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Tramortita con un tondino in ferro, poi le 30 coltellate fatali: l’autopsia svela l’atroce delitto di Daniela Zinnanti

Tramortita con un tondino in ferro, poi le 30 coltellate fatali: l’autopsia svela l’atroce delitto di Daniela Zinnanti
Daniela Zinnanti

L’autopsia riporta ulteriori dettagli sulla morte della donna di 50 anni di Messina

Prima l’ha tramortita e poi l’ha accoltellata a morte, con decine di fendenti, mentre la donna provava a difendersi con le mani. È morta così Daniela Zinnanti, la donna di 50 anni di Messina uccisa dall’ex compagno Santino Bonfiglio, 67 anni lunedì scorso. Emerge dall’autopsia eseguita oggi all’ospedale Papardo di Messina. L’esame autoptico è stato condotto dal medico legale Alessio Asmundo. Presenti i consulenti nominati dalla difesa di Bonfiglio e dalla famiglia Zinnanti: i professori Daniela Sapienza e Antonino Bondì. Secondo quanto emerge l’assassino, reo confesso, sarebbe entrato in casa con un tondino in ferro per forzare la finestra. Entrato in camera da letto ha tramortito la donna colpendola alla nuca. Poi le coltellate al torace e al collo almeno con trenta coltellate.

La ricostruzione del femminicidio

Sembrerebbe, dunque, che Bonfiglio abbia usato un tondino in ferro per forzare la finestra ed entrare nella stanza da letto e per tramortire la donna colpendola alla nuca. In seguito avrebbe usato un coltello con il quale l’avrebbe colpita più volte. La donna presentava ferite alle mani, segno che in un primo momento ha provato a proteggersi dalle coltellate. Bonfiglio si sarebbe accanito colpendo l’ex compagna al torace e al collo almeno con trenta coltellate. Secondo l’autopsia la Zinnanti sarebbe morta subito dopo. Il corpo è stato trovato il giorno successivo dalla figlia che, allarmata dalle mancate risposte della madre, ha raggiunto l’abitazione.

Bonfiglio aveva provato a uccidere la compagna nel 2008

È emerso inoltre dalle indagini un precedente di Bonfiglio risalente al 2008. L’uomo era stato già arrestato dalla polizia a Spadafora con l’accusa di tentato omicidio nei confronti della sua convivente di allora. Fermato in quel caso in un primo momento da un vigile vicino di casa, era fuggito cercando di evitare l’arresto della polizia, nel frattempo intervenuta su segnalazione della stessa vittima, refertata con 30 giorni di prognosi. In primo grado la condanna fu di dieci anni di reclusione. Ma in appello i giudici cambiarono la qualificazione giuridica dei fatti in lesioni personali riducendo la pena a tre anni. 

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