Cattive acque nell’altra Italia, il Sud-fogna - QdS

Cattive acque nell’altra Italia, il Sud-fogna

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Cattive acque nell’altra Italia, il Sud-fogna

mercoledì 04 Marzo 2020 - 08:37

Ref-Istat: nelle regioni meridionali servizio idrico sospeso o interrotto per oltre 2.300 giorni. Infrastrutture vecchie che disperdono fino al 50% dell’acqua, ma 1,5 miliardi di fondi Ue bloccati. Nel Mezzogiorno il 70% degli agglomerati sotto infrazione europea. Al peggio c’è una fine: la Sicilia

di Rosario Battiato e Antonio Leo

PALERMO – “Cattive acque” è un film con Mark Ruffalo attualmente nelle sale cinematografiche di tutta Italia e racconta lo scandalo dell’inquinamento idrico di Parkersburg, una città degli Stati Uniti. Ma “Cattive acque” potrebbe essere anche il nome dello spettacolo vergognoso che ogni giorno va in scena da Napoli in giù: sì perché nelle regioni del Mezzogiorno d’Italia, come conferma il Laboratorio Ref ricerche che ha scomposto e ricomposto i dati dell’Istat, c’è di che mettersi le mani nei capelli a proposito di servizio idrico. Qui le infrastrutture sono vecchie, fatiscenti, costruite nel “secolo scorso”, e disperdono fino al 50% di acqua immessa in rete e questo nonostante al Meridione sia stato destinato ben l’83% dei fondi comunitari per migliorare il settore. Non solo. Complessivamente i cittadini del Sud hanno patito nel 2017 oltre 2.300 giorni di sospensione o interruzione del servizio. Roba da terzo mondo.

Come da Paese sottosviluppato è la circostanza per cui molti Comuni sversano le acque reflue a mare, inquinandolo. Basta dire che il 70% degli agglomerati sottoposti a procedura di infrazione per la mancata depurazione si trova nella parte bassa dello Stivale. E al peggio c’è una fine e fa capolinea al di qua dello Stretto, in Sicilia.

INSODDISFATTI, TARTASSATI E SFIDUCIATI: I MERIDIONALI
Non può essere un caso se tutta l’insoddisfazione nazionale per gli standard del servizio si concentra in poche e precise regioni meridionali. L’analisi del laboratorio Ref Ricerche, effettuata sulla base di dati Istat relativi al 2018, evidenzia come le due regioni peggiori siano Calabria e Sicilia dove le famiglie che si dichiarano “poco o per nulla soddisfatte della continuità del servizio” raggiungono rispettivamente il 40,2% e il 31,9%, mentre in Italia sono appena il 12,6%. La solita coppia guida anche la percentuale di famiglie che dichiarano insoddisfazione nell’irregolarità del servizio di erogazione (40 e 29%), mentre a livello nazionale il dato medio si abbassa fino al 10%. Inoltre, la frequenza di lettura dei contatori “genera insoddisfazione nel 48% delle famiglie siciliane, nel 42,1% delle famiglie calabresi e nel 41,9% delle famiglie campane”.

E, come ovvia conseguenza, elevati “tassi di insoddisfazione nella frequenza di fatturazione riguardano la Calabria (39,3%) e la Sardegna (37,8%); anche la comprensibilità delle bollette non trova soddisfazione nel 51,5% delle famiglie campane, nel 50,6% di quelle siciliane e nel 49,4% delle famiglie sarde”. Visti questi numeri, ne discende che il servizio idrico di qualità, che teoricamente potrebbe anche limitare il consumo di acqua in bottiglia e quindi incidere sulla spesa delle famiglie, non è percepito affatto nel meridione d’Italia. A livello nazionale 1 famiglia su 3 non si fida a bere acqua di rubinetto, in Sicilia questo dato è superiore a 1 su 2. Tendenze simili si sono registrate in Sardegna e in Calabria.

NEL MEZZOGIORNO HANNO RAGIONE: SERVIZIO IDRICO PESSIMO SOLO QUI
La quotidianità denunciata dai siciliani, e dai meridionali in generale, si riflette impietosamente nei numeri dell’Istat. Nel corso del 2017 ci sono stati 11 capoluoghi di provincia e città metropolitane che hanno sperimentato misure di razionamento nella distribuzione dell’acqua per uso civile. Non è casuale che siano state tutte situate nel Meridione, ad eccezione del Comune di Latina. Fanno complessivamente 2.325 giorni interessati da riduzioni o sospensioni del servizio, e soltanto 24 non hanno riguardato direttamente una regione del Sud. A determinare questi risultati sono certamente le perdite idriche: nella macro-area meridionale e nelle Isole raggiungono il 51,3%, cioè significa che circa la metà dell’acqua immesse si perde a fronte di una media nazionale del 42,4%.

