Violenza sulle donne, i “buchi” del ddl Roccella

Violenza sulle donne, tra ddl Roccella e denunce inascoltate: tutti i buchi delle nuove regole

Filippo Calascibetta

Violenza sulle donne, tra ddl Roccella e denunce inascoltate: tutti i buchi delle nuove regole

Ivana Zimbone  |
sabato 25 Novembre 2023

Violenza economica, violenza istituzionale e assenza di tutele da parte dello Stato rendono la libertà delle vittime ancora troppo lontana

La violenza sulle donne – nelle sue svariate forme – è tremendamente concreta, reale. Come non lo sono, invece, i contenuti dei proclami di chi se ne ricorda esclusivamente in occasione del 25 novembre e dell’8 marzo. Sono già 106 le vittime di femminicidio quest’anno, che rappresentano soltanto la punta di un gigantesco iceberg che si fa fatica a portare a galla in assenza di strumenti adeguati e che rende l’autodeterminazione delle donne un percorso a ostacoli.

Il nuovo ddl Roccella è l’ennesimo intervento normativo per contrastare i reati di genere, accanto al rinnovato invito rivolto alle donne di denunciare i propri aggressori. Ma le cose stanno davvero così? Sulle nuove norme luci e ombre, mentre restano invariati i problemi quotidiani che impediscono a molte vittime di liberarsi dai propri aggressori. A spiegarlo a QdS.it è Anna Agosta, presidente dell’associazione antiviolenza di Catania Thamaia e membro del Consiglio direttivo dell’associazione nazionale D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza.

Ddl Roccella, i rischi dell’ammonimento e i finanziamenti inesistenti

Con l’approvazione del ddl Roccella, ok all’arresto differito e a misure più stringenti. Cosa ne pensa della nuova normativa? E del “no” della destra all’educazione sessuale a scuola?

“Questo ddl è stato presentato come un’azione di prevenzione, ma si tratta di una definizione fuorviante. È vero che ci sono alcuni correttivi importanti, come il coordinamento tra l’autorità giudiziaria e le forze di polizia quando cessa la misura cautelare, oppure la criminalizzazione dell’ordine di protezione emesso in sede civile e la maggiore disponibilità del braccialetto elettronico, ma è anche vera l’assoluta carenza di misure di prevenzione. Si tratta dunque di un’altra legge securitaria che affronta la violenza maschile sulle donne come un fenomeno emergenziale, quando si tratta di un fenomeno socio-culturale.
Del ddl non sono nemmeno chiare le iniziative formative. Eppure, senza una formazione capillare di tutti gli operatori e le operatrici che entrano in contatto con le donne vittime di violenza – e quindi anche dei magistrati – rischiamo, ancora una volta, che questo decreto sia l’ennesima dichiarazione d’intenti che poi, però, non porta risultati concreti”.

“Con la Rete nazionale abbiamo anche espresso le nostre perplessità sull’eccessivo ricorso alle forze di polizia e all’ammonimento, perché possono essere davvero pericolosi per le donne che decidono di denunciare. Senza considerare che per tutte queste misure del decreto non è stato stanziato un solo euro; per cui si rischia, per esempio, di non avere nemmeno la disponibilità dei braccialetti elettronici che si vogliono impiegare. Infine questa legge non coinvolge i centri antiviolenza che, da oltre quarant’anni, si occupano del fenomeno e fanno attività di sensibilizzazione all’interno delle scuole, dall’infanzia all’università”.

Nessun supporto economico per donne e bambini vittime di violenza maschile, nemmeno per casa e lavoro

Sono ancora troppo poche le donne che lavorano in Italia e quelle che lo fanno sono per lo più impiegate part time per compensi ridotti rispetto a quelli dei colleghi uomini. Le donne che subiscono violenza, soprattutto se in presenza di figli, vivono la doppia difficoltà di doversi allontanare dal compagno senza riuscire però a essere economicamente indipendenti, né avere assistenza per i figli. Quali sono gli strumenti di cui possono avvalersi e quali le proposte di Thamaia in tal senso?

