Home » L’intervista » Carlo Verdone e il racconto di un’Italia che non c’è più: “La realtà è riuscita a superare il mio Gallo Cedrone”

Carlo Verdone e il racconto di un’Italia che non c’è più: “La realtà è riuscita a superare il mio Gallo Cedrone”

Carlo Verdone e il racconto di un’Italia che non c’è più: “La realtà è riuscita a superare il mio Gallo Cedrone”
Carlo Verdone

L’attore e regista, protagonista di quattro serate che lo vedranno fino al 12 luglio ad Acireale (Ct), si racconta al QdS: dal legame con la Sicilia e la famiglia passando per gli esordi, fino al confronto con le storture dei nostri tempi

ACIREALE (CT) – Raccontare gli italiani è sempre stato il suo modo di raccontare il tempo. Film dopo film, ha saputo intercettare le trasformazioni della società con uno sguardo insieme ironico e partecipe, costruendo una galleria di personaggi nei quali il pubblico continua a riconoscersi. La sua è una comicità che nasce dall’osservazione, si nutre della quotidianità e approda, quasi naturalmente, alla riflessione. Un percorso artistico che attraversa oltre quattro decenni di cinema e che fa di Carlo Verdone una delle firme più autorevoli e riconoscibili della cultura popolare italiana.

Da stasera fino al 12 luglio nella Villa Belvedere di Acireale (Ct), sarà protagonista di “Quattro serate con Carlo”. L’iniziativa, promossa dal Comune di Acireale con la direzione artistica di Mario Patanè, si annuncia come uno degli appuntamenti culturali più attesi dell’estate 2026.

La Sicilia ha segnato alcune delle pagine più evocative della sua carriera: basti pensare al sasso esploso dall’Etna che la centrò in testa durante le riprese di “Gallo Cedrone” o all’ultimo episodio di “Grande, grosso… e Verdone”, girato tra Taormina e nei suoi dintorni.

Che effetto le fa tornare in questi luoghi?

“Per chi non è siciliano, l’Etna è un’esperienza straordinaria. Quello che mi colpì subito fu il paesaggio: trovarsi sulla cima di quel gigante buono, significa avvertire tutta la forza della natura. Si sente l’odore dello zolfo, la potenza del vento, il sole che sembra vicinissimo, una temperatura completamente diversa. E poi c’è quella vista magnifica che domina tutta la Sicilia. Ricordo anche un episodio curioso: il vento era così forte che, per gioco, ci piegavamo in avanti fino a quarantacinque gradi senza cadere. Era proprio la sua forza a sostenerci”.

L’Isola, però, non è soltanto paesaggio…

“È una terra che porto nel cuore per i suoi colori, per il colore della terra e soprattutto per le persone. Ho sempre incontrato grande ospitalità, affetto e amicizia. Anche i miei genitori avevano moltissimi amici siciliani e questo ha rafforzato negli anni il mio legame con l’Isola”.

Guardando ai suoi esordi, ha mai pensato che avrebbe lasciato un segno così profondo nella storia del cinema italiano?

“No. In realtà non avevo mai immaginato di fare l’attore come mestiere. La prima a credere davvero in me fu mia madre. Aveva intuito il mio spirito di osservazione, la facilità con cui imitavo le persone e il senso del ritmo nella recitazione. Possedeva un antico teatrino di burattini dei primi dell’Ottocento e, durante il Carnevale, organizzava piccoli spettacoli nel lungo corridoio di casa, scrivendo lei stessa le storie insieme a un’amica. Quel teatrino esiste ancora: lo conservo nella mia casa di campagna e spero di restaurarlo, perché è un autentico pezzo d’arte”.

Anche suo padre ebbe un ruolo fondamentale…

“Regalò a me e a mio fratello un proiettore Super 8 e alcune pellicole: western, comiche di Charlot, Stanlio e Ollio, Harold Lloyd. Ma soprattutto ci portava al cinema due volte la settimana. Frequentavamo sale come l’Adriano, il Capranica e l’America. Guardavamo western, film storici, i colossal su Maciste ed Ercole, ma anche Jerry Lewis, di cui era un grande estimatore”.

È cresciuto in una famiglia dove lo spettacolo era parte della quotidianità.

“I miei genitori, insieme ad alcuni amici, realizzavano perfino piccoli film muti nei quali imitavano Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio. Mia madre non era un’attrice, ma aveva un talento naturale”.

Se oggi dovesse girare “Un sacco bello”, sarebbe più difficile rispetto al 1980?

“Non sarebbe più difficile, sarebbe impossibile! Perché è scomparsa la poesia di quella Roma. Qualche giorno fa sono tornato in via Conti, dove Enzo partiva in macchina per la Polonia. Ho trovato un quartiere completamente trasformato, ma anche una targa che ricorda proprio quella scena. È stato un omaggio che mi ha fatto molto piacere”.

Roma, come molte altre città, è cambiata radicalmente…

“Sono cambiati i colori, le persone, il modo di vivere la quotidianità. Quando giravo ‘Un sacco bello’, d’estate Roma era quasi deserta. Molti romani riuscivano a trascorrere qualche giorno a Ostia o a Fregene. Oggi è una città attraversata da un turismo continuo. Il rumore che si sente non è più quello delle campane, ma quello incessante dei trolley. È cambiata anche la psicologia delle persone”.

Si è perso il gusto dell’ascolto?

“Oggi tutti sono concentrati sul proprio telefono, più distratti, più disincantati. Allora esisteva ancora un’anima di quartiere, una dimensione collettiva che apparteneva a tutte le città italiane. Quella poesia si è dissolta”.

E con essa è scomparsa anche una certa ingenuità.

“Oggi prevalgono il cinismo e la diffidenza. Le città sono più complesse, più insicure, più precarie. Per questo credo che ‘Un sacco bello’ non potrebbe essere rifatto: appartiene a un’epoca che non esiste più. Tuttavia, mi piace pensare di aver raccontato, forse per l’ultima volta, una Roma autentica. Quella dove ci si parlava da una finestra all’altra, dove le piazze erano ancora un teatro popolare e il popolo rappresentava davvero l’anima della città”.

Se potesse trascorrere una giornata con uno dei suoi personaggi, chi sceglierebbe?

“Senza dubbio il protagonista di Gallo Cedrone. Con quelle sue fanfaronate, con le sue mitomanie, i suoi deliri di onnipotenza”.

Eppure il film, all’uscita nelle sale, non fu accolto con entusiasmo dalla critica…

“Molti lo considerarono un film confuso. Io credo, invece, che fosse un’opera in anticipo sui tempi. Raccontava una follia che allora sembrava surreale e che, negli anni successivi, sarebbe diventata parte della realtà: nella politica, nella società, nei comportamenti individuali”.

Oggi assistiamo a vicende che rendono il suo Armando Feroci quasi innocente. Non sappiamo più se ridere o piangere.

“Il mio personaggio era un mitomane, certo, ma privo di cattiveria. Quel film aveva intuito l’affermarsi di una società popolata da persone che si reinventano continuamente, cambiano identità, professione, convinzioni, senza costruire nulla di autentico. Era anche un uomo segnato da un evidente disturbo bipolare. Eppure, se potessi davvero trascorrere un pomeriggio con lui, credo che mi divertirei ancora moltissimo”.