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In Europa il debito pubblico cresce ma il Pil frena. Il metodo von der Leyen non favorisce lo sviluppo

In Europa il debito pubblico cresce ma il Pil frena. Il metodo von der Leyen non favorisce lo sviluppo
Ursula von der Leyen

Secondo l’Upb l’incremento dell’economia dell’Unione è destinato a rallentare nel 2026, passando in un anno dal +1,61% al +1,45%. Intanto, però, l’indebitamento continua a salire, incoraggiato anche dalle politiche della Commissione Ue

ROMA – La crescita economica dei Paesi membri dell’Unione europea, al momento, non sembra tenere il passo del debito pubblico. E, di conseguenza, pare che i risultati sul fronte dello sviluppo non siano tali da giustificare il ricorso sempre più frequente all’indebitamento comune, strumento che, invece, la Commissione europea guidata dalla presidente Ursula von der Leyen ha sempre teso a incentivare per far fronte alle sfide dell’Unione, fin dall’emergenza legata alla pandemia da Covid-19.

Abbiamo conosciuto il Next Generation Eu, il programma di investimenti con scadenza 2026 che in Italia è stato declinato nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), e che, appunto, ha fornito risorse per lo più mediante lo strumento del debito pubblico, visto che la Commissione europea ha erogato la maggior parte dei fondi come prestiti da rimborsare.

Le previsioni sulla crescita del Pil europeo

Le prime stime per l’anno in corso però, seppur caratterizzate dal segno positivo, non sono comunque allineate alle aspettative iniziali: il Pil medio europeo continua a crescere nel 2026, ma con un trend inferiore rispetto a quello dell’anno precedente, passando dal +1,61% del 2025, all’attuale +1,45%, con un rallentamento di 0,16 punti percentuali. È questo il quadro delineato dalle previsioni dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb). Proprio nell’anno in cui ci si aspetta che gli effetti degli investimenti del Recovery fund (e del debito a esso legato) comincino a vedersi con maggiore evidenza, la crescita europea rischia invece di frenare.

Nel dettaglio, secondo le stime dell’Upb, in dodici Stati membri su ventisei (nello studio manca l’Ungheria, che non ha presentato l’Annual progress report) l’aumento del Pil nel 2026 sarà inferiore rispetto a quello del 2025. Nei restanti quattordici Paesi, invece, la crescita economica del 2026 si preannuncia, in effetti, superiore rispetto a quella dell’anno precedente, ma nella maggior parte dei casi con incrementi così bassi da non riuscire a trainare il risultato complessivo dell’Unione.

Una dinamica che, per esempio, riguarda il Pil dell’Italia. Secondo il report il nostro Paese, rispetto al +0,54% del 2025, quest’anno potrebbe avere una crescita di +0,58%, poi rivista al rialzo dall’Upb e portata a +0,9% nella nota congiunturale di agosto. Restano però pochi i casi in cui la crescita ha avuto un’accelerazione davvero significativa: è quanto accade, ad esempio, in Germania (+0,23% nel 2025, e +1,02% nel 2026) e in Svezia (+1,54 nel 2025, e +2,81 nel 2026).

Il debito pubblico dell’Unione continua a crescere

Si tratta, certo, di previsioni, e dunque di cifre soggette a variazioni. Ma mentre l’Upb prevede per la crescita del Pil europeo un rallentamento pari a 0,16 punti percentuali in un anno, il medesimo report indica anche un debito pubblico che, nello stesso lasso di tempo, aumenta in modo esponenziale. L’Ufficio parlamentare, nell’esporre la relazione, mette appunto in evidenza la contrapposizione tra “crescita moderata e conti pubblici in crescente pressione”. Tra il 2025 e il 2026 il debito pubblico dell’Unione europea è aumentato dall’82,8% all’84,2% del Pil. La situazione peggiore in assoluto è quella dell’Italia, con un debito pubblico pari al 138,5% del Pil nel 2026, superiore a quello dell’anno precedente, che era al 137,1%. La Grecia, maglia nera nel 2025 con un debito al 146,1%, nel 2026 secondo l’Upb ridurrà il dato al 136,8% del suo Pil, scavalcando in questo modo la nostra Penisola.

Prestiti sempre più pressanti: dopo il Recovery fund anche il Safe per la difesa potrebbe essere un salasso

A contribuire all’incremento del debito pubblico in questi anni, come anticipato, è stato anche il Next Generation Eu, i cui prestiti, secondo le regole di Bruxelles, andranno restituiti entro il 2058. Nel caso dell’Italia, con il Pnrr, si tratta di 122,6 miliardi di euro, più interessi, da rimborsare alla Commissione. La promessa di questi programmi europei, è stata quella di garantire agli Stati membri condizioni di indebitamento più vantaggiose rispetto a quelle cui sarebbero andati incontro emettendo nei mercati titoli propri.

