ROMA – Finché a essere più importante – per ottenere un impiego – sarà la nazionalità anziché i titoli di studio e le competenze possedute, sarà impossibile non solo aspirare a una completa integrazione, ma anche ottimizzare il benessere e la ricchezza del Paese.
Nonostante i dati macroeconomici positivi, infatti, il rapporto della Fondazione Leone Moressa evidenzia il persistere di profonde criticità: l’occupazione straniera in Italia appare ancora fortemente polarizzata da un punto di vista geografico ma anche “segregata” in professioni non qualificate e settori labour-intensive, con un marcato divario a sfavore della componente femminile.
Lavoratori stranieri in Italia, il problema della segregazione occupazionale
Nel suo intervento introduttivo al rapporto, il consigliere Rosario Maria Gianluca Valastro, presidente dell’Organismo nazionale di coordinamento delle Politiche di integrazione degli stranieri (Onc), istituito presso il Cnel, ha evidenziato la necessità di riconoscere i titoli di studio e valorizzare le competenze dei migranti. “Il lavoro è libertà, il lavoro è dignità”, ha affermato, richiamando l’importanza di favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro per promuovere il pieno contributo delle persone straniere all’economia italiana. “I numeri sono chiari, i numeri non sono confutabili”, ha aggiunto, ricordando l’importanza del contributo dell’imprenditoria degli stranieri.
Questa “segregazione occupazionale” che viene portata alla luce dal rapporto Flm, parla quindi di una forte disuguaglianza nell’accesso a determinate professioni. Altri dati utili, per comprendere la portata del fenomeno, vengono dalla Fai-Cisl che, qualche giorno fa, ha presentato a Roma il rapporto Made in Immigritaly 2026 in occasione dei dieci anni dalla Legge 199 contro il caporalato nel settore dell’agroalimentare.
Braccianti stranieri in agricoltura, i dati del rapporto Fai-Cisl
Il contesto descritto dal sindacato è molto chiaro: tra stagionali e lavoratori a tempo indeterminato i migranti in agricoltura nel 2025 hanno raggiunto le 430 mila unità, cioè il 42% del totale. E i braccianti provenienti da Paesi extra-Ue sono in netto aumento: ammontano al 79,3% del totale dei nati all’estero.
Significative sono le rilevazioni territoriali che segnalano come in diverse regioni e province il numero dei lavoratori immigrati abbia superato il 50% delle presenze complessive: tra tutti, uno dei casi che scala la classifica nazionale è quello della provincia di Ragusa, dove si raggiunge il 60%.
Ragusa, il lavoro migrante tra integrazione e sfruttamento
Ma per approcciarsi a questa riflessione, occorre avere un approccio intersezionale: il soggetto del problema, infatti, non è il migrante ma l’irregolarità – dal lavoro sommerso, fino agli incidenti – con cui ci si scontra in alcuni settori produttivi.
Nel 2024 secondo il ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, i comparti con una maggiore incidenza di manodopera straniera sono anche quelli più esposti a distorsioni nei rapporti di lavoro, caratterizzati da elevati livelli di irregolarità e lavoro sommerso. Secondo Istat, il tasso complessivo di irregolarità è pari al 12,7%, ma raggiunge il 24,4% nei servizi di alloggio e ristorazione, il 17,6% nel settore agricolo e il 55,4% nel lavoro domestico e di cura. Quindi non solo impossibilità di accedere a professioni qualificate, per i migranti, ma anche difficoltà ad avere garantita la dignità del lavoro.
Lavoro irregolare in agricoltura, i dati Istat e Inail
L’agricoltura è l’esempio emblematico. Secondo l’Oim-Ufficio di coordinamento del Mediterraneo, i dati Istat pubblicati nel mese di ottobre 2025 e relativi all’anno 2023, il settore primario registra un tasso di irregolarità del 20,8%, rispetto a una media delle attività economiche del 10%. Per dare un termine di paragone, il settore delle costruzioni registra l’11,8%; la manifattura il 4,8%; il commercio l’8,6%. Se a livello di macro settore l’agricoltura fa segnare il tasso di irregolarità più elevato, solo a livello di sotto-settore troviamo valori maggiori, come nel caso del lavoro domestico (48,8%).
Inoltre, secondo le ispezioni condotte dall’Inail (nell’anno 2024), quelle su cui si sono riscontrate irregolarità rappresentano il 68,4%. Negli altri settori le ispezioni su cui si sono riscontrate irregolarità superano invece il 70%, arrivando al 73,7% nel settore delle costruzioni. È allora facile poter dedurre che, anche per una questione statistica, più i migranti occupano questi settori più sono esposti a rapporti lavorativi non sicuri.
Migranti e caporalato, la vulnerabilità dei lavoratori stranieri
“Nonostante il tasso di irregolarità – si legge nel rapporto dell’Oim – non misuri direttamente la condizione dei lavoratori migranti è evidente come la vulnerabilità di questa componente sia un fattore che aumenta la probabilità di lavoro informale. Alcuni territori analizzati presentano sacche di arretratezza e di fragilità socio-economica delle produzioni locali”.
Tra gli esempi portati c’è proprio quello dell’area Vittoria-Ragusa dove “queste differenze possono essere interpretate come diverse forme d’integrazione subalterna”, dal confinamento in occupazioni stabili ma socialmente sgradite fino allo sfruttamento vero e proprio che poggia le basi sull’isolamento sociale e la scarsa informazione dei migranti in materia di diritto del lavoro.

