Dall’inizio dell’anno 2026, stiamo assistendo a un momento geopolitico inedito. Dalla fine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non avevano mai, nel giro di pochi giorni, catturato e sequestrato in Venezuela un presidente in carica per processarlo, minacciato di prendersi la Groenlandia (isola dipendente dalla Danimarca) e di intervenire in diversi Paesi stranieri — Cuba, Colombia, Messico – e soprattutto in Iran, cavalcando la protesta interna delle donne iraniane che con grande coraggio stanno protestando per la loro libertà, pagando anche con la morte (secondo Iran International 12 mila morti). Una situazione drammatica al centro di tensioni internazionali. Secondo gli esperti di geopolitica, Trump vuole far diventare economicamente forti gli Stati Uniti, impadronendosi delle risorse, tra cui il petrolio, degli altri Paesi e intende ridimensionare la potenza della Cina anche attraverso annessioni territoriali e il divieto esteso a Venezuela, Groelandia e ora all’Iran di negoziare con la Cina.
Trumpismo, dazi e nuovo ordine internazionale
Il tycoon ha minacciato dazi al 25% ai Paesi con relazioni d’affari con Teheran. Da una parte una dottrina globale, quella del trumpismo, attuata attraverso una ricolonizzazione, dall’altra una stabilizzazione di patti economici bilaterali. Un nuovo impero clanico come lo ha definito Gilles Gressani, su “Le Monde” del 13 gennaio scorso, “che fonde forza militare e algoritmi della Silicon Valley”. Un impero clanico dove l’autorità suprema (il presidente Trump) governa su vari gruppi, clan e nazioni, ognuno dei quali riconosce un unico capo, mantenendo al contempo le proprie identità e gerarchie interne, unificati sotto un’unica sovranità che garantisce ordine e stabilità.
Ma contro le intenzioni trumpiane sono scese in campo la Groelandia che preferisce restare con la Danimarca dichiarando che “non cercano il conflitto, ma la terra non è in vendita”; Mosca che ha fatto sapere che ritiene ‘inaccettabili le minacce degli Usa all’Iran’’ e che “l’aumento dei dazi ai partner di Teheran è un ricatto sfacciato”; la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning che ha manifestato, in primo luogo, la decisione della Cina di tutelare “con decisione i suoi legittimi diritti e interessi” e, in secondo luogo, che Pechino “ha sempre creduto che non ci sono vincitori delle guerre tariffarie”.
Stati Uniti, Iran e i limiti della forza militare
Riuscirà, allora, Trump nel suo obiettivo? Certo, come ha dichiarato Federico Rampini, anche se gli Stati Uniti interverranno militarmente in Iran, né la Russia impegnata in Ucraina, né la Cina scenderanno in guerra. In realtà, nonostante il suo declino, descritto da Niall Ferguson, l’America dispone della forza del primo esercito al mondo e dell’iper-potenza del suo apparato.
Secondo gli analisti economici, però, il progetto di Trump è di difficile realizzazione perché non basteranno annessioni e dazi per distruggere la potenza della Cina. Ci vuole ben altro, occorre recuperare ritardi ultra-decennali.
Cina e leadership tecnologica globale
La Cina ha costruito una strategia per diventare centro mondiale in settori come tecnologia, calcolo e intelligenza artificiale. “È il primo produttore mondiale di auto elettriche (70% della produzione globale) e tra il 2014 e il 2023 ha brevettato oltre 38.000 tecnologie di Ia generativa, sei volte più degli Usa. Nel 2022, la Cina – scrive Francesco Sylos Labini – ha superato gli Stati Uniti per produzione scientifica nelle scienze naturali nel Nature Index e ha continuato ad aumentare il vantaggio. La Cina spende circa un terzo degli investimenti mondiali in energie rinnovabili, contro il 15% degli Usa. Le aziende farmaceutiche cinesi iniziano più trial clinici di quelle statunitensi o europee”.
Ricerca scientifica e supremazia tecnologica
Secondo il Critical technology tracker dell’Aspi, la Cina è diventata “leader nella ricerca nel 90% delle tecnologie cruciali — un cambiamento radicale rispetto all’inizio del secolo”. La Cina è risultata al primo posto per la ricerca su 66 tecnologie, tra cui energia nucleare, biologia sintetica e piccoli satelliti; gli Stati Uniti guidano le restanti 8, tra cui il calcolo quantistico e la geoingegneria.
I risultati riflettono un’inversione radicale di tendenza. All’inizio di questo secolo, gli Usa erano leader in oltre il 90% delle tecnologie analizzate, mentre la Cina era in testa in meno del 5%.
Modelli di sviluppo: Occidente e Oriente a confronto
Secondo Rob Atkinson, presidente della Information technology & innovation foundation (Washington DC), questa differenza deriva da diverse concezioni della ricerca: gli Usa sono una “società della scienza”, dove il governo finanzia principalmente la ricerca fondamentale, con l’obiettivo idealistico di “produrre conoscenza per il bene del mondo”. Cina e Corea del Sud, al contrario, sono “società dell’ingegneria”, dove le risorse pubbliche sono concentrate su tecnologie avanzate e manifattura, e su ricerca a supporto di settori strategici.
“La Cina, e con essa tutto l’Oriente, è diventata la fabbrica del mondo già dagli anni 90 attraverso le delocalizzazioni delle imprese occidentali, coreane e giapponesi che sono state incentivate dal basso costo del lavoro e i laschi controlli ambientali. Ma questo quadro – osserva Sylos Labini – è completamente cambiato. Negli ultimi quindi anni in particolare c’è stata una evoluzione cruciale: il passaggio della Cina da semplice assemblatore a basso costo a innovatore ad alto valore aggiunto che rappresenta una delle forze economiche più dirompenti del nostro tempo”.
Socialismo con caratteristiche cinesi e futuro dell’Occidente
Un modello economico fondato sulla costruzione del cosiddetto “socialismo con caratteristiche cinesi” in cui lo Stato mantiene il controllo strategico sui settori chiave — risorse naturali, materie prime, finanza, infrastrutture e difesa nazionale — pur consentendo al mercato di operare come strumento di governance e regolazione. Un modello ibrido che promuove rendimenti a breve termine per stimolare l’iniziativa privata, ma al contempo permette una pianificazione a lungo termine e investimenti mirati su ricerca continua, innovazione e strategie.
Un modello non perseguibile in l’Occidente che però se vuole sopravvivere deve cambiare paradigma nel finanziamento e nello sviluppo della scienza e programmare una reindustrializzazione del sistema produttivo.
Pina Travagliante
Professore ordinario di Storia del pensiero economico presso l’Università degli Studi di Catania

