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Vino, Fivi: il 51% delle Cantine denuncia tensioni di liquidità

Vino, Fivi: il 51% delle Cantine denuncia tensioni di liquidità

A Vinitaly presentato studio di Invernizzi AGRI Lab di SDA Bocconi

Milano, 13 apr. (askanews) – Il 51% delle Cantine segnala frequenti pressioni di liquidità, il 56% reagisce agli imprevisti tagliando spese e investimenti e il 54% non utilizza mai linee di debito a breve termine. Sono i dati più netti della nuova ricerca realizzata dall’Invernizzi AGRI Lab di SDA Bocconi School of Management con il sostegno di Crédit Agricole Italia e in collaborazione con la Federazione italiana vignaioli indipendenti (Fivi), presentata a Verona il 13 aprile. Lo studio si basa su 396 risposte raccolte tra i soci Fivi, su una platea complessiva di circa 1.800 aziende associate.

Il campione conferma il peso delle realtà di dimensione contenuta. Le aziende con fatturato fino a 100mila euro sono 127, quelle tra 100.001 e 200mila euro 97, tra 200.001 e 350mila euro 82, tra 350.001 e 700mila euro 48, mentre 38 superano i 700mila euro. Anche sul fronte della superficie vitata prevalgono le strutture più piccole: 119 aziende hanno fino a 5 ettari, 151 tra 5 e 10 ettari, 89 tra 11 e 20, 30 tra 21 e 50 e solo 5 superano i 50 ettari. La distribuzione geografica copre l’intero Paese, con 109 aziende nel Nord-Ovest, 128 nel Nord-Est, 88 al Centro e 71 tra Sud e isole.

Il dato che domina la ricerca resta però quello sulla liquidità. Nelle aziende vitivinicole verticali, cioè quelle che seguono l’intero ciclo produttivo dalla vigna alla bottiglia, il capitale circolante assorbe risorse per tempi lunghi. Più si allunga il ciclo tra pagamenti, incassi e permanenza del vino in magazzino, più aumenta la quota di imprese che dichiara pressioni finanziarie. La media complessiva si attesta appunto al 51%, segnalando una vulnerabilità che non nasce da dinamiche speculative, ma dalla struttura stessa del settore.

Quando si verifica un evento negativo, la risposta prevalente non passa da un maggiore ricorso alle banche. Il 56% delle aziende afferma di intervenire riducendo spese e investimenti, il 28% utilizza risparmi aziendali e soltanto il 12% ricorre a più debito bancario. Lo stesso orientamento emerge nell’uso degli strumenti di breve periodo: il 54% non ha mai utilizzato fidi, anticipo fatture o altre linee di debito a breve termine, il 17% lo fa meno di due volte l’anno, il 7% più volte ma non stabilmente, mentre il 22% vi ricorre in modo continuativo.

Anche sul credito di medio-lungo termine prevale una relazione selettiva. Tra le difficoltà più citate compaiono tassi troppo alti, indicati dal 25% delle risposte multiple, garanzie considerate eccessive, al 18%, tempi lunghi di valutazione, al 16%, e importi inferiori al necessario, al 9%. Il 17% dichiara di non aver chiesto finanziamenti, mentre il 15% non segnala particolari ostacoli. Il quadro che ne esce è quello di Cantine che non escludono il credito, ma continuano a considerarlo uno strumento da usare con cautela.

La crescita resta un obiettivo ma viene letta soprattutto come rafforzamento industriale e commerciale. In caso di apertura a nuovi capitali, la priorità più citata è mantenere il controllo dell’azienda, con 208 indicazioni nelle risposte multiple. Seguono la ricerca di competenze e contatti, non solo capitale, con 155 indicazioni, la volontà di limitare l’aumento dei debiti con 77 e l’esigenza di tempi di rimborso sostenibili con 71. Le ragioni che potrebbero portare all’ingresso di nuovi capitali riguardano innanzitutto marketing, promozione e vendita, con 174 indicazioni, e nuovi investimenti produttivi, con 140. La liquidità aziendale, con 86 indicazioni, arriva dopo.

Anche il profilo del partner ritenuto più utile va nella stessa direzione. Nelle diverse classi di fatturato, distributori e importatori risultano in generale più attrattivi degli investitori finanziari. L’eventuale apertura del capitale viene quindi interpretata soprattutto come una leva per allargare i mercati, rafforzare i contatti e acquisire competenze, più che come una risposta immediata a esigenze di cassa. La medesima logica emerge quando si guarda alla crescita per acquisizioni. Le principali motivazioni indicate dalle aziende sono l’ingresso in nuovi mercati, con 207 risposte, lo sviluppo di attività collaterali, con 161, e l’aumento della capacità produttiva, con 82. Quanto alle modalità di finanziamento, il 44% sceglierebbe una combinazione di debito e capitali propri, il 38% soltanto capitali propri e il 18% solo debito. Anche in questo caso prevale un’impostazione graduale, che punta a difendere l’equilibrio aziendale.

Le operazioni straordinarie, almeno per ora, restano infatti una prospettiva limitata. Il 58% delle aziende dichiara di non starle considerando, il 10% le colloca tra le ipotesi remote e il 21% afferma che potrebbe valutarle. Le situazioni già attuali sono minoritarie: il 6% riguarda ipotesi di dismissione, il 3% casi di crescita aziendale e il 2% acquisizioni. Più che una chiusura di principio, la ricerca mostra una selezione molto rigida: questi strumenti vengono considerati solo quando possono sostenere un progetto preciso.

Luca Ghezzi, coordinatore della ricerca e docente di SDA Bocconi, ha spiegato che dallo studio emergono due indicazioni chiare. La prima riguarda il capitale circolante, che rappresenta un impiego importante per le aziende vitivinicole verticali e che, per effetto dei lunghi cicli produttivi e del disallineamento tra incassi e pagamenti, può generare pressioni finanziarie da gestire con attenzione. La seconda riguarda le scelte di crescita per vie esterne, che non rispondono primariamente a esigenze finanziarie, ma alla ricerca di competenze, accesso ai mercati e rafforzamento strategico. Ne deriva – ha detto – un modello imprenditoriale che privilegia controllo e continuità aziendale e adotta in modo selettivo strumenti finanziari e operazioni straordinarie.

Rita Babini, presidente Fivi, ha osservato che le aziende dei vignaioli indipendenti sono profondamente ancorate alla terra e alla produzione, lontane da dinamiche speculative, e investono le proprie risorse soprattutto in impianti e terreni. Il 51% di imprese che dichiara frequenti pressioni sulla liquidità – ha aggiunto – è un dato legato anche alla natura del settore: i vini di qualità escono dalla cantina molti mesi o anni dopo la vendemmia, mentre un nuovo vigneto inizia a restituire l’investimento solo dopo quattro o cinque anni. In questo contesto, ha sottolineato, la puntualità dei flussi finanziari esterni diventa decisiva, perché ritardi e incertezze possono frenare la propensione agli investimenti e ridimensionare i piani di sviluppo.

La fotografia che emerge dalla ricerca restituisce così un modello produttivo solido nella sua identità, ma esposto a una pressione finanziaria strutturale. I vignaioli indipendenti continuano a investire, cercano nuovi mercati e difendono l’autonomia delle proprie Cantine, ma si muovono dentro una cornice che impone prudenza, tempi lunghi e margini ridotti di errore. È su questo equilibrio, più ancora che sulla semplice capacità di crescere, che oggi si misura la sostenibilità economica del vino indipendente italiano.