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Catania, il disastro parte da lontano: dalla società ai giocatori, le colpe di una stagione folle

Catania, il disastro parte da lontano: dalla società ai giocatori, le colpe di una stagione folle
Il presidente del Catania Ross Pelligra e il suo vice Vincenzo Grella (credit Davide Anastasi)

L’eliminazione contro l’Ascoli certifica il fallimento del progetto rossazzurro. Dalla solitudine di Toscano al silenzio della dirigenza, fino alle scelte inspiegabili del mercato invernale e al caos delle panchine: radiografia di un anno da dimenticare che impone una totale rifondazione interna

La stagione era partita con i migliori presupposti. Un nuovo direttore generale, un direttore sportivo, un mercato da club top e la riconferma in panchina di Domenico Toscano. Ieri sera, invece, è andato in scena l’epilogo che più amaro non poteva essere.

Il Catania sfodera una prova di orgoglio e carattere, ma non basta per ribaltare l’umiliante (e ancora oggi inspiegabile) 4-0 di Ascoli che ha permesso alla squadra di Tomei di eliminare i rossazzurri. E i rimpianti, dopo la prestazione del Massimino, diventano sempre più grandi: l’Ascoli si poteva battere.

Allora perché il Catania ha fornito due prestazioni così agli antipodi? Toscano nel post-partita ha parlato di mancanza di carattere da parte di alcuni giocatori che “non hanno capito cosa significa vincere a Catania”. Ma le colpe di un fallimento del genere non possono essere imputate solo ad allenatore e squadra. Il disastro parte da molto più lontano, con radici ben ramificate.

Il silenzio societario e il caos panchina

Partiamo dalla dirigenza. Al patron Ross Pelligra si può rimproverare poco: gli investimenti (40 milioni in tre anni) sulla squadra e l’acquisizione di Torre del Grifo sono tangibili, a conferma di un progetto nel quale crede fortemente. Ma l’imprenditore australiano non è un uomo di calcio.

Ha affidato le risorse di questi anni a una dirigenza con a capo il vice presidente e amministratore delegato Vincenzo Grella, che ha commesso diversi errori, talvolta anche grossolani. L’ultimo proprio ieri sera: nessuno della società, a parte Toscano, si è presentato in sala stampa per fornire spiegazioni all’intera piazza, assumendosi la propria parte di responsabilità.

E questa volta anche il tecnico calabrese, visibilmente provato, non ha nascosto la sua frustrazione: “A gennaio ero già finito, sono stato lasciato solo”.

La dirigenza non credeva più in Toscano già da tempo. Ma allora perché esonerarlo solo a sei giornate dal termine? Perché ingaggiare un allenatore con una filosofia completamente diversa come William Viali, vincolandolo addirittura con un contratto fino al 30 giugno 2027?

Un quesito, questo, che avevamo posto direttamente ai dirigenti etnei nel giorno della presentazione dell’ex tecnico del Cosenza. A rispondere alla nostra domanda era stato proprio Grella: “A fine stagione tutti verremo giudicati per il lavoro svolto, anche il sottoscritto”. Nemmeno il tempo di concludere la regular season e Viali viene cacciato (ma tenuto a libro paga), richiamando un Toscano costretto a ripartire da zero. Il culmine del caos societario si è toccato lo scorso 15 aprile con la separazione ufficiale dal direttore sportivo Ivano Pastore. I risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti.

Senza dimenticare il mercato di riparazione di gennaio. Una sessione che avrebbe dovuto colmare le lacune e che invece si è trasformata in un mistero tattico ed economico. Sono arrivati profili come Cargnelutti, Di Noia, Ponsi, Bruzzaniti e Miceli. Ma se questi ultimi due hanno trovato spazio, gli altri tre sono rimasti di fatto dei fantasmi, elementi misteriosamente non utilizzati e rimasti ai margini delle rotazioni. Per quale motivo spendere risorse per calciatori poi ritenuti non idonei o non pronti da chi sedeva in panchina?

L’integralismo di Toscano e una squadra senza personalità

Ma il tecnico nativo di Cardeto non è certamente esente da colpe, così come i giocatori. Eppure, nella conferenza stampa di ieri, da parte di Toscano non è arrivato alcun accenno di mea culpa, nessuna reale autocritica. È comprensibile lo sfogo sulla solitudine societaria, ma un allenatore del suo calibro ha il dovere di analizzare anche i propri passaggi a vuoto. Tante scelte tecnico-tattiche hanno fatto discutere nel corso della stagione. È vero, il Catania è stato in testa per metà campionato con un rendimento casalingo da record, ma in trasferta i rossazzurri si trasformavano nella brutta copia di se stessi.

Un campanello d’allarme più volte sminuito dallo stesso Toscano e forse sottovalutato. A Sorrento si è raggiunto l’apice, la chiara certificazione che qualcosa si era definitivamente rotto. L’integralismo tattico, alla fine, si è rivelato deleterio: nella seconda parte del campionato il Catania era diventato prevedibile e senz’alternative.

Infine, i singoli. Molti non si sono rivelati all’altezza del blasone di questa piazza. È un copione visto troppe volte ai piedi dell’Etna: atleti che arrivano dopo aver fatto sfracelli altrove, acquistati a peso d’oro (vedi il caso Bruzzaniti), e che improvvisamente si perdono. La mancanza di personalità, però, non può giustificare il blackout dell’andata. “La squadra ha avuto paura di vincere”, ha chiosato Toscano.

Quella di ieri è stata l’ultima passerella al Massimino per molti. È necessaria una rifondazione? Forse. Ma la questione più importante sarà inserire, al più presto, profili adeguati e di categoria nei ruoli chiave della società. Catania non può più aspettare.