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Giustizia, i pericoli della malainformazione

Paola Giordano

Giustizia, i pericoli della malainformazione

sabato 02 Febbraio 2019 - 10:00
Giustizia, i pericoli della malainformazione

Il Procuratore generale della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, lancia l’allarme: “Occorre trovare il punto di equilibrio tra potestà punitiva e diritto di difesa”. Gogna mediatica e processi su stampa, tv e web minano garanzie e diritti dei cittadini

PALERMO – Passano gli anni ma le storture del sistema “giustizia” restano sempre le stesse: ingiusta detenzione, errori giudiziari, durata irragionevole dei processi, uso distorto delle intercettazioni, fuga di notizie coperte dal segreto istruttorio, ma anche la “spiccata autoreferenzialità” – per usare le parole dell’ex Primo Presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio – di alcuni Pubblici ministeri, contribuiscono ad alimentare un tritacarne mediatico che inghiotte indistintamente tutti, specialmente i presunti colpevoli rivelatisi poi innocenti.
“In Italia – denunciano a questo proposito Valentino Maimone e Benedetto Lattanzi, fondatori del sito errorigiudiziari.com, il primo e più grande archivio online con tutti i casi – sono oltre mille i casi all’anno di innocenti finiti in carcere che vengono risarciti, ma in realtà, sulla base degli ultimi dati, che vanno dal ‘92 alla fine dell’anno scorso, i casi sono oltre 27.200”.
Per coloro i quali sono stati ingiustamente detenuti “lo Stato ha speso fino a oggi oltre 700 milioni di euro”, pari a circa “28-30 milioni di euro in media ogni anno”.
Durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario della Corte di Cassazione, tenutasi lo scorso 25 gennaio, il Procuratore generale della Corte di Cassazione, Riccardo Fuzio, è tornato sullo scottante tema del bilanciamento tra il potere dei Pm e la facoltà di difendersi, auspicando il bisogno di trovare “il punto di equilibrio tra potestà punitiva e garanzia del diritto di difesa, con la consapevolezza, da parte di tutti, che non si può delegittimare il pubblico ministero né tanto meno il giudice nel momento in cui emette la decisione, fermo restando il diritto di impugnazione”.
Il Pm dunque non va delegittimato ma, se di equilibrio si parla, bisogna che anche il diritto di difesa – e con esso la presunzione di innocenza – non venga delegittimato.
Accade invece, troppo spesso, che cittadini più o meno noti all’opinione pubblica coinvolti in vicende giudiziare ancora da accertare si ritrovino inghiottiti in quel vortice mediatico fatto di paladini della giustizia che, specie nei giornali e nei salotti televisivi, puntano il dito contro un imputato o un indagato, sbattendolo in prima pagina o mandando in loop la sua immagine in video, ancor prima di conoscere l’esito del processo, quello reale: il processo giudiziario.
Chi ha la peggio è il cittadino che guarda alla giustizia con occhi sempre più sfiduciati. Lo ha evidenziato lo stesso Fuzio, spiegando che “il piano sul quale occorre primariamente agire, e con efficacia, allo scopo di garantire il corretto esercizio della funzione giurisdizionale, rafforzando la fiducia dei cittadini e rendendo credibile il potere giudiziario, è dunque anzitutto quello degli strumenti della formazione e della verifica della professionalità del magistrato. Conseguentemente, agli organi cui spetta la giurisdizione disciplinare compete la finalità di accertare e sanzionare le condotte illecite, quali tipizzate dal legislatore, non potendo essi essere gravati di compiti ulteriori, che è quanto invece, non di rado, sembra pretendersi, anche da parte dei mass media, con il risultato di ingenerare equivoci nell’apprezzamento della funzionalità del sistema e di alimentare nei cittadini ingiustificate aspettative sul sistema della responsabilità disciplinare”.
Lo ha sottolineato, nel corso del suo intervento all’inaugurazione, anche il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede: “Oggi ci troviamo ad inaugurare un anno giudiziario che deve necessariamente e improrogabilmente rappresentare una svolta per la Giustizia italiana, sia per quanto concerne alcuni interventi immediati e urgenti, sia per quanto attiene alla realizzazione delle fondamenta per un armonico piano di miglioramento strutturale di tutto il sistema-giustizia; un sistema che, finalmente, deve restituire centralità alle istanze e ai diritti dei cittadini, nei confronti dei quali la giustizia deve recuperare la sua credibilità”.
E lo ha ribadito nella stessa circostanza il Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, David Ermini, sostenendo che “è compito irrefutabile dei singoli magistrati e della magistratura nel suo complesso guadagnarsi ogni giorno, sul campo, unitamente alla fiducia dei cittadini nel cui nome sono pronunciate le sentenze, quel bene prezioso del governo autonomo voluto dalla Costituzione a presidio dell’autonomia e dell’indipendenza dell’ordine giudiziario”.
Malagiustizia e malainformazione sono due facce della stessa medaglia che, insieme, minano la fiducia che il cittadino ripone nella Giustizia.

