Si stava meglio prima. Quando si parla di enti di area vasta – le ex Province, che da ormai un decennio in Sicilia si chiamano Città Metropolitane o Liberi consorzi – la nostalgia per molti, specialmente per chi fa e vive di politica, è dietro l’angolo. La riforma dell’era Crocetta, con la pretesa di tarare su scala isolana la riforma Delrio che nel 2014 aveva soprattutto abolito le elezioni dirette, ha portato la Sicilia in un limbo segnato da lunghissimi commissariamenti. Un periodo che è stato costellato anche da tentativi, tutti a vuoi, a volte anche con l’intervento della Corte costituzionale, di reintrodurre il suffragio universale per individuare di chi deve occuparsi della guida politica degli enti che aggregano i Comuni per contiguità territoriale.
L’anno scorso, infine, per la prima volta si sono celebrate le elezione di secondo livello, con sindaci e consiglieri chiamati alle urne per selezionare chi tra loro dovesse assumere i nuovi incarichi. Anche in questo caso polemiche e ricorsi non sono mancati: c’è chi, per esempio, ha messo in discussione la legittimità di una normativa che prevedendo il voto ponderato di fatto rende riconoscibile la provenienza dei voti.
Al momento, però, la legge resta quella anche in Sicilia. La Corte costituzionale, infatti, ha già detto in passato che lo Statuto speciale non basta per superare i paletti posti a livello nazionale dalla Delrio. Nonostante ciò all’Ars nelle scorse settimane è stato depositato un nuovo disegno di legge che rivedendo anche le competenze degli enti di area vasta prevede la reintroduzione dell’elezione diretta. A presentarlo è stato il gruppo della Democrazia Cristiana.
Il cambiamento inizia dal nome
Il ddl è composto da 14 articoli che, nel dettaglio, dispongono le nuove regole con cui in Sicilia individuare i rappresentanti politici. Per certi aspetti, si tratta di un ritorno al passato, a partire dai nomi: i Liberi consorzi sparirebbero per tornare a chiamarsi Province, mentre le Città Metropolitane rimarrebbero. Entrambe le tipologie di enti sarebbero dotate degli stessi organi di governo, cono la previsione di un presidente, una giunta e un consiglio. Oggi, invece, la norma prevede un presidente, un consiglio comunale composto da un numero di figure in proporzione alla popolazione amministrata, e l’assemblea dei sindaci.
Il ritorno degli assessori immaginato dalla Dc sarebbe organizzato in tre fasce: “Dieci assessori, di cui uno con funzioni di vicepresidente, nelle Province con popolazione pari o superiore a un milione di abitanti; nove assessori, di cui uno con funzioni di vicepresidente, nelle province con popolazione pari o superiore a 500mila abitanti; un numero massimo di otto assessori, di cui uno con funzioni di vicepresidente, nelle Province con popolazione inferiore a 500mila abitanti”. Per quanto riguarda il consiglio, si tratterebbe sempre di un organo elettivo: “È composto da 40 consiglieri nelle province con popolazione pari o superiore a un milione di abitanti; 36 consiglieri nelle province con popolazione pari o superiore a 500mila abitanti; 30 consiglieri nelle province con popolazione inferiore a 500 mila abitanti”, si legge.
Suffragio universale
Nonostante nel ddl non ci siano riferimenti alla legge Delrio (la 56 del 2014) né indicazioni su come superare le criticità con cui si sono scontrati i precedenti tentativi di ritornare il voto diretto, la Democrazia Cristiana propone all’Ars di votare una legge regionale che punti sul suffragio universale.
“Il presidente della Provincia – si legge all’articolo 6 – è eletto a suffragio universale e diretto, contestualmente al Consiglio provinciale. Per l’elezione del Presidente della Provincia la circoscrizione elettorale è articolata in un unico collegio elettorale e coincide con il territorio provinciale”. Per quanto riguarda, i componenti del Consiglio è prevista la creazione di più collegi: “Ai fini dell’elezione dei consiglieri provinciali, la circoscrizione della Provincia è ripartita in due o più collegi aventi dimensione demografica di regola non inferiore ai 60mila e non superiore ai 120mila abitanti, calcolati in base ai dati dell’ultimo censimento ufficiale”.
Le cariche sarebbero in vigore per cinque anni. Per essere eletti presidenti, bisognerebbe raggiungere il 40 per cento delle preferenze, altrimenti si andrebbe al ballottaggio.
Le competenze
Il ddl della Dc amplia anche le competenze degli enti di area vasta. “Sono previste due tipologie di competenze – viene spiegato nella relazione che illustra la proposta di legge – Inizialmente, Province e Città metropolitane continueranno a esercitare le funzioni previste dalla legge regionale 4 agosto 2015; successivamente, sulla base di apposite norme approvate dall’Ars entro 24 mesi, gli enti in questione potranno esercitare funzioni in materia di organizzazione del servizio idrico integrato, autorizzazioni amministrative e controlli, prevenzione e contrasto al randagismo, attività culturali, sportive e sociali, prevenzione e contrasto alla violenza di genere”.
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