“Il 30% delle donne che si rivolge a noi vive situazioni di violenza economica, perché ha dovuto lasciare il lavoro o non ha potuto mai accedere al mondo del lavoro. Bisogna dire che non tutte le donne che subiscono violenza – e ce ne sono molte appartenenti al ceto medio-alto – hanno difficoltà economiche, ma che certamente queste ultime siano un grande ostacolo alla fuoriuscita dalla relazione violenta e alla richiesta di aiuto. Alcune si ritrovano senza lavoro e nella situazione di dover mantenere se stesse e i figli, nonché indebitate a causa del marito che, nel frattempo, le ha costrette a intestarsi società e mutui, a spendere eredità e altri risparmi. Per sostenere queste donne abbiamo attivato, con la Rete D.i.Re. e Thamaia, delle doti destinati alle donne per l’autonomia lavorativa e abitativa, per il supporto delle spese legate ai figli (scuole, doposcuola, sport, babysitter). Tuttavia, dobbiamo sottolineare che lo facciamo da noi, perché non riceviamo alcun finanziamento da parte dello Stato. In alcuni casi, le nostre borse lavoro si sono concretizzate in assunzioni, in altri si è trattato comunque di uno stipendio per 6-8 mesi che ha dato l’opportunità alle donne di rimettersi in gioco e di imparare un mestiere”.

“In questo momento stiamo attivando quattro borse lavoro per quattro donne, una delle quali prevede anche un supporto per la gestione dei figli. Quando si tratta di donne, dunque, bisogna guardare più in là del semplice allontanamento dall’aggressore per garantire pari opportunità.
Una nostra assistita in casa rifugio, per esempio, ha uno stipendio dichiarato di €600 e svolge anche lavori in nero per poter vivere. Ma non può uscire dalla casa rifugio, dove la stanno mettendo alla porta per non pagare più la sua retta, perché nessuno è disposto ad affittarle una casa, nonostante la nostra associazione sia disponibile a pagare cauzione, elettrodomestici e altri piccoli lavori in ingresso.
Nonostante le molteplici difficoltà, noi continuiamo a fare il nostro massimo. Da anni abbiamo attivato uno sportello dedicato al lavoro con un’operatrice specializzata, affiancata da un avvocato”.

Per legge i padri dovrebbero sempre contribuire al mantenimento e all’educazione dei figli. Ma accade spesso che, a seguito della separazione, a tali doveri, occultando i propri redditi e rendendo quindi impossibile il recupero del credito. In queste particolari situazioni, quali sono le tutele previste dallo Stato?

“Si tratta di una condizione ricorrente tra le donne che seguiamo, nonché di un’ulteriore forma di controllo della vita della donna e di ricatto utilizzata dagli uomini violenti che vengono lasciati, atta a ridurre sul lastrico l’ex, coinvolgendo pure i figli. Tuttavia, per legge, non esiste una corsia preferenziale per le donne che subiscono violenza. Se l’uomo non dichiara reddito, non c’è nulla da aggredire e lo Stato non dà nulla, non interviene al suo posto. Al massimo la donna può denunciarlo penalmente (art. 570 c.p.) per mancata corresponsione del mantenimento”.

Violenza sulle donne, i numeri di denunce e misure cautelari richieste a Catania, Anna Agosta: “Si valuti il rischio in itinere”

La procuratrice aggiunta del Tribunale di Catania Marisa Scavo ha fatto sapere che le donne che hanno denunciato – per maltrattamenti in famiglia, stalking e lesioni volontarie aggravate – per nei primi 11 mesi del 2023 sono state 1545, ma le misure cautelari richieste sono state solo 292. Come commenta questo dato?

“Quello che auspico – proprio per la necessità di formazione degli operatori di cui ho già parlato prima – è che per ogni caso sia stata fatta un’adeguata valutazione del rischio, cosicché sia arrivata la richiesta di una misura corrispondente adeguata alla pericolosità delle condotte agite. Succede anche con casi poi finiti in femminicidio, come accaduto purtroppo a Vanessa Zappalà, che il giudice chieda delle misure cautelari adeguate che poi non vengono accettate. Quindi, per controllare la pericolosità va fatta una valutazione adeguata del rischio in itinere. La situazione va monitorata, perché questi reati ci insegnano che ci può essere un’escalation a seguito della denuncia che può portare la donna a morire o comunque a subire violenza ancora più efferata”.

