Ricreare la prateria di posidonia a 800 metri dalla costa, facendola crescere in blocchi immersi a una profondità tra i 6 e 10 metri. È l’intento di un progetto seguito dall’Università di Catania all’interno del più ampio programma Horizon 2020, che punta a tutelare le coste dall’erosione, favorendo al contempo il ripristino degli ecosistemi. La parte della Sicilia interessata dal progetto denominato Rest-Coast si trova a Granelli, nel territorio di Pachino (Siracusa). I documenti che descrivono gli interventi che saranno effettuati si trovano al momento alla commissione tecnica-specialistica della Regione, per la valutazione d’impatto ambientale.
Per quanto, infatti, si tratti di una misura che mira a ripristinare condizioni ambientali idonee, è necessario valutare l’assenza di impatti negativi nei siti appartenenti alla Rete Natura 2000. “Nelle immediate vicinanze dell’area interessata dalle attività del progetto si trovano tre siti appartenenti alla rete ecologica, creata per garantire la conservazione a lungo termine degli habitat naturali e delle specie di flora e fauna minacciati o rari a livello comunitario”, si legge nella relazione tecnica. Il riferimento va alla Zona speciale di conservazione (Zsc) Pantani della Sicilia Sud Orientale, alla Zona di protezione speciale (Zps) Pantani della Sicilia Sud-Orientale, Morghella, di Marzamemi, di Punta Pilieri e Vendicari e infine alla Zsc Area Marina di Capo Passero.
Il progetto Rest-Coast
La proposta interessa l’inserimento in mare di una superficie di circa 300 metri quadrati, composta da 150 blocchi, da utilizzare come base per piantare e far crescere la posidonia. “Rest-Coast mira a dimostrare come interventi di restauro costiero realizzati su larga scala possano costituire una soluzione a basse emissioni di carbonio per l’adattamento climatico, riducendo i rischi di allagamento ed erosione, potenziando i servizi ecosistemici e contribuendo alla tutela della biodiversità”, si legge nel documento.
In totale il progetto, che è coordinato dalla Universitat Politècnica de Catalunya (Spagna), si sviluppa tra Mar Nero, Mare del Nord, Baltico e Mediterraneo. Sono nove i siti pilota. “L’Università di Catania è responsabile del sito dei Pantani Cuba-Longarini e contribuisce con attività di campo, monitoraggio, modellazione idraulica e stakeholder-engagement a supportare l’implementazione e la valutazione delle soluzioni basate sulla natura per la riduzione del rischio costiero”, viene spiegato.
Zona umida costiera mediterranea
Si tratta di un complesso lagunare ampio 350 ettari e che rappresenta un esempio di zona umida costiera mediterranea. Caratterizzato da funzionamento idrologico intermittente, con forti variazioni di livello e salinità, per via degli apporti fluviali dei bacini iblei e delle mareggiate, si sviluppa in una zona che include spiagge sabbiose, dune, canneti e stagni salmastri.
“È riconosciuto a livello internazionale per l’eccezionale valore naturalistico e per la funzione cruciale lungo la rotta migratoria del Mediterraneo centrale. Il complesso Cuba-Longarini ospita le due principali lagune e confina verso mare con il villaggio Granelli”, viene ricostruito. Quest’ultimo fu realizzato negli anni Settanta lungo la fascia donale, interrompendo la continuità tra lagune e mare, con la conseguenza di avere ridotto l’apporto di sedimenti sulle spiagge. Se a ciò si aggiunge l’attività erosiva delle maree si spiega anche la riduzione della costa che si è registrata negli anni. E il futuro si presenta ancora più minaccioso, considerati gli effetti dei cambiamenti climatici con l’innalzamento dei mari.
Quale posidonia impiantare
“Gli studi condotti durante il progetto indicano che un ripristino massivo della Posidonia oceanica possa attenuare l’energia del moto ondoso e contribuire alla riduzione dell’erosione e del rischio di inondazione”, è la promessa. Nei moduli che verranno messi sott’acqua saranno fissate le talee di posidonia, con l’obiettivo di ricucire la prateria danneggiata. “Tali moduli, oltre che garantire la ricolonizzazione della posidonia oceanica, consentiranno l’attecchimento di specie bentoniche e algali pioniere grazie alla presenza di biostuoia in fibra di cocco e strutture in materiale inerte aggiuntive”.
Le talee saranno recuperate, tramite attività condotte da sub, dai fondali antistanti Portopalo di Capo Passero, rispettando un tasso di prelievo inferiore all’un per cento della densità media per metro quadrato. “Tale procedura – è la rassicurazione – garantisce che non venga arrecato alcun danno alla prateria donatrice”.
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