1. Inchiesta sulle Opere diocesane

Archiviata indagine su Arcivescovo di Catania
CATANIA – Archiviata l’indagine per peculato in concorso che aveva coinvolto, lo scorso luglio, l’arcivescovo di Catania, Salvatore Gristina, in qualità di presidente del Cda dell’Opera Diocesana Catanese per il Culto e la Religione, insieme con il presidente del Cda dell’Opera Diocesana Assistenza, Alfio Santo Russo.
L’archiviazione, disposta dal Gip Santino Mirabella, è stata richiesta dalla stessa Procura etnea, che aveva inizialmente ipotizzato per i due prelati un’appropriazione di denaro proveniente da finanziamenti pubblici, per il triennio 2013-2015, e derivante da un contratto di locazione tra le Opere da essi presiedute stipulato, secondo l’accusa, “al solo fine il dissimulare il contratto di acquisto dell’immobile di Via Galermo, oggetto di locazione da parte della stessa Oda” la quale, invece, “pagava le rate del mutuo contratto dalla Odccr con Unicredit Banca Spa, eludendo la normativa comunitaria, nazionale regionale”.

2. Cemento depotenziato

Metropolitana di Catania, assolti tutti i dieci imputati
CATANIA – Assolti con formula piena i dieci imputati accusati a vario titolo di truffa, falso e frode nelle pubbliche forniture relativamente alla realizzazione di due tratte della metropolitana etnea, Giovanni XXIII-Stesicoro e Borgo-Nesima, per costruire le quali sarebbe stato utilizzato, secondo l’accusa, cemento depotenziato: secondo il Tribunale di Catania “il fatto non sussiste” e, nel caso di Elena Molinaro, “non costituisce reato”.
Oltre alla Molinaro, a processo erano finiti Santo Campione, ex amministratore delegato della Sigenco che nel frattempo è deceduto, Roberto De Pietro, all’epoca dei fatti coordinatore Pianificazione della Fce, Salvatore D’Urso, componente della Commissione di collaudo, Salvatore Fiore, attuale direttore della Fce, Salvatore Forzese e Salvatore Innocente, capi cantiere delle due tratte, Antonino Milazzotto, Antonio Patanè e Rosario Randazzo.

3. Accusato di truffa e abuso d’ufficio

Comune di Troina (En), assolto Silvestro La Barbera
ENNA – Un’altra, l’ennesima, assoluzione arriva dal Tribunale di Enna, che ha prosciolto dall’accusa di truffa e dichiarato estinto il reato di abuso d’ufficio nei confronti di Silvestro La Barbera. Imputato in qualità di presidente della azienda speciale “Silvo Pastorale” di Troina – ente che gestisce circa 4.200 ettari di bosco di proprietà del Comune – La Barbera, in concorso con i soci della Società Libeccio, avrebbe stipulato, secondo l’accusa, un contratto per la concessione di 130 ettari di bosco di proprietà del Comune di Troina con la Società Libeccio al fine di indurre la Società EnergyCoop ad acquistare le quote della Libeccio.
“Siamo soddisfatti dell’esito del processo – affermano i legali di La Barbera, Giuseppe Lipera e Salvatore Corso – è stata finalmente accertata l’innocenza del nostro assistito e riaccreditato il buon nome del professore, esempio per i suoi alunni e da sempre impegnato nella vita pubblica e politica del Comune di Troina”.

