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L’ultima telefonata, i misteri sulla morte e l’ombra della mafia. La mamma di Attilio Manca al QdS.it: “Lotterò per la verità”

L’ultima telefonata, i misteri sulla morte e l’ombra della mafia. La mamma di Attilio Manca al QdS.it: “Lotterò per la verità”
In foto Attilio Manca e la madre Angela

Più di venti anni alla ricerca di risposte: Angela Manca ripercorre la sua battaglia, dalla relazione della Commissione antimafia agli interrogativi sollevati dal caso Coppolino

Sono trascorsi oltre 22 anni da quando l’urologo Attilio Manca, 34 anni, originario di Barcellona Pozzo di Gotto, fu trovato morto nella sua abitazione di Viterbo. Era il 12 febbraio 2004 e pochi giorni più tardi avrebbe compiuto 35 anni. Tracce di sangue sul volto, due buchi d’ago nel braccio sinistro, eroina nel corpo. E poi una telefonata, l’ultima raccontata dai genitori, ma non c’è traccia nei tabulati. La famiglia ha sempre contestato la morte per overdose. Oggi la vicenda si intreccia con un’altra storia: quella di Aurelio Coppolino, al centro di un’inchiesta dove compaiono riferimenti anche al caso Manca.

La morte di Attilio Manca, i dubbi della famiglia e la ricerca della verità

Non soltanto Attilio era mancino, ma le spiegazioni fornite sulle condizioni del volto non convinsero la famiglia. Venne riferito alla Commissione antimafia che, inizialmente, era stato spiegato ai familiari che i segni sul volto potessero essere stati provocati dalla caduta di Attilio sul telecomando della televisione, che si trovava sul letto. L’ipotesi, però, venne contestata perché, nelle fotografie della polizia scientifica, il telecomando risultava sotto il braccio del medico.

Inoltre, i familiari hanno da sempre escluso che Attilio, con una carriera brillante davanti a sé, facesse uso di sostanze stupefacenti. Urologo specializzato nella chirurgia laparoscopica, aveva approfondito la tecnica a Parigi e lavorato al Policlinico Gemelli di Roma con il professor Gerardo Ronzoni. Secondo diverse ricostruzioni, insieme al docente partecipò nel 2001 a uno dei primi interventi italiani di prostatectomia radicale per via laparoscopica.

Da quel febbraio 2004, la famiglia Manca non ha mai smesso di chiedere che venga fatta luce sulle circostanze della morte e siano individuate le eventuali responsabilità. La famiglia ha sempre contestato la ricostruzione dell’overdose, inoltre, secondo l’Antimafia, la morte del medico sarebbe collegata alla latitanza del boss mafioso Bernardo Provenzano. Nel 2021 la Corte d’appello di Roma ha assolto Monica Mileti, che in primo grado era stata condannata per aver ceduto a Manca l’eroina, con la formula “perché il fatto non sussiste”. L’assoluzione riguarda quell’accusa e non costituisce, da sola, un accertamento giudiziario dell’omicidio.

Nel 2022 la Commissione parlamentare antimafia, dopo aver riesaminato gli atti e le dichiarazioni di collaboratori di giustizia, è giunta alla conclusione che il medico sia stato vittima di un omicidio di mafia. Nella relazione ha indicato il coinvolgimento della famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto, senza poter stabilire con certezza se avesse avuto un ruolo di mandante, organizzatrice o esecutrice. Si tratta di una conclusione parlamentare, distinta da un accertamento giudiziario. Dopo la relazione, la famiglia, attraverso il proprio legale, l’avvocato Fabio Repici, ha chiesto nuovi approfondimenti alla Procura generale di Roma. Il padre di Attilio è morto nel 2023. La madre, Angela Manca, continua a portare avanti questa battaglia e attende ancora risposte.

Angela Manca ha lasciato Barcellona Pozzo di Gotto. Racconta al QdS.it di aver subito, assieme al marito, episodi persecutori e di aver avvertito nella propria abitazione esalazioni che attribuisce a sostanze velenose: “Abbiamo presentato decine e decine di denunce ai carabinieri”, ricorda. E aggiunge: “Una mattina ero sotto la doccia e a un certo punto mi sono sentita svenire per questi gas che arrivavano fino in casa. Negli ultimi tempi gli episodi si sono intensificati, ho deciso di andarmene”.

Il caso Coppolino e le nuove ombre sulla vicenda Manca

Alla ricerca di verità sulla morte del medico si aggiungono ora gli interrogativi sollevati dall’inchiesta di Today sui messaggi acquisiti nel procedimento a carico di Aurelio Coppolino, indagato per atti persecutori.

L’articolo riferisce di scambi tra Coppolino, Nicola Morra e l’avvocato Ugo Colonna, divenuto in seguito difensore di Coppolino. Morra e Colonna, precisa l’inchiesta, non risultano indagati. Nei contenuti esaminati compaiono anche riferimenti al caso Manca e a persone che se ne sono occupate, tra cui l’avvocato Fabio Repici, attuale legale della famiglia.

Secondo l’inchiesta, Coppolino avrebbe accusato il legale della famiglia di essere a capo della mafia barcellonese: un’accusa definita falsa da Today. Altre accuse sono state rivolte a persone legate alla vicenda. Tra i contenuti esaminati compare anche una ricostruzione che coinvolge direttamente il caso Manca, inviata da Coppolino a Nicola Morra, ex senatore ed ex presidente della Commissione parlamentare antimafia che nel 2022 ha approvato la relazione sulla morte del medico.

