Mark Ruffalo, Anne Hathaway e Tim Robbins in "Cattive acque" - QdS

Mark Ruffalo, Anne Hathaway e Tim Robbins in “Cattive acque”

Francesco Torre

Mark Ruffalo, Anne Hathaway e Tim Robbins in “Cattive acque”

venerdì 28 Febbraio 2020 - 00:00
Mark Ruffalo, Anne Hathaway e Tim Robbins in “Cattive acque”

Una luce nel buio della notte. Improvvisa, casuale, fioca, ma pur sempre una luce potenzialmente in grado di rivelare cosa si nasconde dietro gli alberi e sotto il letto del fiume

CATTIVE ACQUE
Regia di Todd Haynes. Con Mark Ruffalo (Robert Bilott), Anne Hathaway (Sarah Bilott), Tim Robbins (Tom Terp), Bill Pullman (Harry Dietzler).
Usa 2019, 126’.
Distribuzione: Eagle Pictures

Una luce nel buio della notte. Improvvisa, casuale, fioca, ma pur sempre una luce potenzialmente in grado di rivelare cosa si nasconde dietro gli alberi e sotto il letto del fiume.

Todd Haynes (“Lontano dal Paradiso”, “Io non sono qui”, “Carol”) abbandona i temi più cari della propria filmografia – l’identità sessuale e la violenza delle convenzioni sociali – e la struttura del melodramma per dare una personale interpretazione al genere “legal” e rinnovarlo nel solco di una grande classicità.

Con una fotografia livida, che lavora unicamente su tonalità di colore freddo richiamando la bassa definizione delle immagini registrate su nastro magnetico, il regista ambienta le vicende tratte da una storia vera nell’eterno autunno di uno stato americano, la West Virginia, che è solo il fantasma di quel paese dalle “country roads” celebrato dalla nota canzone di John Denver.

Avvocato associato di un importante studio di Cincinnati, il protagonista è tutt’altro che un eroe civile: non ha alcuna specifica competenza in materia di sostanze chimiche (e trattando un caso di inquinamento di falde acquifere e di uso illegale di composti sintetici cancerogeni in oggetti di uso comune, questa sembra un’eccessiva forzatura della sceneggiatura), non brilla per tenacia e ars oratoria, non mette in gioco alcuna importante motivazione personale che proviene dal suo passato recente o remoto. Un loser, insomma, dalle evidenti insicurezze fisiche e psicologiche, che trema per l’ansia e la paura e associa alla battaglia legale contro un colosso dell’industria chimica americana un personale percorso di autodistruzione, senza peraltro mai ricevere alcuna medaglia.

Lo sguardo della macchina da presa gli si adatta, muovendosi con circospezione e senza particolare enfasi nei meandri di un’inquietante, tragica e attualissima class action, crescendo in intensità e ampiezza del registro stilistico con il procedere degli eventi, mantenendo sempre il primato dell’immagine sulla parola e lavorando sotterraneamente nella definizione di un tema nevralgico della cultura e dell’ideologia occidentale: il rapporto tra l’individuo e l’autorità.

Voto: ☺☺☺☻☻☻

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