Trent’anni, un lavoro e uno stipendio. E non potersi comunque permettere una casa propria, perlomeno non necessariamente. In Sicilia, per molti giovani adulti l’indipendenza economica è in perenne equilibrio precario. Costantemente divisi tra reddito, affitto e spese quotidiane i siciliani dai trent’anni in su non conoscono spesso la stabilità.
Così, quella che un tempo sembrava una tappa naturale della vita adulta, ovvero lasciare la casa dei genitori, può diventare una scelta rimandata. Oppure, talvolta, in un progetto possibile soltanto dividendo l’affitto con qualcun altro. L’Italia in generale si posiziona in basso alla classifica: il quadro italiano è tra quelli in cui l’uscita dalla famiglia di origine avviene più tardi in Europa.
Secondo l’Istat l’età media dei giovani che lasciano casa è di 30,1 anni
Stando agli ultimi dati del 2024, l’età media nella quale i giovani italiani hanno lasciato la casa dei genitori è stata di 30,1 anni, a fronte della media Ue di 26,2 anni. L’Italia è difatti al quarto posto tra i Paesi dell’Unione per età più alta di uscita dalla famiglia d’origine, dietro Croazia, Slovacchia e Grecia.
Secondo Istat, inoltre, oltre due terzi dei 18-34enni italiani vivevano ancora con i genitori nel 2024. I prossimi dati aggiornati si attendono ancora più allarmanti. L’Istituto individua tra i fattori alla base di questa permanenza proprio la precarietà lavorativa, le difficoltà di accesso alla casa e l’incertezza economica.
Non è quindi soltanto una questione culturale. La famiglia può diventare anche una sorta di ammortizzatore economico: permette di ridurre o azzerare il costo dell’abitazione e di affrontare più facilmente le spese quotidiane. Ma il prezzo di questa protezione può essere il rinvio di altre tappe della vita adulta: vivere da soli, costruire una propria famiglia, avere una maggiore autonomia nelle decisioni economiche.
Allora la domanda sorge spontanea: quanto costa davvero essere indipendenti in Sicilia dopo i 30 anni?
Lo stipendio, il primo ostacolo all’indipendenza in Sicilia
Ancor prima dell’affitto, il problema è il reddito disponibile. Secondo un’elaborazione su dati degli Osservatori statistici Inps, nel 2024 la retribuzione media annua lorda dei lavoratori dipendenti in Sicilia è stata di 17.744 euro, contro una media nazionale di 24.503 euro. La differenza è quindi di quasi 6.800 euro lordi all’anno.
La Sicilia si trova nelle ultime posizioni della graduatoria nazionale: soltanto la Calabria presenta una retribuzione media annua più bassa, pari a 15.884 euro. La distanza dal Nord è ancora più evidente: in Lombardia la media raggiunge 30.425 euro.
Chiaramente parliamo di valori medi e non dello stipendio di un trentenne. La retribuzione cambia infatti in base a settore, età, qualifica, durata del rapporto di lavoro e numero di giornate lavorate. Ma il dato serve a cristallizzare una condizione strutturale: il costo della vita può essere inferiore rispetto alle grandi città del Centro-Nord, ma anche i redditi disponibili sono mediamente più bassi. Il rapporto tra questi due elementi determina quanto sia realmente accessibile l’indipendenza.
Il mercato degli affitti in Sicilia
Nel 2026 il mercato degli affitti siciliano non è fermo. Nei principali capoluoghi dell’Isola i canoni richiesti mostrano valori differenti, ma in alcuni casi arrivano ormai vicino ai 10 euro al metro quadro.
A Palermo, a luglio 2026, il prezzo medio richiesto per un immobile residenziale in affitto è stato di 9,74 euro al metro quadro, in aumento del 5,75% rispetto a luglio 2025. A Catania il valore è stato di 9,79 euro al metro quadro, con una variazione annua del -1,41%. A Messina, invece, il canone medio richiesto si è attestato a 8,35 euro al metro quadro, con una crescita del 4,77% in un anno.
Una differenza in apparenza contenuta, ma che diventa significativa quando si moltiplica per i metri quadri e per dodici mesi. Si parla infatti di circa 487 € per 50 metri quadri e di circa 584 euro metri quadri a Palermo. Mentre a Catania le cifre ammontano a circa 490 euro e circa 587 euro e a Messina circa 418 euro e circa 501 euro. Tale elaborazione è basata su prezzi medi richiesti da Immobiliare.it, mentre gli importi per metri quadri sono delle stime matematiche non necessariamente corrispondenti esattamente al canone effettivo di un singolo appartamento.