In realtà, anche le condizioni concesse dall’Europa sono state soggette a una forte variabilità: i prestiti del NextGenEu, infatti, non sono stati erogati in un’unica soluzione, ma a rate. Non c’è stato dunque un tasso di interesse fisso e conveniente per tutta la durata degli investimenti, ma ciascuna rata è stata soggetta ai diversi tassi imposti dal mercato nel momento in cui Bruxelles, di volta in volta, emetteva obbligazioni per reperire le risorse da “girare” agli Stati membri. Ne è conseguito, nel caso del Pnrr italiano, che l’unica rata davvero vantaggiosa per il Paese è stata soltanto quella relativa al prefinanziamento, erogato con un tasso medio Ue all’emissione di appena lo 0,15%.

Dalla rata successiva in poi, però, i tassi di interesse dei prestiti del Pnrr non hanno fatto che lievitare: la prima rata (quella che ha fatto seguito al prefinanziamento) aveva già un tasso dell’1,38%, e nel dicembre 2023, con l’erogazione della quarta rata, si è raggiunto il picco del 3,53%. Complessivamente (secondo la ricostruzione elaborata dal Quotidiano di Sicilia e pubblicata nell’edizione del 25 marzo scorso), i prestiti del Pnrr potrebbero costare all’Italia, oltre ai 122,6 miliardi di capitale da restituire, altri 64 miliardi di interessi fino al 2058. La scommessa del NextGenEu, insomma, era quella di creare condizioni di crescita economica strutturali, tali da coprire e superare il costo che i prestiti avrebbero comportato. Osservando le stime dell’Upb sul Pil, però, la sensazione è che il Pnrr possa aver creato più debito pubblico che sviluppo.

Il nuovo programma europeo Safe

Ciononostante, la propensione dell’attuale politica europea è ancora quella di creare ulteriore debito. Ultimata la stagione del Recovery fund, e a dispetto di risultati ancora da dimostrare, il nuovo programma prospettato dalla Commissione von der Leyen è il Safe (Security action for Europe). Stavolta l’obiettivo non è sostenere un generico sviluppo economico, ma irrobustire la sicurezza europea con prestiti per complessivi 150 miliardi in favore dell’industria della difesa. Un programma rispetto al quale il piano italiano vale fino a 14,9 miliardi.

Prestiti Safe e sostenibilità del debito

Dal punto di vista della sostenibilità del debito, la storia si ripresenta simile a quella del Pnrr. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, parlando dei fondi Safe, ha affermato di ritenerli vantaggiosi “perché è un prestito che prendiamo a interessi più bassi”. Maggiore cautela invece nelle parole del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti: “Non esiste una verità assoluta rispetto alla convenienza in termini economico finanziari – ha detto il capo del Tesoro – oggi l’interesse è vantaggioso rispetto a quello di un titolo di Stato, peccato che la struttura è leggermente diversa e non è paragonabile”.

Il punto è proprio questo: l’architettura dei prestiti Safe rievoca quella dei prestiti del NextGenEu, come si evince dal regolamento Ue 2025/1106. L’articolo 12 prevede, ancora una volta, un pagamento a rate dietro la presentazione di una richiesta da parte dello Stato membro, accompagnata dalle “prove dei progressi compiuti nell’attuazione del piano” (dinamica che ricorda quella ormai nota di milestone e target nel Pnrr). Lo schema, anche in questo caso, non prevede dunque un tasso d’interesse fisso per i prestiti Safe, che invece risentiranno delle condizioni finanziarie variabili esistenti nei mercati ogni volta che l’Ue emetterà obbligazioni per intercettare le somme. E dunque potrebbero essere tassi vantaggiosi oggi, esorbitanti domani.

Il debito sulle prossime generazioni

A questo, poi, si aggiunge che, mentre i prestiti del NextGenEu hanno un respiro trentennale, il regolamento Safe (all’articolo 10) stabilisce che l’accordo ha una durata massima di quarantacinque anni, introducendo un orizzonte temporale ancora più ampio. Le decisioni assunte oggi per il riarmo, dunque, potrebbero portare un debito di quasi 15 miliardi di quota capitale in Italia, e di 150 miliardi totali in Europa, più interessi sempre crescenti, sulle spalle delle prossime due generazioni di cittadini.