Verde urbano, disastro siciliano. Il fallimento dei sindaci ignavi - QdS

Verde urbano, disastro siciliano. Il fallimento dei sindaci ignavi

redazione

Verde urbano, disastro siciliano. Il fallimento dei sindaci ignavi

giovedì 07 Ottobre 2021 - 03:30

In media nei nove principali centri dell’Isola le aree verdi coprono solo l’1% del territorio comunale. Ma le amministrazioni, nonostante il caldo record e il mancato drenaggio delle precipitazioni

di Antonio Leo e Adriano Agatino Zuccaro

PALERMO – Città roventi in estate e strade che diventano “fiumi in piena” in autunno, come sta accadendo in questi giorni in Sicilia. Gli effetti del cambiamento climatico galoppante riguardano tutto il Pianeta e servono soluzioni globali, ma le amministrazioni locali che, negli ultimi settant’anni, hanno avallato uno sviluppo urbano scellerato e incompatibile con l’ambiente non sono esenti da responsabilità. D’altro canto gli ultimi dati Ispra segnalano come ancora nel 2020 il consumo di suolo abbia interessato 400 nuovi ettari siciliani: come se in un anno fosse sparito un intero polmone verde come quello del Parco della Favorita, a Palermo. Una marcia inarrestabile del cemento che non si è mai fermata e, in tutta Italia, avanza alla velocità di 2 metri quadrati al secondo.

In attesa di una legge che impedisca di consumare anche un solo centrimetro di nuovo suolo, più che mai urgente, è desolante vedere come i sindaci isolani, di fronte a fenomeni lampanti come quello delle isole di calore – cioè una differenza di temperatura di almeno 2 gradi centigradi tra le città e le aree rurali – non stiano facendo nulla o quasi per incrementare la quota di verde urbano disponibile, dando dunque un contributo alla “corsa” per ridurre la CO2.

Un dato su tutti: Milano, città che punta a diventare un modello europeo di sostenibilità, ha un programma per piantare ben tre milioni di alberi entro il 2030. Un piano ambizioso che parte comunque da una buona base: attualmente, stando alle ultime rilevazioni dell’Istat relative al 2019, il Capoluogo meneghino può contare su 25 milioni di metri quadrati di verde urbano. Per arrivare a questa cifra, in Sicilia, bisogna sommare tutto il verde sparso nei nove capoluoghi. Palermo, per esempio, conta circa 7 milioni e mezzo di metri quadri di verde, Catania 5,2 milioni, che è pressocché niente se si pensa che Agrigento, con circa un sesto degli abitanti, ne conta 5,5 milioni.

Ma cosa rientra nella categoria “verde urbano”? L’Istat ci mette dentro un po’ tutto: parchi, ville e giardini urbani di grandi dimensioni, quelli di interesse artistico, storico, paesaggistico, e/o di “non comune bellezza”, aree attrezzate (piccoli parchi e giardini di quartiere), arredo urbano (piste ciclabili, rotonde stradali, …), giardini scolastici, orti urbani, aree sportive all’aperto, aree destinate alla forestazione urbana, aree boschive, verde incolto, orti botanici, giardini zoologici e cimiteri.

Un vasto “mondo a tinte verdi” che può aumentare la qualità della vita nelle città, dove si stima che si concentrerà il 70% della popolazione mondiale entro il 2050. Per esempio, le aree verdi aiutano il drenaggio delle acque piovane e questo può essere di grande aiuto soprattutto in una regione come la Sicilia che si trova a fare i conti sempre più con piogge brevi e intense, le cosiddette “bombe d’acqua”. Non solo, il verde porta altri benefici come il filtraggio dell’aria, la micro-regolazione del clima, la creazione di isole acustiche naturali e la conservazione della biodiversità.
Negli spazi urbani dell’Isola, però, attualmente l’incidenza di alberi o semplici prati è ridicola: in media si attesta a poco più dell’1% della superficie comunale (1,4 per l’esattezza). Meglio di tutti fa Palermo con il 4,75%, seguono Catania 2,98, Agrigento 2,24, Messina 1,62, Siracusa 0,47, Ragusa 0,37, Trapani 0,15, Caltanissetta 0,12 ed Enna 0,09. Tutt’altri numeri troviamo soprattutto al Nord, con Sondrio che ha praticamente un terzo della superficie comunale “verde” (30,76%), a poca distanza Trento (30,40%) e Monza (21,97%). Si dirà che sono piccoli centri e non vuole dire niente: a Torino l’incidenza è del 15%, a Milano sfiora il 14.

La situazione sembra migliorare guardando i metri quadrati di verde per abitante, ma in realtà il dato restituisce un quadro poco significativo: Milano, per esempio, si attesta a 17,8 mq/ab, Catania a 18,3 mq/ab. Si tratta però di due aree con la stessa estensione (180 km2 circa), ma popolazione nettamente differente (1,3 milioni di residenti contro i 300 mila della Città dell’Elefante). In generale, secondo i dati Istat, nel 2019 meno di un terzo dei capoluoghi (31 su 109) superavano la media nazionale pari a 33,8 i metri quadri. Una media rispetto alla quale, a parte Agrigento che conta 94,9 metri quadri di verde pro capite, sono sotto tutti gli altri capoluoghi siciliani: Ragusa 23,3, Messina 15,2, Enna 12,2, Palermo 11,7. Addirittura si trovano sotto i 9 mq/ab previsti dalla legge ben tre città siciliane: Caltanissetta (8,3), Siracusa (8,2) e Trapani (6,1).

