Hurricane, 22 ott. (askanews) – Nello Utah delle pareti di arenaria, dei massicci disegnati dagli strati color rosso fuoco e dei grandi itinerari all’aperto, c’è un paesaggio che non si vede. È quello sotterraneo, attraversato dall’acqua e segnato dalle fratture della crosta terrestre.
Le Zion Canyon Hot Springs gli devono la loro ragione d’essere: qui il bagno termale comincia molto prima delle piscine, nelle profondità di un territorio che conserva le tracce della propria irrequietezza geologica.
Siamo a La Verkin, nel sudovest dello Stato, vicino a Hurricane. Le acque che alimentano il complesso provengono dalle sorgenti di Pah Tempe, note anche come La Verkin Hot Springs o Sulphur Springs, nella gola del Virgin River. Non sono vasche naturali nelle quali immergersi lungo il fiume: l’acqua viene portata alle piscine della struttura, filtrata e trattata. Il legame con il luogo, però, resta concreto. È la sorgente locale, con la sua temperatura e la sua composizione minerale, a dare carattere all’esperienza.
Pah Tempe si trova all’imbocco del Timpoweap Canyon, lungo la faglia di Hurricane, una grande discontinuità geologica tra il Great Basin e l’altopiano del Colorado. Ai suoi due lati, la stessa formazione rocciosa occupa posizioni molto diverse: a est affiora la Navajo Sandstone, l’arenaria che disegna anche le celebri pareti di Zion; a ovest, sotto le sorgenti, è invece in profondità.
Questa architettura sotterranea contribuisce a spiegare la risalita dell’acqua. Le grandi faglie possono agire come barriere al movimento delle falde, favorendo percorsi che riportano in superficie acque ricche di minerali. Il calore rimanda poi alle forze tettoniche che hanno modellato il Great Basin e accompagnato l’attività vulcanica dello Utah sudoccidentale.
Nei dintorni, colate basaltiche e coni di scorie risalenti a circa 200.000-300.000 anni fa testimoniano un passato relativamente recente, almeno sulla scala della geologia. Secondo la ricostruzione dell’idrologo Tom Marston, lo stesso calore del sottosuolo potrebbe ancora contribuire a riscaldare le acque durante la risalita.
Prima di diventare una destinazione per il benessere contemporaneo, Pah Tempe aveva già un significato per le comunità native. Nella tradizione dei Paiute dello Utah, le sorgenti erano un luogo di recupero e di equilibrio, frequentato per trovare sollievo dalla fatica e dai dolori. Una memoria culturale da distinguere dalle promesse terapeutiche: racconta il rapporto di una comunità con queste acque, non una certificazione medica dei loro effetti.
Alle Zion Canyon Hot Springs, l’acqua geotermale alimenta 32 piscine, con temperature comprese indicativamente fra 31 e 40 gradi. Quattordici si trovano nell’area aperta alle famiglie, diciotto in quella riservata agli ospiti dai 21 anni in su. Anche in questo caso si riscontra l’inclusività americana che lascia spazio ai bambini.
L’analisi riportata dalla struttura identifica oltre quattordici componenti minerali, tra cui calcio, sodio, cloruri e solfati. A volte la loro presenza diventa visibile: piccoli depositi biancastri possono affiorare o raccogliersi nelle vasche al variare della temperatura. Anche il trattamento dell’acqua risponde a una scelta precisa di ospitalità: la filtrazione elimina detriti e particelle, mentre un ulteriore passaggio neutralizza gli odori sulfurei.
Accanto alle piscine alimentate dalla sorgente ci sono sedici vasche WorldSprings, ispirate alla composizione minerale di acque celebri nel mondo. Compaiono Bath e Vichy, la Blue Lagoon islandese e, per l’Italia, Chianciano Terme, vasca sempre molto affollata e di richiamo. È un percorso distinto da quello geotermale locale: non altrettante sorgenti dello Utah, ma acque preparate per richiamare differenti tradizioni termali, che rendono l’esperienza unica e divertente. Completano il quadro una piscina per famiglie, tre vasche fredde e saune a botte.
La particolarità del luogo sta proprio in questa doppia identità. Da una parte, un impianto contemporaneo che organizza il bagno in ambienti, temperature e formule diverse; dall’altra, un’acqua che appartiene alla storia fisica del territorio. Per chi attraversa lo Utah inseguendo sentieri e canyon dell’America vera ma ancora non troppo vista e rivista, è un cambio di prospettiva: dopo aver osservato le rocce dal basso o averle percorse a piedi, ci si ferma dentro un altro prodotto di quella stessa geologia.
Da notare: lo Utah è stato coperto dal mare più volte, in epoche diverse: non tutto il territorio contemporaneamente e non da un unico oceano. Uno degli episodi principali risale al Cretaceo superiore, circa 100-66 milioni di anni fa, quando la parte orientale dell’attuale Stato era sommersa dal Western Interior Seaway, un vasto mare interno che collegava il Golfo del Messico all’Artico. La costa avanzava e arretrava, alternando ambienti marini, lagune, paludi e pianure costiere.
Va detto però che le grandi pareti di Navajo Sandstone non nacquero sul fondo del mare. Quelle arenarie derivano da dune di un immenso deserto del Giurassico inferiore, circa 201-174 milioni di anni fa. Successivamente, nel Giurassico, il mare invase nuovamente alcune parti dello Utah. Il paesaggio racconta dunque una successione di ambienti, non soltanto un antico oceano.

