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Mamma che vita! Donne divise tra figli e lavoro. Essere genitori al Sud è una missione impossibile

Mamma che vita! Donne divise tra figli e lavoro. Essere genitori al Sud è una missione impossibile

Antonella Inverno, responsabile ricerca Save the children: “In Sicilia c’è un quadro di forte svantaggio per le madri”

ROMA – L’XI edizione del rapporto “Le Equilibriste – La maternità in Italia”, diffuso da Save the Children e realizzato in collaborazione con l’Istat, accende ancora una volta i riflettori su una delle contraddizioni più profonde del Paese e lo fa proprio pochi giorni prima della festa della mamma di domani: da un lato una crisi demografica strutturale che dura da quasi mezzo secolo, dall’altro un contesto sociale ed economico che continua a rendere la genitorialità, e in particolare la maternità, un percorso complesso, diseguale e spesso penalizzante.

Nascite in calo, primo figlio oltre i 31 anni

Il dossier parte proprio dai dati demografici: nascite in calo, età al primo figlio sempre più alta (oggi stabilmente oltre i 31 anni) e un tasso di fecondità tra i più bassi d’Europa. Ma la lettura proposta va oltre i numeri e prova a interrogarsi su chi oggi può permettersi davvero di diventare genitore, in quali condizioni e con quali prospettive. Il quadro che emerge è quello di una scelta sempre più consapevole, ma anche sempre più difficile da realizzare, soprattutto per le donne, strette tra lavoro, precarietà e carichi di cura.

Child penalty: dopo un figlio le donne perdono lavoro e salario, gli uomini no

Ampio spazio è dedicato proprio al rapporto tra maternità e lavoro, con l’analisi della cosiddetta child penalty: la penalizzazione occupazionale e salariale che colpisce le donne dopo la nascita di un figlio. In Italia, la maternità rappresenta ancora uno spartiacque nelle traiettorie professionali: l’occupazione femminile diminuisce sensibilmente dopo la nascita dei figli e fatica a recuperare negli anni successivi, mentre quella maschile resta sostanzialmente stabile. Un fenomeno che si inserisce in un mercato del lavoro già fragile e che nel Mezzogiorno assume contorni ancora più critici, contribuendo ad ampliare i divari territoriali.

Mothers’ Index: la Sicilia ultima in Italia con 91,930 punti, ben sotto la media nazionale

È in questo contesto che si inserisce il Mothers’ Index, che misura le condizioni delle madri nelle diverse regioni italiane attraverso sette dimensioni: demografia, lavoro, rappresentanza, salute, servizi, soddisfazione soggettiva e violenza. E i dati restituiscono un quadro chiaro: la Sicilia si colloca all’ultimo posto della classifica, con un punteggio di 91,930, ben al di sotto della media nazionale (101,460). Un dato che fotografa una situazione strutturalmente fragile, in cui più fattori contribuiscono a rendere difficile la condizione delle madri.

Servizi per l’infanzia al 7,9% e tempo pieno al 15,4%: la Sicilia ultima anche nei servizi

Guardando alle singole dimensioni, il quadro appare particolarmente critico nei servizi, dove la regione si conferma ultima. I dati mostrano una forte carenza nell’offerta per l’infanzia: solo il 7,9% dei bambini ha accesso ai servizi per la prima infanzia, contro una media nazionale del 18,5%. Anche sul fronte scolastico, il tempo pieno nella primaria si ferma al 15,4% rispetto al 40,3% italiano, mentre la mensa scolastica coinvolge il 15,4% degli alunni contro il 61,6% a livello nazionale. Un gap che incide direttamente sulla possibilità per le madri di conciliare lavoro e famiglia.

Occupazione femminile al 40% e mortalità infantile in crescita: le altre criticità della Sicilia

Nella dimensione lavoro, la Sicilia si colloca al 16esimo posto, in risalita rispetto al 20esimo dell’anno precedente. Si registra un lieve miglioramento del part-time involontario femminile, sceso al 21,2% (dal 24,1%), ma restano criticità significative: il tasso di occupazione delle madri con figli minori è fermo al 40%, molto distante dal 63,2% nazionale. Inoltre, cresce la quota di donne in lavori a termine (27,3% contro il 19,1% italiano) e aumentano le dimissioni delle madri, pari a 4,92 ogni 1.000 occupate (contro 6,78 a livello nazionale, ma in aumento rispetto agli anni precedenti). Anche la dimensione salute mostra segnali negativi: la Sicilia scende al 19esimo posto, con un peggioramento del quoziente di mortalità infantile, che sale a 3,66 per mille nati vivi, rispetto al 2,61 della media nazionale. Sul fronte della rappresentanza politica, la regione perde posizioni, scendendo al 15esimo posto. Più stabile, ma comunque bassa, la soddisfazione soggettiva: la Sicilia si colloca al 18esimo posto, con valori inferiori alla media nazionale sia per la soddisfazione lavorativa (46,7 contro 50,1) sia per il tempo libero (58,5 contro 64,5). Nella dimensione violenza, si registra un lieve miglioramento, con un passaggio dal 15esimo al 14esimo posto per presenza di centri antiviolenza e case rifugio.

