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Amenta (Anci): “Non servono piccoli investimenti, ma una strategia per ripopolare la Sicilia”

Amenta (Anci): “Non servono piccoli investimenti, ma una strategia per ripopolare la Sicilia”
In foto Paolo Amenta, presidente di Anci Sicilia

Per il presidente dell’Associazione dei comuni siciliani servono provvedimenti strutturali. “C’è una desertificazione totale in quei territori senza servizi essenziali”

Sul tema dello spopolamento delle aree interne e dei piccoli centri siciliani interviene al QdS anche Paolo Amenta, presidente di Anci Sicilia e sindaco di Canicattini Bagni, in provincia di Siracusa.

I piccoli comuni sono una forza per il territorio, ma spesso non valorizzata…
“Sì, vanno valorizzati e dobbiamo smetterla di lottare per difendere i piccoli comuni e le aree interne. È più che mai necessario che si stili un piano strategico per il ripopolamento delle aree interne, perché sono un attore importante per la rinascita del Paese, dell’Italia e, nel caso specifico, della nostra Sicilia. Non si può più pensare, o parlare, di piccoli interventi o di piccole organizzazioni territoriali, o di piccoli investimenti. Bisogna iniziare a capire che è necessaria una strategia importante”.

Negli ultimi tempi la considerazione dei comuni è cambiata?
“Prima il comune era considerato il cuore pulsante dello Stato, il cuore pulsante della Regione, mentre oggi siamo ridotti al punto che è considerato la marginalità più totale. Il tema è che la denatalità sta portando a poche nascite, e poi spopolamento, migrazioni, giovani che se ne vanno. Ma c’è anche la desertificazione totale di quei territori dove non esistono servizi essenziali. Come fa una famiglia ad andare nei piccoli comuni, a viverci, se poi non c’è il servizio sanitario di prossimità, non c’è addirittura la pubblica istruzione, non c’è l’ufficio postale, non ci sono, in molti casi, i servizi essenziali?”.

Da dove si può ripartire, quindi?
“Ricollocando il territorio, rivedendo la mappa della sistemazione dei territori che allo stato attuale non si può più governare. Non parlare più di fusioni ma di Unioni, ridisegniamo una mappa territoriale al cui interno ci siano uffici unici, uffici tecnici, uffici amministrativi, ci siano servizi educativi, asili nido, in cui si garantisca la scuola, in cui ci sia un collegamento per la mobilità fisica ma anche digitale. Bisogna far nascere una nuova organizzazione territoriale. Chiediamo con forza di ribaltare il paradigma, ripartendo da un disegno del territorio con competenze giuridiche essenziali come quelle che possono essere dell’Unione dei Comuni e di una riorganizzazione dei servizi essenziali”.

Ritiene che ci sia bisogno anche di un forte intervento normativo?
“Ancora si gestiscono i comuni partendo da un Testo unico degli Enti locali, cioè la Costituzione dei Comuni, che fa riferimento agli anni 2000, quando ancora non si era in presenza della crisi demografica, non c’era la transizione digitale. E la cosa più triste è che quando parliamo di sicurezza urbana, sicurezza dei piccoli centri, parliamo con una norma nazionale del 1986, quarant’anni fa. E parliamo di una norma regionale del 1990”.

Cosa si può fare a livello regionale?
“Chiediamo l’istituzione del Consiglio delle Autonomie locali in Sicilia, unica regione in cui non c’è. Dal punto di vista dell’architettura normativa ai singoli assessorati chiediamo di agire in maniera più moderna, innovativa, perché il mondo è cambiato e non è più consentito di parlare dei piccoli interventi o piccoli contributi che poi lasciano lo stesso problema di prima. Bisogna ridisegnare il sistema giuridico-amministrativo degli Enti locali”.