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Comuni in crisi, la Corte dei conti punta sui Patti con il governo: i casi Palermo e Catania

Comuni in crisi, la Corte dei conti punta sui Patti con il governo: i casi Palermo e Catania

Positivi gli accordi con lo Stato, superano la logica dei soli vincoli

La relazione della Corte dei conti contiene anche profonde riflessioni sulla necessità di apportare modifiche alla normativa – nello specifico il Titolo VIII del Testo unico degli enti locali (Tuel) – nell’ottica di riuscire ad assistere in una maniera migliore il percorso che i Comuni fanno una volta che sprofondano nella crisi finanziaria. L’obiettivo, fa capire la Corte, dovrebbe essere quello di intervenire non soltanto in maniera sanzionatoria ma offrendo gli strumenti – in ottica preventiva ma anche gestionale – adeguati per provare a ricostruire una solidità che possa consentire all’ente di tornare a operare con il più ampio margine di autonomia possibile, anche nell’ottica, di certo non secondaria, di far sì che a patire conseguenze senza fine siano i cittadini. “L’aggressione dello stock delle crisi può funzionare se si blocca il flusso annuo di nuovi casi che, come si è visto, è piuttosto robusto”, si legge.

Patti con il governo, l’alternativa a riequilibrio e dissesto

Da questo punto di vista da qualche anno un nuovo strumento esiste. Si chiama Patto con il governo, e rappresenta a tutti gli effetti un’alternativa a piano di riequilibrio e dichiarazione di dissesto. Noti come norme Salva Città, i Patti sono dei veri e propri accordi bilaterali tra l’ente in crisi e il governo nazionale. Sono stati introdotti con la legge di bilancio del 2022 e sono rivolti alle grandi città o ai capoluoghi di provincia. La loro natura poggia sulla sostituzione della logica sanzionatoria, che impone fermi vincoli all’attività amministrativa, a un approccio che punta maggiormente sulla cooperazione strategica tra Stato ed ente locale.

Corte dei conti, il ruolo del tavolo tecnico nei Patti

“Si individuano – viene riassunto nella relazione – due elementi essenziali: il tavolo tecnico (organo del sistema multilivello titolare della funzione di affiancamento) e la cornice delle misure, tra cui si sceglie, da parte dei due attori (Comune e Tavolo), l’articolazione del progetto di risanamento strutturale”. La Corte sottolinea come la possibilità concessa ai Comuni di ragionare sulle modalità con cui arrivare al risanamento “rappresenta un elemento innovativo”.

“Nel sistema vigente – viene ricordato – se il Comune è deficitario scattano automaticamente misure restrittive; se nell’impostazione della procedura di riequilibrio si accede al Fondo rotativo si configurano oneri aggiuntivi; se si dichiara il dissesto scattano automatici divieti; e così via. Le prescrizioni sono sempre unidirezionali, di carattere sanzionatorio e di blocco (delle assunzioni, della spesa ecc.), anche quando l’origine dello squilibrio strutturale è di tipo organizzativo o sociale. Il Patto – prosegue la Corte dei conti – garantisce flessibilità nell’applicazione”.

Patto con il governo a Palermo, 180 milioni di euro

In Sicilia abbiamo due esempi diversi: Palermo e Catania. Nel primo caso, il Patto, dopo una gestazione che ha richiesto del tempo e delle rimodulazioni, è stato approvato e sottoscritto da Comune e governo a inizio 2023. A sottoscrivere il Patto sono stati anche i Comuni di Napoli, Torino e Reggio Calabria. “Il Patto si fonda su tre direttrici principali: il sostegno finanziario, lo sforzo fiscale del Comune, il monitoraggio. Delle risorse stanziate per i quattro capoluoghi pari a 2.670.000.000 euro tra il 2022 e il 2042, spettano al Comune di Palermo circa 180 milioni di euro – viene riassunto – Il contributo è erogato entro il 31 marzo di ciascun anno e non pregiudica l’assegnazione di ulteriori risorse statali. Lo sforzo del Comune deve essere pari a un quarto del contributo previsto (quindi 45 milioni di euro)”. Tra le possibilità concesse agli enti locali, nell’ambito del Patto, c’è l’aumento di tributi locali oltre la soglia massima.

Catania, niente Patto per la mancata approvazione del rendiconto

Destino diverso si è registrato invece a Catania, dove il Comune non ha potuto attivare il Patto per la mancata approvazione del rendiconto 2020. “Nel Comune in dissesto dal 2018 – si legge nella relazione – persistono delle criticità (richiamate nella parte introduttiva) che la procedura, in fase conclusiva, lascerà probabilmente inalterate (si tratta di importanti crediti non transatti sostenuti da una sentenza Cedu di condanna). Sarebbe pertanto utile ricondurre anche questo ente nel circuito delineato da questa nuova forma di intervento, per offrire adeguato supporto alla struttura amministrativa e alla comunità amministrata, da anni in sofferenza”. Il dissesto del Comune di Catania è stato chiuso il 10 luglio 2025.