Save the Children: “Servono riforme strutturali, non bonus. Potenziare congedi, mense e tempo pieno”

In questo quadro complessivo, il divario tra Sicilia e resto del Paese appare netto e radicato, confermando come la maternità rappresenti ancora un fattore di disuguaglianza. Lo sottolinea anche Antonella Inverno, responsabile ricerca e analisi dati di Save the Children Italia, che evidenzia come “la Sicilia si colloca all’ultimo posto del Mothers’ Index, con criticità evidenti soprattutto nella dimensione dei servizi, dove i dati sulla presa in carico nella prima infanzia, sul tempo pieno e sulla mensa scolastica risultano molto inferiori alla media nazionale, delineando un quadro di forte svantaggio per le madri“.

Proprio la carenza di servizi incide in modo determinante sulla vita delle madri: “I servizi per l’infanzia – aggiunge – risultano molto limitati e questo si riflette in modo diretto sulla possibilità di partecipazione al mercato del lavoro, perché in assenza di un’offerta adeguata diventa più difficile conciliare tempi di vita e tempi di lavoro”. Anche sul fronte occupazionale, per Inverno, il quadro resta complesso: “Il tasso di occupazione delle madri con figli minori resta molto distante dalla media nazionale e si accompagna a una presenza ancora elevata di lavoro precario e a termine; il lieve miglioramento del part-time involontario rappresenta un segnale positivo, ma non è sufficiente a compensare difficoltà che restano strutturali”.

Alla domanda su quali interventi prioritari dovrebbero essere introdotti per invertire questa tendenza e sostenere concretamente le madri, Inverno è netta: “Vanno messi in campo interventi strutturali, non i soliti bonus una tantum: una riforma dei congedi parentali, il rafforzamento dell’assegno universale soprattutto nei primi anni di vita dei bambini, e un potenziamento dei servizi per le famiglie lungo tutto il percorso di crescita dei figli, fino ai 18 anni, anche attraverso attività gratuite. Allo stesso tempo è fondamentale rafforzare i servizi per la prima infanzia, così come la mensa scolastica e il tempo pieno nella scuola primaria”.

Claudio Grillo


Asili nido e parità di genere: la ricetta (lontana) per tornare a fare figli

ROMA – Insomma, domani è festa: tanti auguri a tutte le mamme! Ma degli auguri le mamme (e le donne più in generale) ne hanno piene le tasche. Le stesse tasche che sono mezze vuote di risorse, opportunità e diritti. Essere madre, in Italia, più che una scelta pare sia un percorso a ostacoli che alcune, anche al solo pensiero, non riescono a percorrere. Ma su questo versante la questione non è neutra: il genere e la disponibilità economica incidono non poco. Si parla molto del calo demografico, delle giovani che fanno sempre meno figli e del modello “famiglia tradizionale” che è sempre più in crisi. Ma gli elementi che vengono evidenziati dal rapporto di Save the Children “Le equilibriste” suggeriscono che la grossa spinta per supportare la natalità sarebbe un piano solido e strutturale di welfare sociale e la riduzione del gap salariale (e di trattamento contrattuale) tra padri e madri che lavorano.

Child penalty e occupazione: il 25% delle madri under35 esce dal lavoro nell’anno del primo figlio

E la questione non riguarda la donna, ma la coppia che aspira a essere famiglia. Perché è proprio su questi vulnus che si predetermina a monte la possibilità di scelta nel costruire il proprio futuro. In Italia, nel settore privato il 25% delle madri under35 esce dal mercato del lavoro nell’anno della nascita del primo figlio. Tra i 20-29enni, l’occupazione maschile, invece, aumenta con la genitorialità: lavora l’87,2% dei padri contro il 52,6% degli uomini senza figli.

