Catania alla deriva: ripartire dai beni comuni per salvarla - QdS

Catania alla deriva: ripartire dai beni comuni per salvarla

Antonio Leo

Catania alla deriva: ripartire dai beni comuni per salvarla

giovedì 09 Giugno 2022 - 09:48


Rifiuti bruciati in strada, criminalità e inciviltà dilaganti. Serve una visione ampia per invertire la rotta, a partire dalla ricostruzione del rapporto con il mare e da una nuova politica incentrata sull’interesse generale

Catania affonda e brucia tra i rifiuti. I numerosi turisti, che da settimane affollano la città, porteranno con sé questa immagine e la racconteranno nel mondo. L’Amministrazione, ormai da mesi senza una guida vera, con diversi assessori che hanno già abbandonato la nave in ambasce, gestisce l’ordinario per come può. C’è aria di smobilitazione a Palazzo degli Elefanti, manca una strategia di sviluppo e di pianificazione a lungo termine del territorio. Chi può scappa, a partire dai giovani e non è solo una questione di mancanza di lavoro e opportunità, ma anche di necessità di avere servizi, infrastrutture, rispetto delle regole alla base del vivere civile. Chi resta o torna per le vacanze, fa i conti con una città, “aspirante” metropolitana, alla deriva, dove si vivacchia, si tira a campare, pensando solo all’oggi e non anche al domani, sperando che comunque qualcosa di buono succeda. Come per esempio che i visitatori continuino ad arrivare copiosi, nonostante tutto, attirati dal buon cibo e dal mare.

Catania ha rinunciato da tempo immemore alla sua costa

Il mare? Quale mare? Catania ha rinunciato da tempo immemore alla sua costa, intesa come bene comune, per appaltarla a privati (o enti) che vi hanno stabilito orrendi insediamenti, segno di una barbarie che viene da lontano. L’inciviltà dilagante a cui assistiamo ogni giorno – tra parcheggiatori abusivi, microcriminali, furbetti circolanti senza targa, barbecue allestiti in mezzo alla strada, violazione sistematica delle zone pedonali, auto in sosta selvaggia, finanche dentro i pochi e abbandonati parchi cittadini (l’immagine delle vetture dentro il Parco Gioeni, come fosse una rimessa, rappresenta plasticamente la pressoché totale assenza di istituzioni) – è il risultato di decenni di devastazione urbana, civile e morale, con l’interesse generale continuamente calpestato dalla prevaricazione dei prepotenti che a Catania hanno sempre ragione. Sembra assurdo, per esempio, che ancora oggi si possa autorizzare in una zona di rilevante interesse storico e naturalistico la costruzione di un edificio a uso e consumo di un privato. E invece è successo.

E non è forse un’occasione sprecata realizzare una Cittadella giudiziaria proprio là dove è stato abbattuto un enorme mostro di cemento restituendo alla città la vista del “suo” mare? Che senso ha una giustizia “panoramica” quando ci sono edifici abbandonati, come l’ex ospedale Vittorio Emanuele, che potrebbero essere riadattati per portare legalità e sano sviluppo in zone degradate della città? Si tratta di temi nodali di cui però non si parla, perché appunto in questa città si va avanti a colpi di progetti (o pretese) “di parte”, con grandi e persino minuscoli gruppi di potere che tengono “in ostaggio” intere aree.

Ci sono cantieri bloccati da decenni

Pensiamo a Corso dei Martiri della libertà oppure alla vergogna dei lavori infiniti per realizzare una semplice strada, tra Viale Ulisse e Piazza Europa (passando per via del Rotolo e via De Gasperi), che libererebbe il lungomare ogni santo giorno, anziché solo qualche domenica come se fosse la gentile concessione del “monarca” di turno.

Si dice sempre che Catania ha le potenzialità per primeggiare in Europa ed è vero. Ma qui non c’è volontà di potenza, per dirla con Nietzsche, semmai – lo ribadiamo – di “prepotenza”. Serve uno scatto d’orgoglio così come successo nei giorni scorsi quando l’Autorità portuale ha chiuso il Molo di Levante, scatenando (finalmente!) un’ampia protesta della popolazione che non ne può più di subire ancora sottrazione di spazio vitale. Una decisione che è stata subito ritirata, ma il problema di fondo resta e riguarda tutto il Porto. Che ragione c’è di tenerlo chiuso quando davvero si dovrebbe immaginare un vasto percorso pedonale che colleghi il centro storico, il Duomo, alla Plaia, attraverso l’eliminazione delle barriere architettoniche, la realizzazione di piste ciclabili, mettendo mano all’indegno stato del retroporto, fatto di stabilimenti fatiscenti.

Chi è che vuole scommettere su Catania

Chi è che vuole scommettere su Catania, su una visione di ampio respiro, che passi dall’abbattimento senza ricostruzione, creando nuovi e grandi parchi verdi e altre aree comuni, che insomma abbia come obiettivo l’interesse generale?

Chi vuole sfruttare la grande occasione della concorrenza nelle aree demaniali (come previsto dalla direttiva Bolkestein) per ripensare la nostra Plaia come un moderno lungomare, libero dal cemento, aperto alla libera fruizione e con i soli servizi in spiaggia gestiti dai privati? Chi è che ha voglia di portare un po’ di Europa in città? Se, come si vocifera, Salvo Pogliese dovesse dimettersi entro giugno, verosimilmente si andrà a votare in autunno con le regionali. Occorre, dunque, pensare subito a un’alternativa per Catania. Una nuova stagione che parta dalle opere pubbliche e da una visione complessiva di futuro.

Bandiera Blu alla Plaia? Il Comune sogna ma…

La “bandiera blu” alla Plaia di Catania. No, non è uno scherzo. È l’iniziativa lanciata ieri dall’Amministrazione comunale, che intende chiedere il prestigioso riconoscimento alla Fondazione internazionale Fee. Un’idea tanto ambiziosa quanto di dubbia realizzabilità, almeno nel breve periodo. La Foundation for environmental education prevede, infatti, una serie di requisiti stringenti tra cui, in particolare, la “conformità alle Direttive sul trattamento delle acque reflue e sulla qualità delle acque di scarico”. Come è noto a tutti, Catania è tra gli agglomerati italiani in procedura di infrazione comunitaria proprio a causa della mancata depurazione: attualmente si sta procedendo con i lavori per realizzare il collettore fognario, mentre è partita lo scorso anno la progettazione definitiva per il depuratore di Pantano d’Arci (il cui cantiere, stando a quanto dichiarato nel marzo 2021 dal sindaco Pogliese, si aprirà nel 2023). Dunque lasciano perplessi le dichiarazioni rese ieri dalla Giunta comunale che addirittura parla del prossimo anno come orizzonte temporale per “fregiarsi della bandiera blu”. Sarebbe un miracolo per Catania, attirerebbe turisti di certo, ma pensare che – come recita una nota del Comune – possa bastare l’estensione della differenziata, il potenziamento della linea dei bus e qualche iniziativa sportiva appare oltremodo ottimistico, per usare un eufemismo.

L’Amministrazione, con in testa l’assessore Cristaldi, bene sta facendo con la riqualificazione delle spiagge libere, oggi decisamente migliorate rispetto agli standard del passato, ma tutto ciò non crediamo basterà per rilanciare un litorale ampiamente cementificato, in cui la costa è sbarrata alla vista e in cui l’accesso alla spiaggia avviene perlopiù dietro il pagamento di un ticket agli stabilimenti balneari. Tra i requisiti “imperativi” previsti dalla Fee citiamo il numero 31 che esplicitamente afferma: “Deve essere garantito libero accesso al pubblico”…

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