PALERMO – A volte, forse troppo spesso, non si tratta solo di essere padroni del proprio destino. In molti casi a tracciare il futuro di migliaia di giovani è il luogo in cui si cresce e si vive. Posti che, più di semplici spazi fisici, rischiano di trasformarsi in un peso, sebbene chi ci abita continui a chiedere una rinascita per quella che, oltre i pregiudizi del “mondo esterno”, chiama comunque casa.
Report Save the Children: disuguaglianze sociali nelle città italiane
È quanto emerge dal nuovo report di Save the Children, intitolato I luoghi che contano. Una mappa delle disuguaglianze urbane e delle fragilità sociali che spaccano in due le città italiane, lasciando indietro, da un punto di vista sociale ed educativo, soprattutto le nuove generazioni nelle zone più fragili. Nei principali centri urbani della Penisola emergono disparità interne che, come sottolineato nella premessa firmata dalla direttrice delle ricerche Raffaella Milano, “sono in qualche caso persino più profonde di quelle tra il Nord e il Sud del Paese”.
Il rapporto, redatto in collaborazione con Istat, ruota attorno alle cosiddette Adu (Aree di disagio socioeconomico in ambito urbano), secondo la mappatura che di queste zone è stata elaborata dallo stesso Istituto di statistica. Prendendo a riferimento l’offerta socioeducativa e i servizi educativi locali in queste aree, oltreché la percezione dei giovani che ci vivono, lo studio ricostruisce le condizioni di fragilità nelle quattordici Città metropolitane italiane, nei cui Comuni capoluogo le Adu risultano essere in totale 158.
Periferie e giovani a rischio: i numeri della Sicilia
Qui, dove i presupposti per il disagio sociale e il rischio di esclusione sono più marcati, sono anche più numerosi i giovani esposti al rischio di povertà educativa. Secondo il rapporto, infatti, nelle quattordici Città metropolitane italiane, i minori che vivono nelle Adu sono in totale 141.777. Una quantità che rappresenta (in termini di incidenza sul totale della popolazione), il 16,7% contro una media cittadina del 14,8%. Insomma, nelle Adu c’è una maggiore concentrazione di popolazione minorenne rispetto alla media delle città. Un gap ancora più evidente riguarda i capoluoghi siciliani: a Palermo si registra il 20,9% di giovani nelle Adu rispetto a una media comunale del 16,8%; a Catania il 22,2% contro il 16,7%; a Messina 17,1% a fronte del 15%. In totale, in Sicilia, nei tre capoluoghi metropolitani, il numero di minori a rischio è di 24.094.
Dispersione scolastica e Neet: il divario tra quartieri
Questa “sproporzione” che fa delle aree disagiate anche quelle più densamente popolate di giovani rispetto alla media generale del Comune, si riflette sugli indici concreti della povertà educativa e delle disuguaglianze territoriali. Lo studio di Save the Children, infatti, mette in evidenza gli squilibri tra i diversi quartieri sia in termini di dispersione scolastica, sia per quanto riguarda la quantità di Neet (giovani che non studiano e non lavorano). Entrambi i fenomeni, secondo il report, sono molto più diffusi nelle aree disagiate che negli altri contesti urbani.
In particolare, su base nazionale, nelle zone svantaggiate il 15,4% di studenti di scuola media o superiore hanno abbandonato il percorso di studi oppure hanno ripetuto l’anno. Un dato che di fatto “doppia” quello delle altre aree urbane, al 7,6%. Questa forbice è presente e ampia anche nelle Città metropolitane siciliane. A Palermo il dato sull’abbandono scolastico riguarda il 17,8% degli studenti che vivono nelle aree marginali, mentre la media, nel Comune capoluogo, non supera l’8,8%. Gap molto alto anche a Catania, dove nelle periferie lasciano gli studi il 15,7% dei giovani contro una media cittadina dell’8,7%, e a Messina, con il 10,9% di rinunciatari nelle periferie a fronte di una media del capoluogo peloritano del 6%.
Neet e periferie: emergenza sociale nelle città siciliane
Evidente anche il divario tra quartieri in difficoltà e altre aree urbane per quanto riguarda i giovani che non svolgono una professione e non sono iscritti a un corso di studio o di formazione. Il dato medio delle quattordici Città metropolitane italiane ammonta al 35,6% di Neet nelle periferie contro il totale su base cittadina del 22,9%. Nel caso delle tre realtà siciliane parliamo, per Palermo, del 55,5% contro il 32,2%, per Catania del 57% contro il 34,8%, e per Messina del 39,7% contro il 28%. Numeri che mettono in evidenza come i principali fenomeni connessi a povertà sociale ed educativa e alla mancanza di opportunità restino in gran parte legati ai luoghi in cui si vive.
L’appello delle istituzioni e gli interventi sul territorio
“Un’emergenza sociale ed economica non più tollerabile”. Così ha commentato i dati di Save the Children Leonardo La Piana, segretario generale della Cisl Sicilia. Per il leader del sindacato, il report fotografa un’Isola che va “a due velocità, dove nascere nel quartiere sbagliato significa avere il destino già segnato, senza accesso ai diritti fondamentali come l’istruzione e il welfare”. Da qui, l’appello della Cisl siciliana alla politica regionale e locale. Una politica che, da un certo punto di vista, ha anche mostrato qualche segnale di maggiore attenzione al riscatto delle periferie. Ne sono un esempio le iniziative intraprese dall’Amministrazione comunale palermitana guidata dal sindaco Roberto Lagalla. Nel capoluogo siciliano, infatti, si va dal masterplan da 51 milioni di euro per la riqualificazione dello Zen fino al piano di rigenerazione urbana e sviluppo delle periferie del quartiere Borgo Nuovo sulla scia del cosiddetto modello Caivano. Uno degli interventi più recenti, poi, ha riguardato l’apertura di un nuovo poliambulatorio a Brancaccio (realizzato anche grazie al contributo della Regione siciliana), col l’obiettivo di garantire un presidio sanitario territoriale a chi vive in condizioni di isolamento.
Percezione dei giovani e senso di appartenenza
Nell’attesa che le azioni intraprese dalle Amministrazioni politiche sortiscano i loro effetti, però, resta anche la percezione che i giovani hanno del loro stesso quartiere. Un aspetto a cui il report di Save the Children dedica un ampio spazio. Sebbene, in generale, la maggior parte degli studenti ritiene di avere le stesse opportunità di chi vive fuori dal proprio quartiere, la percentuale di “fiducia” resta superiore, anche se di poco, nelle aree meno fragili (72,1% contro il 68,8% di chi vive nelle aree di disagio). Lo studio, però, evidenzia come gli alunni e le alunne delle zone fragili siano meno propensi a immaginarsi nel proprio quartiere da adulti (il 26,9% contro il 36%) e più orientati a cambiare, sia restando nella stessa città che trasferendosi altrove in Italia.
Uno spiraglio di luce, poi, lo si trova nelle parole di Raffaella Milano che, nell’apertura del report, scrive: “Il 78,4% dei ragazzi che vive nelle Adu definite da Istat dichiara di sentirsi felice nel proprio quartiere. Sono percentuali di qualche punto inferiori rispetto a quelle dei coetanei che vivono in altri contesti, ma ad ogni modo rappresentano un’ottima base di partenza. Considerando inoltre che queste aree sono le più giovani – con la più alta densità di minorenni rispetto alle altre generazioni – questo senso di appartenenza potrebbe tradursi, se accolto e sostenuto, in una forte leva per il cambiamento”.

