PALERMO – Qualcosa il Parlamento siciliano deve pur mettere in agenda, e per martedì Sala d’Ercole è convocata con all’ordine del giorno la solita sequenza di debiti fuori bilancio da approvare. Si prevede quindi un’altra seduta a banchi vuoti, a meno che non si trovi un accordo su altra attività che al momento non sembra essere stata programmata. Nessuna convocazione di Commissioni, nessun ritorno di stralci in Aula.
Il vero fermento politico è fuori palazzo, o fuori dai palazzi, per essere esatti. Le chat, di contro, sono attivissime. Formalmente si è proceduto a Palazzo d’Orleans con l’approvazione in Giunta del rendiconto della Regione per l’esercizio finanziario 2021 – poche ore più tardi della parifica parziale ottenuta sul rendiconto 2023 alla Corte dei conti – ormai divenuto disegno di legge da sottoporre all’Ars dopo l’iter che ha visto gli uffici di Alessandro Dagnino integrare le motivazioni della Corte dei conti sulla parifica parziale. Stessa procedura seguita per il rendiconto del 2020, parificato con analoga formula e già deliberato dalla giunta quale disegno di legge per l’Ars la settimana precedente.
Variazioni di bilancio, disegno di legge rinviato a dopo l’estate
Questa attività è adesso il centro gravitazionale della politica di maggioranza. Riavviate anche le interlocuzioni con gli assessori sulle variazioni di bilancio ormai non più estive. In via Notarbartolo, sede dell’assessorato all’Economia, le probabilità che il disegno di legge contenente variazioni di bilancio possa passare dal vaglio di Sala d’Ercole prima della pausa estiva sono ormai prossime allo zero. Assessori, con le rispettive istanze di governo, poi capigruppo con le richieste parlamentari e infine benedizione delle segreterie sui risultanti accordi di pace che ne derivano, fanno sì che nelle restanti tre settimane di luglio non si possa pretendere il pervenire a una sintesi utile per un buon risultato parlamentare.
Figuccia cerca di pressare la maggioranza
Il deputato regionale della Lega Vincenzo Figuccia, a tavolo riaperto per definire le voci primarie della manovrina, prova a sollecitare la maggioranza: “È necessario accelerare i tempi della manovra per dare risposte concrete alle priorità della Sicilia, a partire dall’agricoltura”. Senza poter negare il perdurare delle tensioni interne, Figuccia invita le parti a fumare il calumet della pace: “Auspico che il centrodestra ritrovi rapidamente le ragioni che ci uniscono, certamente più forti di quelle che ci dividono, così da approvare in tempi brevi le misure attese da cittadini e imprese”. La sollecitazione del deputato questore leghista porta con sé anche una breve ma cospicua lista della spesa per l’assessorato di Luca Sammartino in favore della distillazione e del comparto cerealicolo verso cui l’assessore si era già impegnato.
Centrodestra, tensioni ancora accese
Pur trovando una quadra di massima sugli indirizzi di investimento delle risorse da inserire nella manovrina, che al momento si prevede ancora di circa 400 milioni di euro, restano appunto da superare le crisi interne che metterebbero a rischio – allo stato attuale – le votazioni sui singoli articoli. In questo finale di legislatura infatti sono tornati attuali temi che sembravano ormai cassati, e che rivelano come siano ancora accese le tensioni sui tavoli dei negoziati interni al centrodestra. “Nessuna nuova, buona nuova”, si diceva un tempo. Oggi però il “nessuna nuova” sul fronte del terzo mandato del sindaco leghista di Serradifalco è sinonimo di difesa da parte del primo cittadino e non di concessione del passo indietro preteso dagli autonomisti di Raffaele Lombardo. La Lega, la cui autorità politica siciliana è l’assessore all’Agricoltura Sammartino, aveva già dato picche all’Mpa sul bando in agricoltura con soglia minima a 250 mila euro.
Nel frattempo si consolidava l’asse allargato da Lega-Dc a Lega, Dc e Sud chiama Nord. Un’intesa tra partiti all’interno della coalizione che potrebbe evolvere in una sostituzione del Movimento per l’Autonomia nella coalizione di centrodestra delle prossime elezioni regionali, nel caso non si trovasse una pax. La possibilità che ciò avvenga è però tutt’altro che peregrina. Una settimana addietro, l’assessore regionale alle Autonomie Locali Elisa Ingala, dell’Mpa, succeduta al democristiano Andrea Messina dopo mesi di interim di Renato Schifani, ha annunciato mediante “canali autonomisti” di aver “avviato formalmente l’iter per il ripristino dell’elezione diretta del presidente della Provincia e dei consiglieri provinciali” quale iniziativa “fortemente voluta per colmare un vuoto democratico che da troppo tempo allontana le istituzioni dal territorio” e che “mira a restituire piena legittimazione popolare agli organi di governo provinciale”. In altre parole, Mpa annuncia un disegno di legge da definire e presentare all’Ars.
Pace, capogruppo Dc: “Restituire ai cittadini il diritto di eleggere i propri rappresentanti è un importante atto di democrazia”
Appena sei giorni dopo l’annuncio autonomista, con gran tempismo, la Democrazia cristiana mette la freccia e supera gli autonomisti battendoli sul tempo nel depositare all’Ars un disegno di legge: “Disciplina in materia di funzioni, organi di governo e sistema elettorale delle Province e delle Città metropolitane”. A parlare è il capogruppo democristiano all’Ars, Carmelo Pace, affermando che “restituire ai cittadini il diritto di eleggere i propri rappresentanti è un importante atto di democrazia”. Mentre il primo firmatario del ddl democristiano, il presidente della commissione Affari istituzionali Ignazio Abbate, ha affermato che l’intenzione del gruppo è quella di voler portare “all’attenzione del Parlamento regionale e dell’opinione pubblica un provvedimento che amplia la platea dei diritti dei cittadini, oggi esclusi dall’elezione di importanti organi democratici che sono oggi esclusivamente appannaggio di sindaci e consiglieri comunali”. Due iniziative parallele su un tema respinto dall’Ars e che si scontra costituzionalmente con la nazionale, di rango superiore e primario legge Delrio.
Campo largo a Napoli: “Mai più divisi, promesso”
E mentre Mpa e Dc sembrano sfidarsi anche sulle convergenze politiche di difficile attuazione, sul fronte opposto, o dell’opposizione, va in scena la dicotomia progressista con la foto del campo largo a Napoli – “Mai più divisi, è una promessa” – da una parte, e quella meno scenica del campo teoricamente extra-largo siciliano, diviso tra scissioni interne a Partito democratico e Movimento 5 Stelle e tensioni tra il campo largo da riprodurre in Sicilia e quell’extra rappresentato da Ismaele La Vardera con Controcorrente, che allo schema delle segreterie romane proprio non intende dare seguito. Così, mentre il fronte alternativo al centrodestra in Sicilia stenta a trovare la sintesi e proiettare l’immagine di coesione della foto di Napoli, sul versante dell’attuale maggioranza si assiste a un recupero sul consenso di Renato Schifani e alla “promozione”, anche in sede Corte dei conti, della sua politica economico-finanziaria. Il rischio, per i siciliani, è adesso che a dar retta ai sondaggi – fin qui forse troppo prematuramente elaborati – si fa la fine dell’estate del Papeete di non lontana memoria.
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