“Quando una scena del crimine non viene acquisita in modo asettico, ricostruire ciò che è accaduto diventa molto più difficile. Se le indagini partono male – come nei casi che seguo io, perché all’epoca non c’era ancora la cultura dell’analisi genetica – basta poco per compromettere tutto: persone che calpestano la scena, computer riaccesi, dati alterati. Da un punto di vista scientifico hai bruciato tutto”. A parlare al QdS è la criminologa Antonella Delfino Pesce, nota per aver contribuito alla riapertura di alcuni tra i più complessi casi di cronaca nera italiani. Tra questi, il delitto di via Marsala – il caso Nada Cella. Suo il mandato sull’ultima istanza relativa alla scomparsa di Denise Pipitone.
Un lavoro che si muove tra fascicoli, sopralluoghi e riletture degli atti giudiziari, in un campo dove il tempo non è solo una variabile ma un elemento che cambia la natura stessa delle prove utili per riportare un caso sul tavolo della procura.
Quando un caso diventa “freddo”
Per definizione, i “cold case” sono casi di cronaca rimasti irrisolti – senza un colpevole -, talvolta per decenni. Ma il passaggio da indagine “aperta” a “fredda” non è soltanto una questione di tempo. “Ci possono essere state riaperture nel corso degli anni ma senza arrivare a un processo o a una nuova iscrizione nel registro degli indagati”, spiega Delfino Pesce. “Per riaprire un’indagine serve per legge almeno un elemento nuovo, mai sottoposto all’attenzione degli inquirenti”.
Può trattarsi di un testimone mai ascoltato, di “una richiesta o un esito inedito di accertamenti genetici in base a nuove piste” o di un dettaglio – come i bottoni nel caso di Nada Cella. Ma non basta qualcosa di nuovo: “Se non esiste una direzione investigativa, un’ipotesi, le indagini si chiudono in due mesi”.
Le tracce che il tempo cancella (e quelle che restano)
Uno degli aspetti più delicati nei casi irrisolti riguarda la scena del crimine. Il rischio è compromettere la ricostruzione quando non viene freezata o acquisita in maniera asettica”. Ogni interferenza, anche involontaria, altera i dati. E la verità si frammenta. “Spesso però la prova scientifica viene usata come stampella per indagini zoppe. Dna, Bpa (analisi forense delle tracce di sangue) e balistica concorrono alla ricostruzione ma servono anche le indagini vecchio stampo, ovvero un’attività su strada”.
Il caso Nada Cella: la riapertura delle indagini
Uno dei casi più emblematici del lavoro di rilettura è quello del delitto di via Marsala, l’omicidio di Nada Cella, la 24enne morta nell’ufficio del commercialista dove lavorava, a Chiavari nel 1996. “Ho acquisito tutti i fascicoli individuando circa cinque nuove piste. Alla fine, solo una ha retto”.
Delfino Pesce parla con tutti i protagonisti citati a vario titolo nei fascicoli. La svolta arriva dopo l’incontro con Anna Maria Cecere: “Ho trovato il verbale dei cinque bottoni, mai trasmesso dai carabinieri di Chiavari alla polizia giudiziaria di Genova che indagava”. I bottoni trovati a casa della donna erano “assolutamente compatibili” con quello rinvenuto sotto il corpo di Nada. La riapertura del caso ha portato a una svolta giudiziaria con la condanna di Cecere in primo grado per omicidio, a gennaio 2026.
Denise Pipitone, sopralluoghi e testimonianze
Diverso l’esito del lavoro svolto sulla scomparsa di Denise Pipitone. “In questo caso ho studiato sia i fascicoli investigativi sia quelli processuali. Ho fatto sopralluoghi a Mazara del Vallo e in altri luoghi collegati agli avvistamenti, come Milano”, spiega la criminologa. “Non basta rileggere i fascicoli, bisogna andare su strada a incontrare testimoni o indagati”. Questa è l’importanza dei sopralluoghi, che – spiega la criminologa – “per me hanno fatto sempre la differenza”. Le persone “a volte sono più disponibili dato che sono passati tanti anni e parlare con me non ha lo stesso effetto di farlo con gli inquirenti”. Il lavoro, però, non ha portato a una riapertura da parte della Procura.
