Una storia che dalla Sicilia attraversa i confini nazionali per poi tornare nuovamente sull’Isola e venire allo scoperto da un bosco remoto di Gibilmanna. Colpisce e fa discutere la storia della comunità del bosco di Cefalù, in provincia di Palermo, una sorta di “famiglia” spirituale dietro la quale si nascondevano la logica di una psicosetta e una serie di manipolazioni e maltrattamenti presumibilmente riconoscibili al santone Shanti. Il sedicente maestro spirituale, 59 anni, di origini tedesco-indiane, è stato arrestato con l’accusa di maltrattamenti a minori.
La sua storia è profondamente legata alla Sicilia, sia in termini geografici che umani, visto che non mancano vittime isolane. A seguire alcuni denuncianti – con la presidente Virginia Melissa Adamo e l’avvocato Giorgia Bagnasco – è l’associazione Manisco World, da anni attiva proprio contro le psicosette e la manipolazione psicologica.
Comunità del bosco di Cefalù e santone Shanti, una storia lunga anni
La storia di quella che è stata ribattezzata la comunità del bosco di Gibilmanna (Cefalù) è finita sulle pagine della cronaca siciliana e nazionale lo scorso fine marzo, con la scoperta di due minori che vivevano in condizioni precarie in un casolare abbandonato nel bosco. Niente scuola, niente vaccinazioni, niente letto caldo: i piccoli – di 7 e 11 anni – dormivano su materassini gonfiabili, in un luogo umido, presumibilmente costretti – emerge dai primi documenti sul caso – a fare “ronde” anche notturne senza luce, con pochissimo cibo e nessun servizio a disposizione. Appartenevano, pare, a una comunità di circa 15 persone riconducibile a Shanti Mark Ravikiran Koppikar, che si presentava come guida spirituale legata allo sciamanesimo centroamericano.
Il caso è finito alla Procura di Termini Imerese, che lo scorso 1 aprile ha arrestato Shanti con l’accusa di maltrattamenti su minori in concorso (il 23 aprile sono stati disposti i domiciliari con braccialetto elettronico, più il divieto di comunicare – anche “telefonicamente o con mezzi epistolare o telematici” – con persone diverse da “quelle conviventi o che lo assistono”).
L’avvocato Giorgia Bagnasco della Manisco World ha presentato negli scorsi giorni un esposto alla Procura di Termini Imerese, una storia siciliana. Protagonisti della vicenda una coppia di madre e figlio (quest’ultimo minorenne all’epoca dei fatti), finiti e rimasti per diversi anni nel mirino della psicosetta ruotante intorno alla figura del santone Shanti.
I ritiri spirituali, i maltrattamenti e la manipolazione, dall’Italia alla Scozia
Secondo le informazioni in possesso del QdS, la donna – C. L. – avrebbe conosciuto Shanti a Palermo, nel corso di un incontro presentato come un “percorso di crescita personale” nel 2016. Shanti l’avrebbe accolta subito all’interno del suo gruppo fino a convincerla a partecipare a un ritiro di 20 giorni a Ginostra (Stromboli). Lì i primi episodi allarmanti: regole “estremamente rigide” e volte a far sprofondare la vittima in una “condizione di isolamento pressoché totale rispetto al mondo esterno”, il divieto di comunicazione e di libera espressione, i contatti con l’esterno (compresi i familiari e i conoscenti) bruscamente interrotti. E dietro queste scelte non c’era alcuna motivazione spirituale, ma solo la volontà di creare un “contesto chiuso e controllato” dove i presenti potessero essere assoggettati facilmente. Lo conferma anche l’uso di strumenti coercitivi e violenti in caso di violazioni delle norme imposte.
Nell’esposto si leggono dettagli relativi a un rito battesimale, che più che un momento spirituale viene descritto come uno “strumento funzionale all’assoggettamento della persona”. C.L., in seguito a questo rito, avrebbe assunto una nuova identità e distrutto i legami con il suo io precedente (compresa la sfera personale e relazionale) per dedicarsi anima e corpo al “gruppo”, alla comunità di Shanti.
Dal 2017, una svolta: il figlio di 10 anni della donna entra in contatto col gruppo. Con la tecnica del “love bombing” (una tecnica di manipolazione psicologica consistente in un numero spropositato di attenzioni e manifestazioni di affetto al fine di ottenere la fiducia totale della vittima e abbassare le sue capacità di difesa emotiva, ndr), Shanti avrebbe instaurato con il minore un rapporto privilegiato e – approfittando della sua vulnerabilità psicologica – si sarebbe imposto come “figura paterna alternativa”. Il santone avrebbe perfino fatto credere al ragazzino di essere stato un imperatore asiatico e che proprio lui era suo figlio.
“Shanti è il tuo Dio”, la fase in Scozia
Shanti aveva un piano e uno dei progetti messi in campo per realizzarlo è stato il trasferimento della sua comunità in Scozia. Il progetto, annunciato nel 2021, si sarebbe concretizzato nel 2022. Anche C.L. e il minore hanno seguito Shanti in Scozia, luogo dove le sue strategie manipolatorie avrebbero assunto “caratteri più incisivi e pervasivi” e il vincolo di dipendenza con il santone si sarebbe rafforzato ed espresso anche tramite mansioni umilianti, degradanti o semplicemente avvilenti, comprese privazioni di cibo prolungate e viaggi massacranti per reperire l’acqua. Secondo le testimonianze, Shanti viveva nel lusso, gli adepti – ai quali era promesso ogni bene rispettando le regole del “sistema” – in condizioni decisamente precarie, privati del benessere psicofisico ma anche della capacità e della forza di reagire a quanto accadeva nel gruppo.
Frasi come “Shanti è il tuo Dio” erano la risposta a ogni interrogativo, a ogni tentativo di uscire da quel rigido sistema messo in campo per controllare la comunità, a ogni richiesta di normalità. Non c’era spazio per contrastare le idee di Shanti, non c’era opportunità di avere un pensiero libero.
Dopo il caso della comunità del bosco di Cefalù, l’appello: “Parlate”
Degli episodi incredibilmente disturbanti – in uno di questi, C. L. non esclude la possibilità di essere stata drogata contro la sua volontà – hanno portato prima il minorenne e poi la donna ad abbandonare il rifugio in Scozia e infine il gruppo, interrompendo i contatti. Nell’esposto alla Procura di Termini Imerese si chiede, nel rispetto dei tempi e delle modalità delle dovute valutazioni dell’autorità giudiziaria in un procedimento che è ancora in fase di indagini preliminari, di far luce sulle eventuali responsabilità di Shanti e di qualsiasi altro soggetto coinvolto.
L’avvocato Giorgia Bagnasco e la Manisco World, nel raccontare questo piccolo pezzo del grande puzzle della storia della comunità del bosco di Cefalù, non chiedono solo verità e giustizia. Desiderano diffondere anche consapevolezza su come le psicosette abbiano un forte potere sulle persone, specialmente quelle in condizioni di vulnerabilità, e su come anche un territorio come la Sicilia possa essere soggetto a fenomeni negativi di questo tipo. “Parlare sempre di più delle psico-sette è fondamentale perché il silenzio è uno dei loro strumenti più forti. Quando le persone trovano spazio per raccontare, si rompe l’isolamento e si crea consapevolezza. Condividere esperienze aiuta chi è dentro a riconoscere segnali di manipolazione e chi è fuori a comprendere senza giudicare. Sostenere chi parla significa restituire dignità, voce e possibilità di uscita”, è l’appello dell’avvocato Bagnasco.
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