di coraggio. Oggi le etichette sono immediate, i giudizi ‘precotti’. Fermarsi, concedersi il lusso del dubbio senza arroccarsi in certezze assolute, è un valore aggiunto”.

Interpreta Sorella Aloysius, figura inflessibile e rigorosa. Quanto è stato complesso entrare nei suoi panni?
“È stato impegnativo trovare quella rigidità mentale che attraversa ogni sua parola. Una postura netta, severa, senza incertezze. Non è stato semplice. Con la regia abbiamo però voluto lasciare intravedere il lato umano del personaggio: comprendere perché sia diventata così. È una donna che, dopo un matrimonio non riuscito, ha scelto la vita religiosa. Abbiamo lavorato sui chiaroscuri, su una fragilità che emerge nel finale. Nel corso dell’indagine – interiore prima ancora che esterna – qualcosa in lei si spezza. E questa crepa mi ha permesso di attingere a colori emotivi che sento più vicini”.

Durante le prove ha scoperto una fragilità che l’ha sorpresa?
“Tutti costruiamo una corazza. La nostra immagine sociale è in parte costruita: ci difendiamo. Quando quella corazza cade e si intravede ciò che c’è dietro, è sempre un momento commovente”.

È difficile difendere un personaggio convinto di agire per il bene, anche quando potrebbe sbagliare?
“Accade anche nella vita. Ci aggrappiamo alle nostre certezze, soprattutto in tempi incerti. Qui il conflitto è estremizzato: si rischia di condannare un uomo forse innocente. Ma quante volte, nella quotidianità, siamo sicuri di avere ragione e invece sbagliamo?”.

Difende una visione del mondo che sta cambiando. Le è mai capitato di sentirsi custode di qualcosa che rischia di andare perduto?
“Sì. Lavorando con i giovani mi accorgo di essere portatrice di un’etica teatrale e di una disciplina che stanno scomparendo. I ragazzi mi guardano talvolta come un dinosauro, altre con grande interesse. Il teatro di oggi è molto diverso da quello in cui ho iniziato: sono cambiati i parametri, le dinamiche, il contesto. Viviamo nell’epoca dei social e delle fiction, in un mondo velocissimo. Non dico che sia peggio, ma è diverso. E talvolta mi sento appartenere a qualcosa che si sta dissolvendo”.

Il testo affronta il rapporto tra potere, fede e vulnerabilità. Il pubblico di oggi, abituato a un intrattenimento leggero, è pronto a confrontarsi con queste ombre?
“Sono temi che non appartengono solo al teatro, ma alla cronaca. Le zone d’ombra dell’essere umano affascinano e interrogano sempre”.

C’è una domanda che lo spettacolo ha posto anche a lei, senza risposta?
“Mi chiedo quanto io sia davvero aperta alla diversità. Il tema del ‘diverso’ – di colore, di pensiero, di identità – è universale e oggi più che mai attuale, in una società insofferente verso ciò che destabilizza. Mi considero una donna di ampie vedute, ma mi domando se lo sia fino in fondo. È un interrogativo che resta”.

Il pubblico esce dalla sala senza certezze. È più inquietante l’idea che qualcosa sia accaduto o che non sia accaduto nulla?
“Entrambe. Il testo scava nella scissione tra bene e male: dove stanno i confini? Sarebbe mostruoso se il sacerdote fosse colpevole; ma sarebbe altrettanto terribile se fosse innocente e la suora avesse orchestrato tutto per distruggerlo. Sono personaggi potenzialmente negativi entrambi, ed è stimolante portarli in scena. Non bisogna temere di mostrare anche il lato oscuro. Credo che lo spettacolo genererà dibattito. E forse qualcuno uscirà dal teatro dicendo: ‘Ma davvero è andata così?’”.