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Catania maglia nera dell’istruzione: oltre il 70% senza il diploma

Catania maglia nera dell’istruzione: oltre il 70% senza il diploma
Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni

Sono persone tra i 25 e i 64 che vivono nelle aree di degrado urbano. Nel capoluogo etneo la necessità della legge “Liberi di scegliere”

CATANIA – Ci sono luoghi in cui l’impegno individuale non basta per “avere successo” o anche solo per condurre una vita soddisfacente e dignitosa. Perchè la famiglia – e quindi la casa, e ancora il quartiere – in cui si nasce non sono variabili neutre.

Dati istruzione Catania: oltre il 70% senza diploma nelle Adu

Lasciamo parlare un dato del rapporto “I luoghi che contano” di Save the children che, da solo, serve a fare scattare l’allarme: a Catania il 73,2% di persone tra i 25 e i 64 anni che abita nelle Adu (Aree di disagio urbano) non ha mai preso il diploma. Al confronto di quello che si potrebbe senza troppa esitazione definire disastro educativo, c’è il resto della città (da quella “bene” alla classe media) che invece registra il 44,1%.

In entrambe i casi, però, non si può parlare di vittoria: la media nazionale di non diplomati sulle città metropolitane supera di poco il 30% e arriva al 51% nelle Adu. Catania è maglia nera istruzione in Italia e, al seguito, ci sono le altre città del Sud.

Dispersione scolastica e disagio sociale: un circolo vizioso

In questa dinamica, rimanere fuori dai circuiti formativi di base significa anche subirne le conseguenze. La catena “diseducativa” così si trasmette di generazione in generazione e le capacità individuali non bastano, da sole, a spezzarla. Per questo il contesto di provenienza non è neutro: la forbice si acuisce proprio nei contesti urbani in cui i servizi sociali e i presidi educativi sono più deboli, meno capillari.

Catania e criminalità: il legame con la povertà educativa

E la città di Catania in questo è la rappresentazione plastica: basta mettere in rete questo triste primato di persone non diplomate e quello affrontato di recente su queste colonne sul numero di minori denunciati o arrestati per il reato di mafia nel capoluogo etneo (15 su 47 totali nel Paese, dal rapporto Disarmati di Save the children dello scorso marzo). Catania è quindi una delle città in cui la criminalità organizzata riesce meglio a fare proselitismo sui più giovani: né genitori né figli, tramandandosi lo stesso modello, hanno sviluppato gli anticorpi dell’istruzione per resistere alla violenza o, meglio, per opporre un modello di cittadinanza alternativo a quello criminale e mafioso che – ancora oggi – rappresenta il governo di intere aree urbane.

Il progetto Liberi di scegliere contro la dispersione scolastica

“La genesi è la povertà educativa” come aveva dichiarato lo scorso 28 marzo al QdS il presidente del tribunale per i Minorenni di Catania, Roberto Di Bella, raccontando il progetto “Liberi di scegliere” di cui è ideatore. “Tutti i grandi boss mafiosi – aveva analizzato -, siciliani e catanesi, sono stati ragazzi provenienti da famiglie disfunzionali, da quartieri degradati, che magari in dispersione scolastica hanno poi compiuto la loro ascesa criminale e hanno trovato nelle mafie un welfare, una condizione per l’appagamento identitario, un ascensore sociale. Il fenomeno va letto in questa direzione. Qui – riferendosi a Catania, aveva detto il presidente Di Bella – c’è una povertà educativa intergenerazionale, famiglie dove il nonno non andava a scuola e a cascata non sono andati né figlio né nipote”.

Il tribunale per i Minorenni di Catania, dovendo fare i conti con questa condizione di povertà educativa, “ha orientato – ci aveva spiegato il presidente Di Bella – prima di tutto l’azione nel contrasto alla dispersione scolastica, con il coinvolgimento dell’Ufficio scolastico provinciale e della Prefettura di Catania, con la quale abbiamo creato un osservatorio sulla gestione dell’azione. I risultati sono già incoraggianti: siamo passati dalle 15-20 segnalazioni dell’anno 2021 a circa un migliaio nell’anno 2025, questo significa che abbiamo acceso un faro su un tema che riguarda il futuro di questa società, dove in certi quartieri della città si tocca il 25-30% di dispersione: un dato che è una vera e propria emergenza sociale”.

Politiche e interventi: il ruolo delle istituzioni

Anche da questo, la necessità di attivare il protocollo Liberi di scegliere che, dallo scorso anno, è diventata legge regionale (la 24/2025) e che di recente ha continuato a “camminare”. È stata istituita infatti, a fine marzo, una cabina di regia voluta dal presidente della Regione Sicilia Renato Schifani per “dare forza alla piena attuazione”, potendo prevedere quindi la collaborazione di più enti e le risorse economiche per sostenere i progetti. Ed è ora in corso, grazie al lavoro della Commissione parlamentare antimafia presieduta da Chiara Colosimo e dopo la costituzione di un comitato ad hoc, la discussione della proposta di legge alla Camera dei deputati.

Educazione e legalità: la sfida per il futuro dei giovani

Il cuore del progetto è allontanare i minori dai contesti mafiosi, ricorrendo talvolta anche alla decadenza della genitorialità. “Il progetto è partito a fine 2021. Abbiamo più di 200 minori coinvolti nel progetto tra Reggio Calabria e Catania; ci sono 34 donne, di cui 12 catanesi che sono entrate in Liberi di scegliere. Sono donne che hanno deciso di andare via con i loro figli, sette di loro sono diventate testimoni o collaboratrici di giustizia. E poi abbiamo tre importanti boss che hanno intrapreso dei percorsi di collaborazione con la giustizia proprio dopo l’intervento sui loro figli”.

Ma punire senza educare non basta mai. Ed è per questo che la legge prevede molto di più: “Stiamo intervenendo – aveva spiegato Di Bella – anche sul territorio con progetti mirati che permettano alle persone di non doversi allontanare. Lavoriamo sull’educativa domiciliare con i volontari di Libera e di altre realtà; stiamo elaborando dei progetti di educazione alla legalità non soltanto per i minori, ma anche per le mamme che accettano questi percorsi. Liberi di scegliere ha una duplice direttiva operativa: nelle situazioni estreme facciamo andare via i minori, coinvolgendo quasi sempre anche le mamme; in altre lavoriamo sul territorio con i servizi sociali, con le associazioni di volontariato – oltre Libera anche Caritas e la Conferenza episcopale italiana che sta cofinanziando il progetto con i fondi dell’otto per mille”.

Due città in una: tra disuguaglianze e speranza

Le città, quindi, hanno sempre due facce: c’è il privilegio e c’è lo svantaggio. Questa dinamica è ampia e fa parte di una società diseguale: la differenza trasformativa sta nell’ammettere che, in certi luoghi (affinchè non siano invisibili) serve un maggiore sostegno da parte dello Stato. “Alimentare la speranza, dove c’è rassegnazione”, come aveva detto il presidente Di Bella: è in questa via che i giovani possono, ancora, sognarsi in un futuro più libero.