L’intelligenza artificiale entra nelle aule scolastiche, ma la sfida non è soltanto imparare a utilizzarla: è capire quando può essere utile e quando, invece, rischia di sostituirsi al ragionamento. Dalla preparazione dei compiti alla ricerca di informazioni, gli strumenti generativi sono accessibili agli studenti, chiamando le scuole a ripensare i metodi didattici.
Al Liceo scientifico statale Stanislao Cannizzaro di Palermo questa sfida si traduce in iniziative concrete: dalla formazione del personale al potenziamento in “Intelligenza Artificiale e Scienza dei Dati”, che prevede due ore settimanali aggiuntive nel biennio. L’obiettivo è accompagnare studenti e docenti in un cambiamento che riguarda non soltanto le competenze digitali, ma anche il modo di studiare, insegnare e valutare.
La dirigente scolastica Giuseppa Di Blasi sottolinea anzitutto la necessità di non considerare infallibili i risultati forniti da questi strumenti. “È difficile fare le domande giuste all’intelligenza artificiale: bisogna formularle più volte, affinarle e avere sempre il beneficio del dubbio sulle risposte che fornisce”.
Regolamento del Cannizzaro ha introdotto l’IA pure nei procedimenti amministrativi
Il Cannizzaro ha adottato un regolamento interno e ha introdotto l’IA anche nei procedimenti amministrativi, per ottimizzare i tempi di lavoro. “La utilizziamo per organizzare gli orari e per formare le classi. Quest’anno abbiamo impiegato dodici giorni per formarle, molto meno rispetto agli anni precedenti. La usiamo anche per la redazione dei documenti, prestando attenzione alla fondatezza delle risposte”.
Ma è soprattutto sul piano educativo che, secondo Di Blasi, occorre intervenire. “Dobbiamo formare i ragazzi affinché l’intelligenza artificiale diventi uno strumento di lavoro e non uno strumento a cui delegare il lavoro”.
La diffusione degli strumenti generativi impone, inoltre, di ripensare il rapporto tra compiti a casa e lavoro in classe. “Per affrontare questa nuova era dobbiamo sviluppare gli anticorpi. Lasciare i compiti a casa è diventato pressoché inutile, bisogna svolgere più attività in classe. Non possiamo rimanere indietro e contrastare questa risorsa, ma non dobbiamo perdere la nostra capacità di ragionamento e la nostra volontà”.
Iniziativa nata per superare utilizzo superficiale della IA
A seguire direttamente il percorso di potenziamento è il professor Davide Dolce, referente dell’istituto per l’intelligenza artificiale. L’iniziativa nasce dalla volontà di superare un utilizzo superficiale dell’IA, fornendo agli studenti anche le basi scientifiche per comprenderne il funzionamento.
“I ragazzi spesso utilizzano l’intelligenza artificiale semplicemente per ottenere risultati che velocizzino lo studio. Noi cerchiamo di insegnarne un uso critico e di far capire che ciò che viene prodotto non è sempre veritiero”, spiega il professore.
Nelle due ore settimanali aggiuntive del potenziamento in “Intelligenza Artificiale e Scienza dei Dati”, rivolto al biennio, le attività si svolgono prevalentemente attraverso laboratori e progetti.
“Addestriamo le intelligenze artificiali di base”
“Utilizziamo intelligenze artificiali di base e le addestriamo noi stessi, confrontandole con piattaforme come ChatGPT e Gemini, che i ragazzi usano quotidianamente. Insegniamo loro come formulare le richieste, quale linguaggio utilizzare per ridurre gli errori e come verificare le fonti proposte”.
Il programma affronta anche i principi matematici e informatici alla base di queste tecnologie, introducendo concetti come machine learning e deep learning. “Vogliamo che lo studente rimanga il regista del proprio apprendimento. Più che demonizzare l’IA, dobbiamo regolamentarla e orientarne l’utilizzo”.
La diffusione dell’intelligenza artificiale mette in discussione anche le modalità tradizionali di assegnazione dei compiti. Per Dolce, le nuove tecnologie devono affiancare la didattica esistente, senza rimpiazzarla.
L’approccio può offrire opportunità a studenti con disturbi dell’apprendimento
Un approccio che, secondo il docente, può offrire opportunità anche agli studenti con disturbi specifici dell’apprendimento o bisogni educativi speciali. Gli strumenti digitali possono infatti adattare le spiegazioni alle esigenze individuali e aiutare a valorizzare capacità che, in una lezione esclusivamente frontale, rischierebbero di emergere meno.
La trasformazione richiede competenze adeguate anche da parte del personale scolastico. Il Cannizzaro ha sfruttato i finanziamenti del Pnrr previsti dal decreto ministeriale n. 66 del 12 aprile 2023, dedicato alla formazione del personale scolastico per la transizione digitale.
“Molti docenti sono inizialmente impauriti da questa rivoluzione. Attraverso corsi con diversi livelli di approfondimento possono comprendere quanto questi strumenti siano utili, per esempio, nella progettazione di attività multidisciplinari. L’IA permette di mettere insieme contenuti provenienti da materie differenti e costruire progetti condivisi”.
Una delle questioni più delicate riguarda la valutazione: come capire se un elaborato rifletta davvero le conoscenze dello studente oppure sia il prodotto di una richiesta rivolta a un chatbot?
“Possiamo utilizzare strumenti come NotebookLM, che consentono di selezionare le fonti da mettere a disposizione degli studenti. In questo modo l’intelligenza artificiale può diventare un tutor, aiutandoli a comprendere un concetto difficile attraverso spiegazioni più semplici ed esempi legati alla vita quotidiana”.
La valutazione può quindi includere attività laboratoriali, lavori di gruppo e attività di “debate”. “Utilizziamo l’IA anche come ‘avvocato del diavolo’, mettendola a confronto con le idee che i ragazzi sostengono. Così possiamo valutare non soltanto i lavori che producono, ma anche la capacità di argomentare, risolvere problemi, lavorare in gruppo, aiutare gli altri e sviluppare relazioni sociali”.
Questa attenzione alle competenze relazionali si collega agli obiettivi dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. La sfida della scuola, in definitiva, non è impedire l’ingresso dell’intelligenza artificiale, ma insegnare a governarla. Formazione e sperimentazione possono trasformarla in una risorsa, a condizione che resti uno strumento al servizio della persona. E saperla utilizzare significa anche riconoscerne i limiti, conservando la propria capacità di pensare, scegliere e creare in autonomia.
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