La scarsa densità di verde urbano è strettamente correlata, come è ovvio, anche alla mancanza di investimenti da parte delle Amministrazioni siciliane. Il Capoluogo lombardo investe 37,65 euro per abitante, Messina 8,47, Ragusa 5,69 solo per fare alcuni esempi. Bene anche Bologna che supera – di poco – i 30 euro per abitante; mentre con 24,6 euro per cittadino troviamo Torino. Roma e Napoli spendono meno, rispettivamente 23,72 e 18,31 euro per abitante.

I dati mostrano per ogni comune italiano la spesa totale e la spesa pro capite destinata a “Tutela, valorizzazione e recupero ambientale”. Da notare che spesso le amministrazioni non inseriscono le spese nella voce dedicata, a discapito di un’analisi completa. Non sono disponibili i dati di alcuni Enti perché alla data di pubblicazione non risultano accessibili i rispettivi consuntivi 2019. Openbilanci, che ha analizzato i rendiconti dal 2016 al 2019, sottolinea come “spese maggiori o minori non implicano necessariamente una gestione positiva o negativa della materia”, ma appare evidente – aggiungiamo noi – che tali dati incrociati a quelli già citati forniscono un quadro a tinte fosche sulle performance siciliane che vanno invertite al più presto.

Piogge devastanti? Colpa del consumo di suolo: “Le acque non vengono assorbite dal terreno”

Parla Michele Orifici, presidente siciliano della Società di geologia ambientale: “Al posto di fabbricati fatiscenti creare spazi e aumentare le aree verdi. In Sicilia situazione critica a causa dell’eccessiva urbanizzazione”

Michele Orifici, presidente di Sigea Sicilia (Società italiana di geologia ambientale), fornisce al Qds una lettura dei dati sul verde urbano e parla di strategie per mitigare gli allagamenti e del ruolo cruciale delle aree interne.
In che modo il verde urbano può mitigare il dissesto idrogeologico? Quali azioni “green” dovrebbero intraprendere i sindaci?
“Più viene impermeabilizzato il suolo e più le acque non vengono assorbite dal terreno con deflusso superficiale e rischio di allagamenti nel contesto urbano. Sul consumo di suolo i dati parlano chiaro. Per mitigare il fenomeno laddove si realizzano delle pavimentazioni bisogna utilizzare tecniche innovative che consentono l’assorbimento del suolo. Oggi ci sono dei sistemi permeabili che si utilizzano in modo particolare nei parcheggi dei centri commerciali e che vengono prescritti nelle autorizzazioni. Questa sensibilità sta iniziando ad aumentare ma siamo molto lontani dagli obiettivi che bisogna imporsi. Con gli obblighi di legge dal punto di vista idraulico quando viene approvato un progetto viene chiesta una verifica per valutare se la nuova struttura può alterare l’equilibrio idraulico e idrogeologico dell’area in cui insiste, si tratta del principio di invarianza idraulica. Secondo quest’ultimo, bisogna prevedere delle vasche per contenere le acque e distribuirle gradualmente nei recapiti naturali o dei sistemi di assorbimento al suolo. Tutto ciò deve passare da una maggiore sensibilità da parte degli uffici dei comuni e degli enti preposti per garantire un equilibrio idraulico ed evitare un sovraccarico di deflusso superficiale durante le piogge in un periodo in cui gli eventi climatici hanno portato piogge concentrate in un lasso di tempo brevissimo e siccità per lunghi periodi”.

Demolire gli edifici abbandonati e prevedere aree verdi al loro posto può essere una strategia vincente? In che modo si può “combattere” l’eccessiva urbanizzazione?
“Assolutamente sì, è una strategia vincente. Nei piccoli comuni montani lo spopolamento è stato accentuato negli ultimi decenni e oggi ci ritroviamo con fabbricati fatiscenti che non vuole più nessuno e non vengono valorizzati. In questi casi l’ideale sarebbe creare degli spazi e aumentare le aree verdi. La situazione delle città siciliane è critica proprio in virtù dell’eccessiva urbanizzazione e del consumo di suolo all’interno delle stesse. Lo spopolamento dei comuni montani (dovuto anche al fatto che negli ultimi decenni l’agricoltura ha garantito sempre meno rendita nelle aree interne) ha portato sempre più all’abbandono dovuto a mancanza di servizi (uffici postali, infrastrutture…). Ciò ha portato ad una richiesta di urbanizzazione sempre maggiore nelle aree in cui ci sono più servizi a disposizione: aree costiere, grandi città. Al fenomeno dello spopolamento delle aree interne sono legati incendi e dissesto idrogeologico dovuti spesso allo stato di abbandono. Ciò si ripercuote nelle parti più basse del bacino idrogeografico cioè le aree urbanizzate. In un evento meteorico eccezionale le acque miste a fango si riversano nelle città che si allagano. Bisogna cercare soluzioni per mitigare il rischio idraulico e lavorare coi fondi del Pnrr affinché si possa investire nelle aree interne facendo sì che la popolazioni vi ritorni con rendite garantite dall’agricoltura. Ciò determinerà un minore rischio incendi derivante dall’interesse a tenere pulite determinate aree boschive. Ci vuole un’azione concertata e non mirata esclusivamente alle grandi città. Quello che succede a monte poi ha conseguenze nelle zone urbanizzate a valle”.

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