Ne emerge che a lavorare di più sono i padri, mentre sulle donne ricade la maggior parte del carico di cura. Il tasso di occupazione femminile, infatti, è pari al 42% tra le giovani senza figli e al 33,4% tra le madri. E più la famiglia si fa numerosa, più la forbice di genere si allarga. Il divario si amplia ulteriormente con l’aumentare dei figli: tra chi ne ha due o più, risultano occupati l’83,7% dei padri contro appena il 23,2% delle madri.

E per chi lavora c’è il tema del welfare aziendale, che in Italia è ancora insufficiente. Secondo il Welfare index Pmi le misure di sostegno al lavoro raggiungono 11,3 milioni di nuclei familiari, equivalenti al 44% delle famiglie in Italia, tra queste 3,2 milioni sono in condizioni di vulnerabilità alta o molto alta. La maggior parte delle aziende, però, sembra privilegiare misure a basso costo o di immediata erogazione (come buoni pasto o buoni spesa), “creando un divario critico tra le misure erogate e i bisogni reali di cura dei dipendenti”. Al contrario, servizi come gli asili nido aziendali o le convenzioni strutturate per l’infanzia rimangono una rarità. Solo il 9% delle imprese (i “Welfare champion”) ha offerto, nel 2024, supporto psicologico 24 ore al giorno 7 giorni su 7 e flessibilità radicale.

Pnrr e asili nido: l’Italia ferma al 31%, al Sud sotto il 20%. Il target Ue del 45% è lontano

Dove non si trovano aiuti da parte dell’azienda, si cercano nella propria città. Ma anche qui i livelli non sono soddisfacenti: un’intera missione del Piano nazionale ripresa e resilienza doveva infatti assolvere al compito di migliorare i servizi, ancora molto lontani dai livelli europei.

Il target Ue del tasso di presa in carico di posti nido da raggiungere entro il 2030 è del 45%, ma l’Italia è ferma a poco più di 31 posti ogni 100 bambini (dati 2023/2024). La situazione peggiora di molto se guardiamo alle differenze interne al Paese: se al Centro si presenta il valore più elevato (40,4%), insieme al Nord-Est che ha raggiunto il 39,1%, al Sud e in Sicilia l’obiettivo europeo appare una vera e propria chimera: il rapporto tra bambini e posti disponibili è inferiore al 20%.

Fondazione Agnelli: solo il 13% dei cantieri Pnrr per gli asili nido è in chiusura. Al Sud ancor meno

All’interno del Pnrr al “Piano asili nido e scuole dell’infanzia” erano destinati inizialmente 4,6 miliardi di risorse, ridotti poi a 3,24 miliardi con la revisione generale approvata a fine 2023. Una delle ultime analisi svolte su dati Regis aggiornati all’ottobre 2025, mostrava però molti ritardi sulla tabella di marcia dei lavori, tanto che alcuni non erano ancora stati avviati.

Uno studio realizzato dalla Fondazione Agnelli a dicembre 2025, ha evidenziato che “la percentuale di finanziamento per progetti in chiusura o già conclusi a livello nazionale fosse molto bassa, circa il 13%, e ancora più bassa in molte regioni del Sud”. Stando a questa proiezione è presto detto che a giugno 2026 non sarà possibile vedere la fine dei lavori in corso nei territori. Secondo lo studio, se l’ambizioso Programma sui servizi per la prima infanzia fosse davvero realizzato, e considerando che la popolazione sotto i tre anni tra il 2021 e il 2027 si ridurrà dell’8,5%, “l’Italia passerebbe da una copertura media nel 2021 (pre-Pnrr) di 26,5 posti asilo nido ogni 100 bambini sotto i tre anni a una copertura di circa 38,5 posti nel 2027“. Il piano dovrebbe, o doveva, intervenire anche sul divario territoriale. Ma anche qualora tutte le scadenze venissero portate a termine, queste risorse non sarebbero sufficienti a parificare il Nord e il Sud: due grandi regioni come Sicilia e Campania infatti, anche con i cantieri Pnrr, resterebbero in ogni caso sotto l’obiettivo del 33%, con 27 posti in asili e scuole di infanzia ogni 100 bambini. Basti pensare che ci sono attualmente regioni come il Friuli-Venezia Giulia in cui i posti finanziati dai Comuni sono 40,5 ogni 100 bambini e regioni come Calabria, Campania e Sicilia in cui vi sono circa 6-8 posti ogni 100. E ancora una volta il luogo in cui si nasce rappresenta lo stesso luogo in cui è più difficile mettere le radici.

Giulia Biazzo