INFRASTRUTTURE VECCHIE E SISTEMA GESTIONALE DA COSTRUIRE
Buona parte dell’infrastrutturazione meridionale – si legge nel report di Ref – è stata “realizzata in larga parte nel secolo scorso” per un valore patrimoniale di alcune decine di miliardi di euro. Si tratta di opere che sono rimaste incomplete – diverse hanno figurato o figurano ancora nell’elenco delle incompiute siciliane – e che, in ogni caso, pur avendo “una vita tecnica molto lunga (100-150 anni per i serbatoi, 60-80 anni per le grandi condotte) – spiegano i tecnici di Ref – necessitano di interventi di manutenzione e controlli periodici per garantire che il funzionamento avvenga in sicurezza, nel rispetto della normativa tecnica di settore e di quella antisismica”. Tuttavia non sempre tutto questo è avvenuto, perché i vari enti a cui è stata affidata la gestione non ci sono riusciti per “mancanza di risorse finanziarie, limitate capacità tecniche e organizzative, mancanza di vocazione industriale, con il rischio che il soggetto deputato a controllare l’efficienza di queste infrastrutture (Direzione generale dighe del Mit) ne decreti il parziale o totale fuori esercizio per mancato rispetto delle prescrizioni di sicurezza”. Problemi che sono presenti ancora oggi, in particolare ci sono “regioni in cui gli Enti di governo d’ambito (Ega) non risultano pienamente operativi e la gestione del servizio idrico in numerosi Comuni non risulta conforme alla normativa nazionale”.

INVESTIMENTI MINIMI E RITARDI NELLA SPESA DEI FONDI
Tutti questi fattori determinano l’elemento fondamentale del ritardo meridionale, cioè quegli investimenti che dovrebbero tenere in efficienza e migliorare le infrastrutture presenti. “Il Laboratorio Ref Ricerche ha analizzato i fondi delle politiche di coesione italiane – si legge nel Report – identificando e isolando i progetti afferenti al servizio idrico integrato. Il quadro che emerge è composto da 4.466 interventi finanziati attraverso i cicli di programmazione 2007-2013 e 2014-2020, per un ammontare totale di risorse pubbliche a disposizione pari a 10,3 miliardi di euro. Di queste, circa l’83% è destinato ai territori del Sud e delle Isole, il 12% al Nord e il 3% al Centro Italia”. Il problema è che “l’area del Sud e delle Isole registra importanti ritardi: il tasso di conclusione egli interventi a luglio 2019 si attesta ‘solo’ al 18%, per un ammontare di 760 milioni di euro di spesa, mentre un 22% dei progetti, corrispondenti a 1.464 milioni di euro di finanziamenti, non risulta ancora avviato”.

SICILIA CENERENTOLA
Gli investimenti pro capite medi tra il 2016 e il 2017 sul fronte dei comuni in economia e delle gestori industriali hanno visto in coda, con l’eccezione della Calabria che ha fatto ancora di peggio, proprio la Sicilia: nell’Isola appena 5 euro per abitante all’anno (comuni in economia) contro, ad esempio, i 15 della Puglia o i 9 della Sardegna e appena 19 euro per abitante (gestori industriali) a fronte dei 113 dell’Abruzzo o dei 38 della Puglia.

CATTIVE ACQUE
Non è una novità che in questo quadro così tragico, faccia capolino anche la ben nota situazione della depurazione. Sono 263 gli agglomerati siciliani non conformi alle quattro procedure di infrazione che riguardano l’Italia (C 256-10, C 85-13, Procedura 2014-2059, Procedura 2017-2181), circa un quinto del totale nazionale (1.122) che, assieme agli altri agglomerati meridionali, arrivano a valere circa il 70% del totale (67,8%). Andando in dettaglio, dei “150 agglomerati non conformi per cui si è giunti ad una condanna, 107 sono situati nel Sud e nelle Isole, in prevalenza in Sicilia (67)”.

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