Per di più, all’interno delle stesse città la differenza può essere molto ampia. A Palermo i prezzi richiesti a luglio vanno da circa 5 euro al metro quadro nelle aree più economiche fino a quasi 15 euro in quelle più care. A Catania la forbice indicata da Immobiliare.it va da 6,25 a 17,79 euro al metro quadro. Ne consegue che non esiste un unico costo della vita siciliano: vivere da soli in un quartiere centrale di Palermo o Catania può avere un peso molto diverso rispetto alla scelta di un’abitazione in una zona periferica o in un centro di dimensioni più piccole.
“Tante le rinunce e sostenere spese improvvise è impossibile”
“La spesa più onerosa non è sempre e solo l’affitto, ma anche le bollette (specialmente in questo periodo estivo particolarmente provante che costringe all’uso prolungato dei climatizzatori), sebbene anche la spesa, con l’aumento eccessivo dei prezzi, renda complicato comprare persino delle verdure e, in generale, del cibo di qualità”. Valentina ha 38 anni, due lauree in Lettere classiche, un master e un’abilitazione per insegnare ma non ha ancora trovato un lavoro stabile. Ai nostri microfoni ha raccontato di come la carenza d’occupazione, in particolare in settori specializzati, renda, di fatto, impossibile potersi sostenere economicamente esclusivamente con le proprie forze costretti, in aggiunta, ad accontentarsi di impieghi precari e che poco hanno a che vedere con il proprio percorso di studi e con le proprie inclinazioni.
“Convivo con il mio compagno e vivo sola da molti anni ormai, tra alti e bassi. Al momento non ho un guadagno fisso, essendo disoccupata. Ho lavorato a scuola per diversi anni e sono tornata a Catania per motivi personali. Qui trovare un altro lavoro nell’attesa di inserirmi nelle GPS è stato praticamente impossibile, pur avendo conseguito lauree, un master e un’abilitazione. Cerco di racimolare qualcosa tramite lezioni private e l’affitto incide nella misura in cui riesco effettivamente a contribuirvi, in base alla quantità di lavoro che riesco a procurarmi mensilmente”.
Inoltre, la frustrazione di non trovare lavoro: “Ho vissuto sola già dai tempi dell’università, studiando e lavorando, dunque avevo ben chiaro quali fossero le sfide economiche da affrontare. Il problema principale è infatti la difficoltà a trovare lavori che siano effettivamente decorosi e in linea col proprio percorso di studi. Speravo che questo sarebbe stato più semplice e di limitare, quindi, i disagi legati all’inesorabile aumento dei prezzi”.
Come tante altre testimonianze, il racconto è sempre uguale: una vita di privazioni. “Capita di rinunciare a molte cose. Dalle più importanti alle più futili, per prime ci sono le visite mediche che continuo a rimandare nonostante i miei problemi di salute. La sanità pubblica è nella fase più acuta del suo declino e pensare di prenotare una visita significa accettare di aspettare anche un anno, mentre quelle private non sono sempre accessibili economicamente. Poi c’è la palestra, che continuo a rimandare, i viaggi…”
E alla domanda, “riesci a mettere del denaro da parte e a sostenere spese impreviste?” risponde: “Assolutamente è per me impensabile. Ho chiesto aiuto alla mia famiglia e ho un aiuto costante da parte del mio compagno, col quale vivo. Senza di lui non so cosa avrei fatto. Ciò nonostante, ho ricevuto aiuto dalla mia famiglia anche ultimamente: da mia madre per sopperire alla mancanza di entrate nel periodo estivo e da parte di mio fratello, che mi ha aiutato molto al momento di dover pagare l’università per prendere l’abilitazione per l’insegnamento. Non voglio nemmeno pensare, al momento, a una spesa improvvisa superiore ai 100 euro, figuriamoci 1000!”.
Infine, “per vivere decorosamente da soli a Catania credo che servirebbero circa 1800 euro al mese. Catania non è chiaramente una città come Milano, i prezzi sono saliti vertiginosamente ma non credo sia necessario uno stipendio particolarmente alto per vivere bene. Il problema principale infatti è proprio trovare lavoro. Dopo i trent’anni certamente ritengo che, per moltissime persone, rimanere a vivere con i genitori sia una necessità“.
L’affitto è solo la punta dell’iceberg
Il canone mensile costituisce soltanto la prima voce del bilancio di chi vive da solo. Si aggiungono le utenze, il condominio, la connessione internet, il telefono, la spesa alimentare, i trasporti, i prodotti per la casa e per la cura personale. In più, ci sono tutte quelle spese che non arrivano necessariamente ogni mese ma che prima o poi devono essere affrontate come una riparazione dell’auto, l’assicurazione, una visita medica, un elettrodomestico da sostituire, una manutenzione della casa.
Nel frattempo il costo della vita continua ad alzarsi. A luglio 2026 l’inflazione italiana è stata del 2,9% su base annua. I prezzi dei beni che compongono il cosiddetto carrello della spesa sono aumentati dell’1%. L’inflazione acquisita per il 2026 è già al 2,7%. Per chi vive da solo ogni aumento pesa sul proprio conto, poiché non c’è un secondo reddito con cui dividere le spese fisse.