Nei suoi video, secondo quanto riferito da Fabrizio Gatti per Today, Coppolino avrebbe contestato la ricostruzione relativa al presunto ruolo di agenti del Sisde nei depistaggi, aspetto sul quale la famiglia Manca ha invece chiesto approfondimenti. Il possibile coinvolgimento dei servizi segreti era emerso, in particolare, dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Carmelo D’Amico. L’ex esponente della mafia barcellonese aveva riferito ai magistrati quanto sosteneva di aver appreso da Antonino Rotolo e da Salvatore Rugolo, in due conversazioni distinte.

Secondo il racconto di D’Amico, Rugolo gli aveva parlato di un generale dei carabinieri non identificato, che avrebbe chiesto a Rosario Pio Cattafi di mettere in contatto l’urologo con il boss Bernardo Provenzano. D’Amico aggiunse che Rugolo non gli aveva detto espressamente che Cattafi avesse partecipato all’omicidio, pur attribuendogli una responsabilità nella vicenda.

D’Amico riferì inoltre che Rotolo, durante un periodo di comune detenzione, gli aveva confidato che sarebbero stati i servizi segreti a individuare Manca e a ucciderlo. Il collaboratore spiegò che Rotolo non aveva identificato la persona appartenente ai servizi: era stato lui stesso a ritenere che si trattasse del generale di cui gli aveva parlato Rugolo. Sono dichiarazioni indirette, riportate dal collaboratore, e non un accertamento giudiziario di quei fatti.

Giuseppe Setola, appartenente al clan dei Casalesi, il 4 luglio 2014 riferì ai magistrati di Palermo ciò che, secondo il suo racconto, aveva appreso in carcere da Giuseppe Gullotti: un medico che aveva avuto a che fare con le cure di Provenzano sarebbe stato ucciso con un’iniezione. Gullotti avrebbe inoltre parlato di un proprio affiliato senza identificarlo. La Commissione riferisce che, nel novembre 2014, Setola interruppe il percorso di collaborazione, motivando la scelta con i timori per la sicurezza della famiglia.

Secondo Angela Manca, Attilio non sarebbe stato ucciso soltanto per aver riconosciuto Provenzano, ma perché avrebbe compreso l’esistenza della rete di protezione che circondava il boss. Per lei, inoltre, Coppolino non è una figura sconosciuta: un aspetto che rende ancora più dolorosa la lettura degli sviluppi raccontati dall’inchiesta. Di Aurelio, aggiunge, aveva conservato un ricordo affettuoso: “Non mi aspettavo mai e poi mai che lui infierisse contro Attilio, contro la mia famiglia”.

Per Angela Manca, questa vicenda si inserisce nel dolore di una ricerca che dura da oltre vent’anni. La madre sostiene che gli attacchi rivolti anche al suo legale siano legati al timore che emerga la verità sulla morte di Attilio.

L’ultima telefonata di Attilio Manca

Tra i ricordi che continuano a interrogare la famiglia c’è la conversazione che più volte Angela Manca ha riferito di aver avuto con Attilio la mattina dell’11 febbraio 2004.

“Avevo appena finito di fare colazione e mi ha fatto una strana richiesta“, racconta. Il figlio le avrebbe chiesto di far sistemare la motocicletta custodita nella casa di villeggiatura a Tonnarella. “Mi sono meravigliata perché la moto gli sarebbe servita per agosto”. Angela ricorda anche un cambiamento nel tono delle chiamate: “Di solito parlava, scherzava, era un tipo allegro. Invece da alcuni giorni era frettoloso nelle chiamate, un pochino triste“. Allora, dice, non riusciva a comprendere il motivo di quella distanza.

La telefonata riferita dai genitori non compare nei tabulati esaminati, circostanza affrontata anche nelle relazioni parlamentari. Il riferimento a Tonnarella assume, per la famiglia, un significato particolare. Nella relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia del 2018 viene infatti richiamata un’intercettazione del 2007, nella quale alcuni interlocutori parlavano della presenza di Bernardo Provenzano, durante la latitanza, nella vicina Portorosa. “Che cosa voleva dirci?”, si chiede la madre.

“Lotto per ridare dignità a mio figlio”

Alla domanda su come vorrebbe fosse ricordato suo figlio, Angela torna alla persona, prima ancora che alla vicenda giudiziaria: “Come una persona per bene, come era lui, come un ragazzo intelligente, sensibile e generoso, altruista, dai principi sani“.

Di Attilio ricorda anche il carattere allegro, il suo modo di parlare e scherzare. E ripensa ancora agli ultimi giorni, quando nelle telefonate le era sembrato diverso: più frettoloso e, come avrebbe compreso in seguito, più triste. Allora, racconta, aveva pensato che potesse avere qualche problema, senza immaginare ciò che sarebbe accaduto.

È anche per difendere il ricordo di suo figlio che Angela continua a chiedere risposte: “Sto lottando fino alla fine dei miei giorni – dice -. Questi ventidue anni li ho trascorsi sempre per cercare la verità e per ridare dignità a mio figlio”.

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