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Dalla confisca al riuso sociale, il percorso a ostacoli: Comuni senza risorse e immobili difficili da recuperare

Dalla confisca al riuso sociale, il percorso a ostacoli: Comuni senza risorse e immobili difficili da recuperare

In Sicilia centinaia di immobili restano inutilizzati nonostante l’emergenza casa

ROMA – È in questo limbo dei beni confiscati inoptati che arriva la contraddizione: di fronte a molteplici bisogni sociali che richiedono spazi e infrastrutture, resta lontana la soluzione al problema. Nonostante ci siano strumenti (ovveri immbobili) a iosa.

La relazione osserva che, nonostante emergenze come la precarietà abitativa, la mancanza di luoghi di socialità e la necessità di tutelare persone fragili e disabili, molti beni rimangono nel “disinteresse” degli Enti a cui vengono proposti. E sono molteplici i motivi da mettere infila per indagare su questo controsenso.

L’Agenzia riconosce da una parte problemi di appetibilità, perifericità e collegamenti: si stima che circa l’80% dei beni confiscati sia gravato di abusi di diversa gravità, con significative ricorrenze di fattispecie di assoluta insanabilità, non superabili attraverso l’applicazione delle norme urbanistiche. Spesso, infatti, nonostante l’elevato valore di un bene, gli enti non hanno le risorse economiche – o anche umane – per poter far fronte alla “missione” di recuperare il patrimonio proposto.

Gli ostacoli al riutilizzo dei beni confiscati

Dall’altra, però, esiste un altro fattore che viene segnalato, meno burocratico e più “culturale”. In alcuni casi, infatti, il mancato interesse dei Comuni e degli enti pubblici può essere legato anche a “preoccupazioni di contesto” che si traducono in “comportamenti omissivi se non di contiguità”. Si deve concludere che “la responsabilizzazione delle collettività – si legge nella relazione – rispetto all’obiettivo di testimoniare il contrasto alla criminalità attraverso il reimpiego dei beni alla stessa sottratti non è ancora sufficientemente radicata e ciò si traduce, pericolosamente, nel prospettico isolamento dei soggetti che potrebbero potenzialmente accedere ad una serie articolata di servizi, erogabili attraverso l’acquisizione dei beni proposti”. Questo a testimonianza del fatto che, la lotta alla mafia e la riappropriazione del patrimonio che se ne “ricava”, è una missione multifattoriale in cui le istituzioni (e non solo) a più livelli sono coinvolte e chiamate a impegnarsi.

Negli ultimi anni, il riutilizzo sociale dei beni confiscati ha assunto una marcata dimensione abitativa e di welfare territoriale. L’attività di destinazione risulta infatti sempre più orientata a sostegno delle esigenze di gruppi vulnerabili (giovani, famiglie, anziani, disabili, senzatetto, soggetti affetti da dipendenze) nonché a supportare politiche abitative, nel quadro delle persistenti disuguaglianze territoriali.

L’emergenza abitativa in Italia

I dati emersi dal Rapporto Svimez, pubblicato il 27 novembre 2025, e dalle audizioni in Parlamento dell’Associazione nazionale dei costruttori edili (Ance) delineano un quadro di estrema criticità: oltre 650.000 famiglie sono stabilmente inserite nelle graduatorie comunali per l’edilizia residenziale pubblica, coinvolgendo circa 1,4 milioni di persone. Ma nel frattempo cresce l’emergenza sfratti, con un inevitabile tensione sociale che trasforma il disagio abitativo in un trauma profondo. Sono 40 mila le sentenze di sfratto annue, con un impatto devastante su circa 120 mila persone, tra cui 30 mila minori. Nonostante ciò, sono circa 100 mila le case pubbliche vuote; un paradosso enorme. Proprio alla luce di questa analisi, un intero capitolo della relazione dell’Anbsc riguarda il riutilizzo dei beni confiscati a scopo abitativo.

In Sicilia le destinazioni definite dall’Anbsc per finalità alloggiative, per scopi abitativi e per le diverse emergenze abitative riguardano un totale di 707 beni, di cui però la maggior parte rispondono alle esigenze alloggiative delle forze dell’ordine (497 beni). Rimane, così, alla destinazione degli enti territoriali un patrimonio di 207 beni per rispondere all’emergenza casa: di certo ancora troppo poco per potersi avvicinare ad una soluzione urbanistica popolare sostenibile e strutturale.

Sicilia, il riuso sociale dei beni confiscati

Non mancano, allora, le contraddizioni in questa “ricchezza” immobiliare che luccica ma porta con sè ostacoli, intoppi e lungaggini. Rimane però saldo l’orizzonte per superare gli steccati che intercorrono tra la lenta burocrazia e il riuso sociale nei territori: a trent’anni dall’approvazione della legge 109/1996, nata dall’impulso dell’associazione antimafia Libera, oggi in Italia 1.332 soggetti della società civile organizzata gestiscono beni confiscati alle mafie, costruendo ogni giorno percorsi di inclusione sociale, sviluppo territoriale e cittadinanza attiva.

Il 57,6% delle realtà svolge attività legate al welfare e alle politiche sociali, il 23,2% promuove cultura, educazione e turismo sostenibile e il 9% opera nei settori agricoltura e ambiente. Oltre 380 di queste realtà si trovano solo in Sicilia. A testimonianza del fatto che trasformare un patrimonio sporco di mafia in una risorsa pulita e comune è ancora il baluardo di una società civile, quella siciliana, che cammina per riappropiarsi di veri e propri metri quadri di giustizia.