Il ruolo delle testimonianze e delle ricostruzioni
Uno degli aspetti più discussi nei casi irrisolti è l’attendibilità delle dichiarazioni raccolte molti anni dopo i fatti, che, in verità, possono incidere parecchio. Per la criminologa, il tempo non cancella necessariamente i ricordi, “che sono sbiaditi ma ci sono eventi che restano perché hanno colpito la nostra quotidianità in quanto eccezionali. Si vivono una sola volta nella vita”. È accaduto per l’omicidio Nada Cella, “in una cittadina dove non succedeva mai nulla”. A cambiare è pure la prospettiva: “Spesso i testimoni non hanno più paura a parlare e rileggono in un’ottica diversa ciò che hanno vissuto. Vent’anni sono un quarto di vita, portano delusioni, felicità e una consapevolezza maggiore”.
L’indagine criminologica può offrire una nuova chiave di lettura rispetto a precedenti accertamenti. Non si parte da una teoria ma dai dati, “che vanno assunti in maniera asettica, non bisogna piegare i risultati alle ipotesi”, spiega Delfino Pesce. Non sono ammessi pregiudizi. “Ogni caso è un puzzle: non si forza nulla. Sono le tessere che devono incastrarsi da sole”. Un approccio che deriva anche dalla sua formazione scientifica: biologia molecolare e genetica, discipline che impongono rigore e assenza di preconcetti. “Non penso niente prima. Sono i dati a farmi fare ipotesi, non le mie congetture. È come se mettessi mascherina e occhiali per lavorare in laboratorio”. Un lavoro di pazienza fondato sul riordino dei fascicoli: “La ricostruzione deve venire fuori da sola. E non c’è differenza tra l’accertamento per conferma e quello per esclusione, l’importante è farlo”.
Casi irrisolti, tempo può diventare un alleato
Nonostante le difficoltà, il tempo nei cold case non è solo un ostacolo. Paradossalmente, dopo molti anni possono emergere nuove possibilità: accertamenti scientifici prima impossibili, documenti riemersi, testimonianze più libere. Sulla scomparsa di Denise Pipitone, “confido nei nuovi accertamenti chiesti. Tutto il materiale che si sedimenta nel tempo è una fortuna averlo tutto insieme, anche se in ritardo di molti anni. Si possono fare più collegamenti, avere più dati contrastanti o univoci. Sono convinta ci sia necessità di una riapertura”.
Anche in questo caso le testimonianze possono essere determinanti: “Lo snodo qui è l’unico presunto avvistamento, quello di Milano. C’è la testimonianza di una persona che all’epoca era in quella città e che è per me determinante. Io credo ci sia il margine per andare avanti su questa pista”. E rispetto al passato “si sono poi sommati altri dettagli e dati che ho acquisito. C’è la possibilità di sapere più cose e fare altri accertamenti su altre persone e situazioni”. Tra gli elementi dell’ultima istanza rigettata, ci sarebbe anche “un orario della scomparsa leggermente diverso – ripeto, non parlo di una differenza di giorni ma di quaranta minuti, un’ora che sono influenti nella ricostruzione. Accertiamo intanto la bambina ripresa a Milano e se non dovesse essere Denise, chiudiamo la partita su quell’avvistamento”. Inoltre, “all’epoca fu anche cercata una persona dagli inquirenti ma non fu trovata. Adesso sappiamo chi è, il suo nome è nella relazione. Quindi perché non sentirla dato che non è mai stata inserita nel fascicolo?”.
“La verità può emergere anche dopo 20 anni”
“Spesso mi dicono: sono passati vent’anni cosa vai a fare? Non troverai nulla”. In realtà, “ho sempre trovato elementi utili”, specialmente sul territorio interessato. “I sopralluoghi sono anche un modo per contestualizzare geograficamente la scena del crimine”. Ed è proprio per la possibile emersione della verità che le famiglie delle vittime e deli scomparsi non temono di riaprire una grossa ferita a distanza di decenni. Non per ottenere necessariamente una condanna, ma una ricostruzione dei fatti. “Quello che spesso chiedono è semplice: sapere cosa è successo. E mi dicono ‘tanto già non abbiamo niente, non può succederci nulla di peggio, la nostra vita si è fermata vent’anni fa’”.
Il miglioramento delle metodiche, oggi, consente “una ricostruzione più vasta. Ci vogliono passione, pazienza, attenzione ed estraneità per ricostruire”, conclude Delfino Pesce. Così, non è mai troppo tardi per riporte alla luce un “vecchio” caso di cronaca.
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