PALERMO – Prosegue la stagione in chiaroscuro del commercio in Sicilia, dove ormai da anni si assiste a una progressiva desertificazione del settore, sebbene non manchino alcuni elementi di moderata fiducia per il futuro. È questo il dato altalenante che emerge dal “Primo Rapporto sul commercio” realizzato a luglio 2026 dall’Ufficio studi di Confcommercio con il contributo dell’istituto Tagliacarne che offre uno spaccato del mondo del commercio al dettaglio del Paese.
Secondo il Rapporto, tra il 2018 e il 2023 la Sicilia ha perso il 6,9% dei punti vendita complessivi, riflettendo la dinamica negativa del territorio nazionale ma pur sempre meno “drammatica” rispetto ai numeri registrati dalle Regioni del Centro-Nord come Liguria (-11,9%), Friuli Venezia-Giulia (-12,5%) o Marche (-13%). Nel giro di un lustro, la rete dell’Isola si è ridotta a poco più di 53 mila attività.
Meno negozi ma più occupati: il paradosso del commercio siciliano nel primo trimestre 2025
La flessione maggiore del quinquennio si è registrata nel campo degli “esercizi specializzati” che hanno perso il 7,5% dei punti vendita. Gli “esercizi non specializzati” si sono assottigliati del 4,7% mentre nella categoria “altro commercio” – dove rientrano gli ambulanti e gli esercizi al dettaglio che vendono online, porta a porta e tramite distributori automatici – la perdita è stata del 5,3%.
Scendendo al cuore dell’analisi, Confcommercio mette in luce le difficoltà della rete dei negozi di prossimità. I piccoli negozi alimentari riescono pur tuttavia a contenere la contrazione con una perdita del -2,8% dal 2018 al 2023, mantenendosi ben distante dalle percentuali a doppia cifra di altre Regioni.
Per carburanti e tabacchi la crisi si traduce in una riduzione, anche in questo caso, del -2,8%, mentre la flessione diventa più ampia nel settore dei piccoli negozi Ict (-8,6%). Soffrono i prodotti per la casa e per la persona (-8,7%), così come gli esercizi culturali e ricreativi (-14%), e l’abbigliamento (-10,5%). Segno negativo, infine, anche per gli ambulanti che registrano una perdita del 12%.
Vi sono comunque dei segnali incoraggianti che riguardano l’aspetto della modernità. Alla voce “e-commerce, porta a porta, distributori automatici” la Sicilia segna un balzo del +24,8% che vale il quarto posto in Italia per crescita alle spalle di Valle d’Aosta (+26,5), Lombardia (+30,8%) e Puglia (+40,8%).
Aumentano gli addetti del commercio siciliano
Un altro dato resiliente – e di speranza per il settore del commercio – è quello dell’occupazione. Tra il 2018 e il 2023 gli addetti del commercio siciliano sono aumentati del 4,3%, superando la media nazionale. Gli addetti dei discount sono cresciuti del 44,3%, mentre nei supermercati l’incremento è stato del 4,1%. Numeri confortanti anche per quanto riguarda i grandi magazzini e gli empori dove viene indicata una crescita del 16,3%. Crescono gli occupati anche nei piccoli negozi alimentari (+11,4%) e nelle farmacie (+19%).
Il vero e proprio boom, poi, si registra nell’ambito delle grandi superfici di prodotti per la tecnologia con un +56%: è il dato migliore del Paese. I conteggi positivi non riescono comunque a nascondere il grande buco degli ipermercati dove si registra un dato negativo del -72,7%, risultato peggiore dell’intero Paese e che alimentano il trend negativo medio del Meridione (-36,7%).
Per quanto riguarda la densità commerciale, la Sicilia mantiene uno dei dati più alti del Paese: 11 esercizi ogni mille abitanti nel 2023, contro una media nazionale di 10,3. Ma il dato è in calo (-4,6% in cinque anni). Insomma, la capillarità del commercio al dettaglio nell’Isola rimane un punto di forza del settore, ma rischia di erodersi.
La tendenza siciliana ricalca quella del Meridione dove, sottolinea Confcommercio, emerge una “maggiore capillarità commerciale” rispetto ad altre aree del Paese, pur persistendo “minori opportunità di lavoro dipendente, che spinge o costringe all’auto-imprenditorialità” e “al funzionamento degli incentivi (resto al Sud o Zes)”.
Nel complesso, spiega Confcommercio, “molti fenomeni contribuiscono a una tenuta – relativa, non assoluta – del commercio al dettaglio nel Mezzogiorno” ma “il numero di negozi potrebbe, al Sud, presto scendere più velocemente che al Nord”.

