Victim blaming, quando le colpe ricadono sulla vittima - QdS

Victim blaming, quando le colpe ricadono sulla vittima

redazione

Victim blaming, quando le colpe ricadono sulla vittima

martedì 08 Marzo 2022 - 09:00

La fase dello s-velamento è faticosa perché è difficile trovare quelle parole che possano essere capaci di rappresentare un tale dolore e cose ‘indicibili’ da raccontare

La ‘resistenza’ a parlare di ciò che sta accadendo all’interno della coppia, con il partner o con un altro con cui si è in relazione, spesso dipende dal forte imbarazzo nel raccontare comportamenti ‘strani’, per la paura di non essere creduti. Spesso la fase dello s-velamento è faticosa perché è difficile trovare quelle parole che possano essere capaci di rappresentare un tale dolore e cose ‘indicibili’ da raccontare. Chi subisce un comportamento maltrattante e/o violento nel parlare di ciò può sentirsi dire “ma magari stai esagerando” o “ è impossibile che tuo marito si comporti così con te”, per cui un atteggiamento di ‘rifiuto’ in chi ascolta può rischiare di ‘inibire e reprimere’ una richiesta di aiuto da parte della vittima. Anche per i familiari a volte è difficile credere alle denunce delle donne e questo porta a non denunciare subito.

Quando si arriva alla denuncia, spesso alla vittima si chiede di dare spiegazioni in merito alla violenza subita, invece di prestarle assistenza. Questo atteggiamento in termini tecnici si chiama victim blaming: cioè far ricadere sulla vittima la responsabilità, anche solo parziale, della violenza che questa ha subito, invece di guardare al reale responsabile. Questa è una questione particolarmente delicata nel caso della violenza sessuale e della violenza domestica, dove la complessità del sistema giuridico, ma anche la mancata sensibilizzazione ed empatia in contesti in cui la vittima si ritrova dopo aver sporto denuncia, portano spesso e volentieri al fenomeno conosciuto come “vittimizzazione secondaria”. Ciò avviene perché si parte, spesso anche inconsciamente, dal presupposto di dover trovare una qualche incoerenza nella narrazione che porti la denuncia a perdere fondamento, minando quindi la credibilità della vittima.

Il caso di Margherita, che dopo il matrimonio e la nascita della prima figlia vive la ‘disillusione’ di una relazione matrimoniale fatta in un primo periodo di attenzioni e carezze e si ritrova quasi ‘reclusa’ in casa con un uomo violento che è costretta a servire, assecondando comportamenti ossessivi e perversi, isolandola da tutto e tutti, per cui vive all’interno di una relazione coniugale asimmetrica e sbilanciata, da cui ella non riesce a difendersi. Paradossalmente arriva il Covid, e la situazione di costrizione che vive le si palesa ne è più consapevole, quando le viene proibito di comunicare con alcuno per un conforto e per sapere come stanno i suoi familiari. Margherita reagisce e riesce con la bimba piccola a scappare da casa e a chiedere aiuto. Denuncia. Difficile però è dimostrare anni e anni di molestie e maltrattamenti. L’iter giuridico sarà lungo e contrastato, ma la capacità di chi sa ascoltare porterà alla ‘giusta’ sentenza.

La formazione dei professionisti che svolgono un qualsiasi ruolo all’interno del percorso di uscita dalla violenza della donna, dalle forze dell’ordine che hanno spesso il primo contatto, ai professionisti sanitari, assistenti sociali e psicologi, fino ad avvocati e giudici devono avere competenze e sviluppare una adeguata ‘empatia’ con chi ‘dice e dichiara’ di avere subito violenza, ‘saper ascoltare’ senza pregiudizi. Tutte le parti coinvolte devono essere formate sulle questioni di genere per prestare la massima assistenza, riconoscere i segnali della violenza e agire di conseguenza, con le parole giuste.

Malgrado la complessità normativa e degli interventi di assistenza, denunciare è importantissimo. Come anche ‘ il saper’ ascoltare e saper parlare con le vittime di violenza e indurle ad esplicitare quello che sta succedendo. In questi casi, è opportuno richiedere un sostegno esterno, in particolare ai centri antiviolenza, come anche ai professionisti che hanno riconosciute competenze in grado di supportare le vittime, nel faticoso processo di narrazione e di denuncia.

Tag:

0 commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Commenta

Registrazione n. 552 del 18-9-1980 Tribunale di Catania
Iscrizione al R.O.C. n. 6590


Ediservice s.r.l. 95126 Catania - Via Principe Nicola, 22

P.IVA: 01153210875 - Cciaa Catania n. 01153210875


SERVIZIO ABBONAMENTI:
servizioabbonamenti@quotidianodisicilia.it
Tel. 095/372217

DIREZIONE VENDITE - Pubblicità locale, regionale e nazionale:
direzionevendite@quotidianodisicilia.it
Tel. 095/388268-095/383691 - Fax 095/7221147

AMMINISTRAZIONE, CLIENTI E FORNITORI
amministrazione@quotidianodisicilia.it
PEC: ediservicesrl@legalmail.it
Tel. 095/7222550- Fax 095/7374001

Direttore responsabile: Carlo Alberto Tregua direttore@quotidianodisicilia.it

Raffaella Tregua (vicedirettore)
vicedirettore@quotidianodisicilia.it

Dario Raffaele (redattore)
draffaele@quotidianodisicilia.it

Carmelo Lazzaro Danzuso (redattore)
clazzaro@quotidianodisicilia.it

Patrizia Penna (redattore)
ppenna@quotidianodisicilia.it

Antonio Leo (redattore)
aleo@quotidianodisicilia.it

redazione@quotidianodisicilia.it

Telefono 095.372684