Milano, 19 mag. (askanews) – A Roma ha preso il via “Mario Soldati, il gusto di raccontare l’Italia”, un talk show internazionale che usa i 120 anni dalla nascita dello scrittore, giornalista e regista per misurare quanto il suo modo di raccontare cibo, vino e territori abbia ancora da dire nell’epoca dei social, del “food porn”, dell’”overtourism” e dell’IA. Il progetto è stato voluto da Chiara Soldati, cugina dell’autore e quarta generazione dell’Azienda La Scolca, insieme con l’Associazione Mario Soldati, con il patrocinio di Ita, Masaf e Verona Fiere Vinitaly. Dopo la tappa inaugurale del 18 maggio alla sede dell’Associazione Stampa Estera, il calendario prevede un secondo appuntamento il 6 ottobre alla Fondazione Mondadori di Milano, poi New York il 26 ottobre durante Vinitaly Usa e infine Londra il 18 novembre a Casa Italia.
Il punto non è trasformare Soldati in un’icona buona per ogni stagione: prima che il racconto del gusto diventasse un flusso continuo di immagini, lo scrittore aveva già messo a fuoco un metodo fondato sull’osservazione, sul tempo del viaggio, sull’ascolto e sul rapporto diretto con chi il vino e il cibo li produceva davvero. Per questo viene riletto oggi come un autore capace di opporsi, ancora adesso, alla standardizzazione del gusto e alla perdita di contesto.
A coordinare il debutto romano è stata la giornalista Rai, Anna Scafuri, mentre Stefano Carboni, Marcello Masi e Manuela Zennaro hanno discusso del contrasto tra il viaggio lento di Soldati e il turismo di massa. Chiara Soldati e Cristina Mercuri si sono soffermate sull’accessibilità del vino e del cibo, in aperta distanza da un racconto sempre più elitario. Isabella Perugini ha spostato il discorso sul rapporto fra televisione, TikTok e nuovi media, chiedendosi come avrebbe usato oggi questi strumenti un autore che aveva fatto dell’autenticità una cifra precisa del suo lavoro.
Dentro questa rilettura il vino resta centrale. Il richiamo a “Vino al vino” serve a riportare il calice fuori da una narrazione solo estetica, o peggio decorativa, e a restituirgli il suo legame con il lavoro agricolo, con i territori e con le persone. È anche il punto su cui gli interventi hanno insistito di più: raccontare bene il gusto non significa alzare il volume dell’immagine, ma restituire profondità a ciò che si vede.
“L’obiettivo dell’iniziativa non è celebrare passivamente un cognome o spolverare un archivio ma far camminare il pensiero genuino e l’insaziabile curiosità di Mario Soldati sulle gambe delle nuove generazioni, trasformandoli in strumenti vitali per decodificare il domani” ha precisato Chiara Soldati, spiegando che “la sua modernità risiede nella libertà di espressione, nella capacità di rendere popolare ciò che era colto e viceversa, interfacciandosi con le storie in modo completamente umano. È questa – ha concluso – la chiave che ha reso grande il suo messaggio: il suo modo unico di guardare il mondo e di intendere il cibo e il vino come esperienza sentimentale, fondata nella lentezza a tavola, nel consumo moderato e nella ricerca dell’origine”.
Cristina Mercuri ha legato questa eredità al linguaggio con cui oggi si parla di vino: l’espressione content creator dovrebbe significare creare contenuti dando profondità ed essendo onesti nel farlo: proprio questo l’approccio che nel secolo scorso Mario ci ha regalato e che dovrebbe oggi ispirare il mondo del vino in termini di divulgazione, così da avvicinare soprattutto le nuove generazioni, coniugando tecnica e romanticismo, qualità e sensibilità”.
“La modernità di Mario Soldati non risiede soltanto nell’aver intuito con straordinario anticipo i linguaggi crossmediali ma soprattutto nell’aver compreso prima degli altri che il cibo e il vino potessero diventare strumento straordinario per raccontare una terra” ha dichiarato Manuela Zennaro, aggiungendo che “oggi siamo abituati a vedere il cibo ovunque, sui social e in tv ma è spesso un’immagine spettacolarizzata e staccata dal contesto”.
“Grazie a Soldati – ha chiosaato Isabella Perugini – il cibo esce dalla sola dimensione gastronomica, come il vino esce dall’analisi tecnica ed entrambi diventano vissuto. Ha infatti saputo utilizzare la televisione sia in modalità di inchiesta che di letteratura con un profondo senso di umiltà, alla base del suo lavoro”.

