Al Paese urge stabilità e governabilità. Parlamento inutile diventato un teatrino - QdS

Al Paese urge stabilità e governabilità. Parlamento inutile diventato un teatrino

Carlo Alberto Tregua

Al Paese urge stabilità e governabilità. Parlamento inutile diventato un teatrino

sabato 26 Settembre 2020 - 00:00

L’ultima severa ammonizione del Presidente della Repubblica al Parlamento, in occasione della firma della legge di conversione sulla Semplificazione, è stato il segnale che il Capo dello Stato ha perso la pazienza di fronte al mancato rispetto dei principi costituzionali.
La Costituzione, art. 99, prevede che il Consiglio dei ministri possa approvare Decreti legge solo in caso di necessità e urgenza. Non solo, ma lo stesso articolo stabilisce anche che il testo deve riguardare una materia omogenea, cioè in esso non possono essere raggruppate questioni diverse fra loro.
Invece, è accaduto spesso il contrario e cioè che Decreti legge non siano stati approvati con le sopramenzionate caratteristiche e che abbiano preso la forma di una sorta di calderone delle materie più disparate. Nonostante ciò sono stati firmati, anche perché essi dovevano essere convertiti entro sessanta giorni. Il malvezzo è andato sempre peggiorando ed è diventato quasi un’abitudine.

Questo comportamento del Consiglio dei ministri e dei capi-partito, che nell’esecutivo sono rappresentati, si unisce allo step della conversione. In quella sede, dopo un lavoro delle Commissioni di Camera e Senato, per far fronte alla scadenza dei sessanta giorni, il Governo in carica ha preso l’abitudine di porre la fiducia con un articolo unico e centinaia di commi sottostanti.
Se si uniscono i due fatti (Decreti legge e approvazione della conversione con la fiducia) si comprende come il Parlamento sia stato messo fuori causa, perché non solo non ha preso in esame emendamenti e note dell’opposizione, ma neanche quelli della propria maggioranza.
Ciò accade ancora oggi perché tale maggioranza è sempre in stato di fibrillazione. Vi sono molte voci dissidenti e dissonanti, per cui esse vengono ingabbiate, appunto, nel voto di fiducia.
Sorge la domanda: ma perché i dissidenti, che non approvano un disegno di legge, poi danno la fiducia? La risposta è nel tornaconto personale di questi parlamentari, i quali hanno il terrore di perdere la seggiola e di ritornare a fare quello che facevano prima, o anche di tornare a fare i disoccupati.
La questione del funzionamento effettivo del Parlamento è conseguente alla incapacità della legge elettorale di esprimere una maggioranza omogenea che non abbia al proprio interno voci dissonanti. Per cui i lavori dovrebbero essere molto snelli, gli emendamenti pochi e i tempi di approvazione abbastanza rapidi.
Così non ci sarebbe neanche bisogno della cattiva abitudine dei Decreti legge in serie, perché se un disegno di legge avesse la possibilità di essere approvato in trenta giorni per Aula, la necessità e l’urgenza non ci sarebbero più.
Come potrebbe diventare più funzionale il Parlamento? Appunto con maggioranze omogenee, ma anche con la riforma dei regolamenti interni, farraginosi e complicati, fatti apposta per dare spazio ai perditempo, ai facinorosi e a tutti quelli che non hanno a cuore la Cosa pubblica, bensì la propria tasca.
Tali regolamenti dovranno essere riformati con rapidità, anche a seguito della clamorosa vittoria popolare che ha mandato a casa 345 privilegiati.

Una maggioranza omogenea è conseguenza di una legge elettorale nazionale, che abbia questo obiettivo. Non, dunque, una qualunque, ma quella strutturata precisamente perché in Parlamento possano andare persone qualificate, competenti, già di successo e non disoccupati o gente con la terza media, o addirittura che insegnava all’asilo.
La legge elettorale deve consentire ai cittadini di scegliere i candidati uno ad uno, eliminando le tristi liste bloccate, facendoli raffrontare in collegi uninominali a doppio turno, come in Francia.
Inoltre, sarebbe necessaria una riforma costituzionale per eleggere il “Sindaco d’Italia”. I cittadini hanno il diritto di indicare chi li debba guidare per cinque anni, in quanto non vogliono più delegare i parlamentari per scegliere il Capo dell’esecutivo o il Capo dello Stato.
In altri termini, il modello francese, istituito con la riforma costituzionale della V Repubblica, voluta da Charles De Gaulle nel 1958, che ha dato al Paese d’oltralpe stabilità e governabilità, validate dal Popolo. Proprio quello che serve all’Italia.

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