In Italia, il rischio frane è una minaccia costante, alimentata da una combinazione di fattori naturali e umani. Per quanto riguarda la Sicilia, il report Ispra parla chiaro, riportando nel 2026 un aumento del 20% di rischio frane nella Regione e documentando l’isola come territorio vulnerabile. Sarebbero numerose le aree territoriali pronte a cedere, come è avvenuto a Niscemi quest’inverno. Secondo il piano di assetto idrogeologico dell’Autorità di bacino della Regione, il 90% dei 391 Comuni dell’Isola presenta almeno un’area classificata come R4, il massimo indice di rischio frana per le popolazioni.
Sebbene non tutte queste aree siano estese, i tecnici regionali sottolineano che esse rappresentano una minaccia altrettanto pericolosa per l’incolumità degli abitanti e del patrimonio culturale. La recente nascita dell’Istituto Centrale per la gestione dei rischi del patrimonio (ICRI) culturale) dispone una maggiore protezione nel resto dell’Italia, Istituto che però non coinvolge la Sicilia. Quali sono i fattori di pericolo nel suolo italiano e perché la Sicilia è esclusa dall’ICRI?
Italia paese in costante rischio frane
Circa il 75% del territorio italiano è collinare o montuoso, e le pendenze elevate aumentano l’energia potenziale delle masse in movimento. Gli Appennini, composti principalmente da argille e rocce sedimentarie, perdono coesione con piogge abbondanti, accentuando la vulnerabilità del territorio. Inoltre, la sismicità del Paese non è trascurabile: anche terremoti di bassa intensità possono destabilizzare versanti già precari.
L’intervento umano contribuisce significativamente al problema, con il consumo di suolo che altera l’equilibrio idrogeologico, riducendo l’infiltrazione dell’acqua e aumentando il deflusso superficiale. La deforestazione e l’abbandono delle aree montuose negli ultimi cinquant’anni hanno ulteriormente aggravato la situazione.
Il riscaldamento globale ha infine intensificato la frequenza di eventi meteorologici estremi. Piogge abbondanti, ormai sempre più comuni, non permettono al terreno di drenare adeguatamente, appesantendo i versanti instabili. Gli episodi estremi di maltempo avvenuti quest’inverno in Sicilia hanno causato gravi smottamenti. Spesso, le frane sono il risultato di una combinazione di questi fattori: il rischio aumenta, inoltre, quando eventi meteorologici estremi si verificano su versanti già predisposti naturalmente e modificati dall’uomo.
La nascita dell’ICRI
L’ICRI è il nuovo istituto del MiC nato quest’anno per rendere strutturale la gestione delle emergenze e della prevenzione per i beni culturali. Il provvedimento firmato dal Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, ha fatto sì che l’ICRI sia inserito nel Dipartimento per la tutela (DIT). La sua funzione è quella di strutturare le operazioni svolte in regime emergenziale dall’Ufficio del Soprintendente speciale per le aree del Centro Italia devastate dal sisma del 24 agosto 2016 e per tutta Italia.
L’ICRI gestisce inoltre la Carta del Rischio, strumento fondamentale che permette la conoscenza di distribuzione georeferenziata dei beni su tutto il territorio, specialmente nelle aree più a rischio, e dunque la programmazione degli interventi a fini di tutela e fruibilità. Il documento consiste in una rappresentazione cartografica del livello di rischio che possa fungere da strumento operativo per pianificare nel concreto le attività di salvaguardia del bene culturale.
La Carta del Rischio e la situazione siciliana
Il panorama nazionale gode dell’ICRI e della Carta del Rischio, tranne la Sicilia, regione autonoma e con competenza esclusiva in materia di beni culturali. Nel 2000 era stata attivata dal Centro Regionale Progettazione e Restauro (CRPR) di Palermo, sotto direzione di Guido Meli con responsabile del progetto Roberto Garufi. Nel 2007 il suddetto Centro si avviava a costruire una rete tra gli Istituti di Ricerca applicati alla conservazione del patrimonio culturale nel Mediterraneo in grado di procedere con politiche condivise di gestione e salvaguardia. Tutto ciò però naufragò inspiegabilmente, compresa l’attività della Carta del Rischio.
Dal 2010 risulta inattivo il Sistema informativo territoriale (Sit) siciliano della Carta del Rischio. Strumento fondamentale per gestire le emergenze sismiche in una regione ad alta sismicità come la Sicilia. Senza l’accesso alla banca dati online, operatori, Soprintendenze e Protezione civile non possono individuare rapidamente i beni situati nella “buffer zone” di influenza sismica e stabilire le priorità di intervento.
La Carta del Rischio rappresentava, dunque, una sorta di “cartella clinica dei monumenti”, correlando la loro vulnerabilità con le pericolosità del territorio. Il progetto, sebbene modellato sulle specificità regionali e in parte ispirato dal modello dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro, forniva un approccio analitico e valutativo cruciale per la protezione del patrimonio artistico e culturale.
L’interrogazione del Movimento Cinque Stelle
A interessarsi, durante il dibattito sul disastro della frana di Niscemi, che rialzò un polverone di incompiuti e di perplessità, è il Movimento Cinque Stelle, il quale avanza un’interrogazione all’Assemblea Regionale Siciliana rivolta all’Assessorato dei Beni Culturali e dell’identità Siciliana. Nel documento si evidenzia come il caso di Niscemi sia stato eclatante nel mostrare il limite che la Regione presenta. Caso in cui non è stato possibile verificare lo stato dei beni culturali del luogo in maniera completa e agevole.
“Nell’interrogazione – spiega Roberta Schillaci, vice capogruppo del Movimento Cinque Stelle – chiediamo se l’assessorato abbia intenzione di ripristinare la Carta del Rischio, tanto più che è stata ora istituita a livello nazionale. Alla luce della frana di Niscemi e del Ciclone Harry, e considerando che in Sicilia abbiamo tantissimi siti che si trovano in zone a rischio, sarebbe opportuno intervenire con il ripristino, anche per il fatto che – al di là delle zone sismiche o a rischio franoso o dissesto idrogeologico – in Sicilia abbiamo una serie di siti culturali abbandonati al degrado. Dunque, la carta del rischio sarebbe importante per stilare una carta di priorità e di interventi da programmare su quei siti che sono particolarmente degradati, quindi serve anche una programmazione di investimenti delle risorse. L’assessorato non ci ha risposto”.
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