Dalle case rifugio ai centri per uomini autori di violenza: “No a violenza istituzionale e sconti di pena”

La maggior parte delle donne vittime di violenza maschile rifiuta l’opportunità di recarsi in strutture protette a indirizzo segreto, oppure le abbandona dopo pochi giorni. Come mai accade questo e come evitare che torni in casa dall’aggressore?

“Gli sforzi delle istituzioni dovrebbero essere sempre più rivolte ad allontanare l’aggressore dal tetto coniugale e non la donna con i suoi figli. Troppo spesso accade che il rifiuto della vittima a recarsi in una struttura a indirizzo segreto finisca per colpevolizzarla e rivittimizzarla, ovvero per essere interpretato come un’evidenza di basso rischio. Bisogna invece considerare che non sempre queste strutture si rivelano il luogo ideale per affrontare quei momenti particolari: possono trovarsi molto lontane dal territorio di provenienza della donna, con la conseguenza dell’interruzione di tutti i rapporti, di lavoro e non, suoi e dei suoi figli; comportano la convivenza e la condivisione degli spazi con altre donne e altri bambini traumatizzati, nonché l’osservanza di rigide regole, non solo a tutela della donna in questione, ma anche della segretezza dell’indirizzo. La casa rifugio dovrebbe per questo rappresentare l’estrema ratio, preferendo soluzioni alternative, come le abitazioni della rete familiare e amicale”.

“Per evitare che le donne tornino dal proprio aggressore bisogna intanto che chiedano il supporto di un centro antiviolenza, dove possono cominciare un percorso che – a prescindere dalla volontà di denunciare o meno l’aggressore – le metta nelle condizioni psicologiche ed economiche di non voltarsi indietro. A differenza di tutti gli altri supporti, quello dei centri rispetta al 100% l’anonimato, la volontà e i tempi di elaborazione dell’assistita. Le dinamiche tipiche delle relazioni violente – che coinvolgono rapporti affettivi e familiari e che vanno comprese senza giudizi da parte delle istituzioni – fanno sì, viceversa, che le donne possano ritrattare le dichiarazioni fornite in sede di denuncia. A dimostrarlo, l’alto tasso di archiviazioni”.

Da qualche anno si parla dei centri per uomini autori di violenza, che offrono agli autori di violenza fisica, psicologica, economica, sessuale o di stalking nei confronti della partner o ex partner la possibilità di partecipare a un percorso di modifica del loro comportamento. Sono davvero efficaci? E quali rischi comportano, anche in sede processuale?

“I CUAV devono avere adesso una serie di criteri imposti dalla Conferenza Stato-Regioni su cui bisogna vigilare. Ad oggi non esistono però dati sulla buona riuscita di questi percorsi e ci sono già stati casi in cui i soggetti inseriti hanno successivamente commesso il femminicidio che si voleva evitare”.

“Se questi percorsi partono dal riconoscimento dell’autore della violenza, va bene; ma bisogna evitare a tutti i costi il rischio che vengano utilizzati per ottenere sconti di pena, per dimostrare che l’uomo violento sia stato in breve tempo ‘recuperato’ o che sia stato ‘curato’ da una qualche patologia inesistente. I dati ci dicono che gli uomini violenti non hanno alcun disagio psichico, né dipendenze nel 90% dei casi. Questi fattori, semmai, non sono la causa delle violenze ma ulteriori fattori di rischio che possono acuirla; perché fuori dalla relazione affettiva, questi stessi uomini si dimostrano perfetti colleghi e amici, le persone ‘perbene’ che tutti definiscono”.

“Questi centri, dunque, non sono né di recupero, né di rieducazione come i SERT. E siamo contrarie alla pratica adottata da alcuni di loro, cosiddetta ‘contatto partner’, che consiste nell’informare la donna del fatto che il marito o compagno sia stato preso in carico, generando in lei false aspettative di cambiamento e responsabilizzandola sulla segnalazione di eventuali comportamenti violenti posti in essere in casa durante il percorso”.

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