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Le botteghe spariscono ma in Sicilia si resiste meglio che nel resto d’Italia: il quadro tra crisi, sfide dell’IA e scommesse sul futuro

Le botteghe spariscono ma in Sicilia si resiste meglio che nel resto d’Italia: il quadro tra crisi, sfide dell’IA e scommesse sul futuro
Negozi chiusi, immagine di repertorio. Foto di Claudia da Pixabay

La Sicilia risulta tra le regioni meno colpite dalle chiusure. Ecco cosa emerge dall’ultimo report della CGIA di Mestre

Un tempo fare una passeggiata in centro città o in un paesino qualsiasi voleva dire attraversare file e file di botteghe e piccoli esercizi. Le attività commerciali di prossimità erano parte integrante delle comunità, cuore pulsante dell’economia: il negozio di alimentari sotto casa, il sarto, il fabbro, il calzolaio… Rappresentavano e – dove resistono – rappresentano un modello economico basato sulla fiducia, sulla vicinanza e su doti artigiane preziose e sempre più rare. Oggi, però, la situazione è ben diversa: in 10 anni (dal 2015 al 2015) l’Italia – da Nord a Sud, Sicilia compresa – ha perso mediamente più del 25% degli artigiani ed è passata da 1.349.797 sedi di imprese artigiane e botteghe attive a 1.225.817.

Ad analizzare il fenomeno, che rappresenta un aspetto della svolta epocale dell’economia italiana registrata negli ultimi anni, è la CGIA di Mestre, che da un lato lancia l’allarme sul rischio di desertificazione commerciale e dall’altra evidenzia potenzialità che potrebbero aiutare l’artigianato a resistere.

Botteghe in via d’estinzione, anche in Sicilia c’è il segno meno ma il settore soffre meno

Parlando del numero di imprenditori artigiani attivi, tutta l’Italia va nella stessa direzione: ogni singola regione ha il segno meno sia rispetto allo scorso anno sia rispetto a un decennio fa. Nessuna eccezione. Per la Sicilia, però, vale la pena mettere in evidenza un dato: l’Isola è tra le regioni che soffrono meno (“solo” -3,6% rispetto allo scorso anno e -19,1% dal 2015 al 2025, contro il -6,4% e il -31,3% delle Marche). In termini assoluti, la Sicilia ha perso 16.550 artigiani in un decennio, di cui 2.604 tra il 2024 e il 2025. Numeri che manifestano una crisi in atto, ma che al tempo stesso sono più contenuti che nel resto d’Italia. Basti pensare che la Lombardia ha perso 82.396 artigiani in dieci anni e circa 13mila nel giro di 12 mesi (2024/2025).

Anche i dati provinciali illustrati della CGIA di Mestre restituiscono l’immagine di una Sicilia dove – sebbene le botteghe siano in sensibile diminuzione – c’è un minimo segno di resistenza a un trend negativo che sta travolgendo il Paese. Nella graduatoria nazionale delle province che hanno perso più imprenditori artigiani nell’ultimo anno, Pesaro-Urbino, Mantova e Bologna occupano i primi tre posti in termini percentuali; le città siciliane, invece, si trovano tutte in fondo, nella seconda parte della classifica.

La “maglia nera” isolana va a Caltanissetta, alla posizione 68 (su 107) e un -4,6% di imprenditori artigiani tra il 2024 e il 2025 (-154 in valore assoluto). Seguono a debita distanza Catania (posizione 94, -613 artigiani, -3,8%), Enna (posizione 96, -108, -3,7%), Messina (posizione 97, -393, -3,6%), Ragusa (posizione 98, -214, -3,6%), Palermo (posizione 99, -505, -3,5%). Chiudono la classifica siciliana – rispettivamente alle posizioni 101, 104 e 106 (quindi penultima a livello nazionale) – Siracusa (-196 artigiani, -3,5%), Trapani (-230, -3,3%) e Agrigento (-191, -3,1%).

