La crisi economica conseguente all’aumento dei prezzi dei carburanti fossili utilizzati per produrre l’energia sta attanagliando le economie europee e svalutando in modo preoccupante il mondo dei Buoni statali dell’Unione europea, ma anche quelli dell’area del dollaro. Cosicché, chi ha tesaurizzato i propri risparmi in questi titoli pubblici sta subendo perdite che possono arrivare anche al dieci per cento del capitale.
La causa di questa grave crisi, che potrebbe richiamare quella di Lehman Brothers del 2008, è la stoltezza della stessa Ue che ha sostenuto con danaro e armi l’Ucraina contro l’invasione ingiustificabile della Russia di Putin.
A proposito della stessa Russia, sottolineiamo che domenica si sono concluse le elezioni per il rinnovo della Duma. Il risultato, come prevedibile, è stato favorevole allo stesso Putin, anche in virtù dell’appoggio incondizionato della Chiesa ortodossa russa e del suo leader, Kirill, che inevitabilmente ha spinto il 58% del popolo a dare un suffragio positivo, nonostante le spese ingenti e la morte di centinaia di migliaia di russi al fronte.
Crisi energetica in Europa e conseguenze economiche
Dunque, non avere firmato la proposta di pace turca del marzo 2022, pubblicata su questo giornale martedì 15 settembre, è stato un comportamento irresponsabile per una serie di motivi.
Il primo, la distruzione di metà Ucraina. Il secondo, le pene dell’inferno che ha dovuto soffrire la stessa popolazione ucraina. Il terzo, la diffusione nelle istituzioni di quel Paese della corruzione, di cui cominciamo ad avere informazioni più probanti. Il quarto, un maxi prestito di ben novanta miliardi, che, date le condizioni economiche dell’Ucraina, si può considerare irredimibile, cioé, di fatto, un regalo.
Ma i punti elencati riguardano purtroppo solo quel Paese. Le sanzioni alla Russia, con la chiusura dei tubi per l’energia diretti verso i ventisette Stati dell’Unione, hanno provocato l’attuale disastro economico e finanziario che abbiamo prima descritto. Per cui oggi i Paesi europei, fra cui il nostro, sono attanagliati dalla conseguente crisi energetica, che sta avendo pesanti conseguenze sul prezzo dei carburanti e quindi sugli stipendi e sui redditi fissi del ceto medio e basso delle popolazioni.
Russia-Ucraina, la proposta per riaprire i flussi energetici
Se la governance dell’Ue fosse saggia e non affidata agli attuali Presidente e Commissione, dovrebbe immediatamente porre all’ordine del giorno la firma di quell’ipotesi di accordo di pace prima citato e quindi l’immediata riapertura dei tubi russi.
L’afflusso di carburanti fossili da quei tubi normalizzerebbe la situazione economica, i prezzi ritornerebbero ai livelli precedenti e i cittadini europei, in primis i nostri, non soffrirebbero le pene che stanno soffrendo.
I soliti sapientoni obietterebbero subito che “i territori sono inviolabili” o che “i prepotenti vanno contrastati”. Principi teorici giusti, anzi sacrosanti, ma il realismo dev’essere più forte di qualunque opinione teorica perché quando cittadine e cittadini soffrono per queste teorie, esse debbono essere definite insane, in quanto prima di tutto conta il benessere della popolazione e poi tutte le altre ipotesi più o meno giuste.
Pace Russia-Ucraina e rapporti economici con la Russia
Dunque, firma urgente della pace Russia-Ucraina e apertura altrettanto urgente dei tubi russi verso l’Ue. Anzi, l’Unione dovrebbe stabilire trattati economici importanti con quel Paese, che essendo in uno stato obiettivo di modesto sviluppo economico, con vistose sacche di povertà, avrebbe la possibilità di accettare investimenti occidentali e quindi sviluppo di business colossali.
In questo quadro, andrebbero sbloccati i fondi russi presso le banche europee, che sembra ammontino intorno ai trecento miliardi, ponendo anche qualche condizione affinché questi fondi siano investiti in attività economiche che producano aumento sensibile del prodotto interno lordo, di cui l’Ue ha forte bisogno per passare, dal misero incremento dell’uno per cento al necessario coefficiente che superi il tre per cento.
Ricordiamo, per inciso, che la Cina cresce ogni anno fra il cinque e il sei per cento. Se non vogliamo essere fagocitati da quel Paese, anche l’Unione deve far crescere il proprio Pil di molti punti percentuali e quindi scegliere fra realtà e demagogia. Questo è il problema!