4. Fausto Brizzi fatto a pezzi dai media

Il regista “predatore sessuale”, ma il fatto non sussiste
ROMA – Il suo nome e la sua faccia sono stati sbattuti nelle prime pagine dei giornali, molte trasmissioni televisive lo hanno appellato come “predatore”: si tratta del noto regista Fausto Brizzi, indagato per violenza sessuale a seguito delle denunce presentate da tre donne per presunti episodi avvenuti nel 2014, 2015 e 2017.
Lo scandalo nato da quelle accuse ha compromesso il suo matrimonio e a rischiato di compromettere la sua carriera professionale: la Warner Bros. Entertainment Italia, in un comunicato, dichiarò infatti di aver sospeso ogni collaborazione con Brizzi e che quel nome non sarebbe stato associato ad alcuna attività relativa alla promozione e distribuzione del film “Poveri ma ricchissimi”.
Pochi giorni fa, però, il gip di Roma, Alessandro Arturi ha emesso un decreto di archiviazione delle accuse di violenza sessuale a suo carico “perché il fatto non sussiste”, ponendo così la parola fine ad un processo mediatico che aveva emesso sentenza ancor prima di quello reale.

5. Marco Tronchetti Provera

Caso Kroll, assolto dopo odissea durata 14 anni
MILANO – Si è conclusa, dopo ben 14 anni, l’odissea che ha avuto, suo malgrado, come protagonista l’attuale amministratore delegato di Pirelli, Marco Tronchetti Provera, accusato di ricettazione per il caso ‘Kroll’: nel terzo processo d’appello che lo ha visto coinvolto, la Corte d’appello di Milano lo ha assolto con la formula “perché il fatto non costituisce reato”.
La vicenda ruota attorno ad un cd con informazioni raccolte dall’agenzia di investigazione statunitenze Kroll nel 2004, mentre era in corso uno scontro tra Telecom e alcuni fondi di investimento brasiliani per il controllo di Brasil Telecom. Informazioni, secondo la ricostruzione della Procura milanese, ottenute dalla Kroll attraverso un’attività di spionaggio nei confronti del gruppo delle telecomunicazioni e della famiglia Tronchetti ma intercettate dagli esperti informatici del Tiger Team, struttura alle dipendenze di Giuliano Tavaroli, responsabile della security di Telecom.

6. Università di Brescia

L’ex rettore Pecorelli assolto dall’accusa di peculato
BRESCIA – L’ormai ex rettore dell’Università degli studi di Brescia, Sergio Pecorelli, è stato assolto con formula piena, al termine del processo celebrato con rito abbreviato, “perché il fatto non sussiste”.
L’accusa mossa nei confronti dell’accademico da parte della Procura era quella di peculato: secondo quanto sostenuto da quest’ultima, infatti, avrebbe utilizzato indebitamente, tra il 2010 e il 2016, nel settennio in cui ricoprì il ruolo di rettore, l’auto di servizio dell’università – compresa di autista – non solo per motivi istituzionali ma anche per scopi personali. Insieme a Pecorelli, risultò travolto nella vicenda anche il vicerettore Daniele Marioli, anch’egli assolto con medesima formula.
La sentenza arriva dopo un’altra assoluzione: quella dall’accusa di aver percepito illegittimamente un’indennità aggiuntiva in veste di primario di Ginecologia e Ostetricia.

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