Botteghe e artigiani in Sicilia e in Italia, ci sono settori che si salvano

A soffrire di più – nell’ambito della “crisi delle botteghe” – sono i piccoli negozi di generi alimentari, ma anche le attività di quei professionisti che diventano sempre più “introvabili”: quelli che si occupano di manutenzione e riparazione, dall’elettricista al fabbro, dall’idraulico all’antennista. Secondo la CGIA di Mestre, “è molto probabile che entro un decennio reperire sul mercato un idraulico, un fabbro, un elettricista o un serramentista in grado di eseguire un intervento di riparazione/manutenzione” in casa o in ufficio “sarà un’operazione difficilissima”. Alcuni dei fattori che influiscono di più questo trend? Il “progressivo invecchiamento della popolazione artigiana” e la “corrispondente contrazione dei giovani che si avvicinano a questi mestieri” sempre più rari.

Non tutti gli artigiani, però, vivono la crisi nello stesso modo. L’evoluzione delle abitudini quotidiane e dell’economia hanno portato alcuni lavori a emergere e diffondersi in maniera capillare sul territorio. Tra i mestieri in controtendenza figurano: acconciatori, massaggiatori, tatuatori, estetisti, ma anche esperti del web e dei social, tecnici informatici e botteghe di natura alimentare (gastronomie, gelaterie e pizzerie al taglio in particolare). Mestieri che sul web stanno trovando il loro modo di “brillare”.

Gli ostacoli, dalle tasse alla concorrenza

Affitti commerciali, utenze, tasse locali e contributi pesano molto di più su una piccola attività che su una grande catena”. Con questa breve frase la CGIA di Mestre spiega i motivi principali della desertificazione commerciale che investe soprattutto le botteghe di stampo artigianale. Pesa anche la concorrenza dell’online e dell’e-commerce, comodo, veloce e dai prezzi generalmente competitivi; così come il proliferare di centri commerciali – dove le famiglie possono “fare tutto insieme” e trovare ogni tipo di servizio – va a svantaggio dei negozi più piccoli. Spesso un negozio di vicinato “ha margini ridotti e poca capacità finanziaria” e anche piccoli e brevi cali delle vendite possono stravolgere l’equilibrio economico dell’esercizio.

IA e tecnologia, danno o manna dal cielo?

Il report della CGIA commenta anche l’impatto della tecnologia sulle botteghe. “L’intelligenza artificiale non ucciderà l’artigianato“, è l’ipotesi di fondo dell’associazione di Mestre. L’IA, però, potrà essere per gli artigiani un “aiutante instancabile” o un “concorrente”. Nel primo caso, le nuove tecnologie diventano uno strumento creativo per ampliare le prospettive, migliorare la produttività e potenzialmente anche le vendite, uno strumento che invece di togliere tempo lo restituisce lasciando “più spazio alla vera manualità” degli artigiani. Nel secondo, invece, l’IA e la macchina diventano potenziali nemici che fanno il lavoro più in fretta e in maniera più economica.

Chi se la caverà meglio in questo contesto dove il confine tra IA-aiutante e IA-rischio appare molto sottile? Secondo l’analisi della CGIA “Chi restaura – un mobile antico non lo ripara nessuna macchina –, chi lavora nel lusso su misura, chi ripara e chi vende soprattutto un’esperienza: corsi, botteghe aperte al pubblico, la possibilità di vedere il gesto artigianale dal vivo”.

Una ricetta speciale per sapere cosa accadrà in futuro e per risolvere la “crisi delle botteghe” non esiste. Tuttavia, in un contesto dove i centri storici si svuotano sempre di più ed è necessario garantire la sopravvivenza di servizi di prossimità, per la CGIA è fondamentale progettare un “reddito di gestione delle botteghe artigiane per chi (giovane o meno) conduce o apre una attività nei centri minori (almeno fino a 10.000 abitanti)”. E naturalmente investire sempre nella formazione, tra i pochi strumenti a garantire che l’antico possa andare a braccetto col nuovo continuando a esistere ma adattandosi alla rivoluzione del contesto contemporaneo.

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