Il conto per un single over 30
Per comprendere meglio lo scenario abbiamo intervistato diversi soggetti, ai quali abbiamo sottoposto dei sondaggi e sui cui risultati abbiamo effettuato delle simulazioni. Prendiamo il caso di un single che vive da solo, dai trent’anni in su: un lavoratore di 35 anni che abita in un appartamento di circa 50 metri quadri a Catania.
Con un affitto intorno ai 500 euro al mese, si annoverano le seguenti altre spese ordinarie: 200 euro tra utenze e condominio, 330 euro per la spesa alimentare, tra 10 e 15 euro per la ricarica telefonica e internet, 280 per la benzina, una cifra minima di 60 euro riguardante la casa e la cura personale. Si considerino anche 100 euro in più per le piccole spese e gli imprevisti, sempre dietro l’angolo. Il totale ammonta a circa 1.485 euro. Se consideriamo che uno stipendio medio in città non arriva a queste cifre – e che non consente automaticamente di vivere senza preoccupazioni -, si parla allora di soglia di sopravvivenza economica.
Si evidenzia che si tratta di una simulazione sulla base delle testimonianze raccolte e non di una media statistica ufficiale. Le cifre relative alle spese quotidiane possono infatti variare sensibilmente in base alle abitudini personali, al tipo di contratto di affitto, all’utilizzo dell’auto, ai consumi energetici e alla zona in cui si vive. Dal calcolo sono stati inoltre esclusi altri costi quali vacanze, ristoranti, palestra, acquisti di abbigliamento, spese mediche importanti, rate, assicurazione e manutenzione dell’automobile o risparmio.
Quanto bisogna guadagnare per essere davvero indipendenti?
Per comprendere quanto è necessario guadagnare per oltrepassare questa soglia di sopravvivenza economica, è interessante confrontare reddito e spese. Se le uscite ordinarie arrivano a circa 1.485 euro, avere uno stipendio netto della stessa cifra significherebbe vivere ogni mese praticamente senza margine. Basta una spesa straordinaria per mettere in difficoltà il bilancio. Inoltre, una parte dovrebbe idealmente essere destinata al risparmio e alla gestione delle spese impreviste. Dunque, fissare una cifra che consenta di stabilire quale somma serva per vivere da soli in una delle città siciliane sarebbe riduttivo e rappresenterebbe una semplificazione.
La questione è, piuttosto, riflettere sul fatto che più il reddito si avvicina al costo delle necessità di base, più l’indipendenza diventa fragile. Questo aiuta a capire perché uno stipendio apparentemente sufficiente possa non esserlo per costruirsi una vita autonoma.
La Sicilia dei trentenni in un mercato del lavoro povero
La questione abitativa si inserisce in un mercato del lavoro che presenta ancora forti criticità. Il problema, infatti, non riguarda soltanto chi è disoccupato. Anche chi lavora può abbattersi in difficoltà circa la costruzione di un percorso di autonomia, soprattutto quando il reddito è discontinuo, il contratto è breve o lo stipendio non consente di affrontare contemporaneamente affitto, consumi e risparmio.
Il tema del lavoro povero è particolarmente rilevante in alcuni settori strategici dell’economia siciliana. Nel turismo, per esempio, un’elaborazione su dati Inps relativa al 2024 ha evidenziato al Sud e nelle Isole una forte incidenza di retribuzioni annuali molto basse, legate anche alla stagionalità e alla durata dei rapporti di lavoro. Per un giovane adulto, dunque, avere un’occupazione non coincide automaticamente con avere le condizioni economiche per vivere da solo.
La minore capacità reddituale dei residenti annulla il vantaggio del minor prezzo degli affitti
La domanda da porsi in conclusione è: quanto del proprio stipendio deve essere destinato alla vita essenziale? L’indipendenza infatti non può conteggiarsi solamente in base al costo della vita, affitto compreso. Nel frattempo, la retribuzione media annua lorda siciliana resta molto distante dalla media nazionale: 17.744 euro contro 24.503.
Il paradosso è che la Sicilia può avere affitti mediamente inferiori rispetto alle grandi città del Nord, ma il vantaggio viene in parte eroso dalla minore capacità reddituale di chi ci vive e lavora. “Una fregatura”, come è stata definita da gran parte dei soggetti intervistati.
Per un over 30, quindi, l’indipendenza non è soltanto la conquista di una chiave di casa. È la possibilità di pagare quella casa, affrontare le bollette, fare la spesa, spostarsi, gestire un imprevisto e, soprattutto, arrivare alla fine del mese senza dover chiedere aiuto alla famiglia. Il vero costo dell’essere indipendenti: potersi permettere di restare soli davanti alle proprie spese.
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