ROMA – Non esiste un solo mercato del lavoro per i cittadini stranieri in Italia, ma almeno due, nettamente separati lungo la linea d’ombra che da sempre divide il Paese.
Il XVI Rapporto annuale “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, curato dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, scatta la fotografia di un’integrazione economica delle persone non Ue che conferma un Paese a due velocità, in cui spicca ancora la differenza tra Nord e Sud nella “capacità” di attrarre e produrre ricchezza e lavoro. Infatti, anche se il dato trasversale, secondo il ministero del Lavoro, è quello di una crescita della partecipazione dei migranti al mercato italiano, di certo questo trend non attecchisce allo stesso modo in tutta Italia.
Nel 2025 il numero di imprese individuali con titolari non comunitari è di 389.472 (il 13,4% del totale delle ditte individuali). Le incidenze più alte, però, si registrano in Liguria (22,1%), Toscana (20,4%), Lombardia (19%) ed Emilia-Romagna (16,7%). Questo versante risulta particolarmente interessante per comprendere la composizione della partecipazione economica straniera.
Se oltre il 60% delle imprese a conduzione straniera si concentra quindi tra Liguria, Toscana e Lombardia, infatti, il Mezzogiorno racconta tutta un’altra storia in cui i titolari di imprese non arrivano mai nemmeno a coprire il 10% del totale nazionale. In termini semplici: i cittadini stranieri che decidono di aprire un’attività, lo fanno principalmente al Nord Italia.
Sicilia e Mezzogiorno indietro nelle imprese straniere
La Sicilia è emblematica di questa dinamica, in cui le imprese straniere – quasi sempre ditte individuali o con un solo dipendente – si fermano al 7% della media nazionale. I picchi peggiori – tenendo sempre conto, però, anche delle differenze demografiche – si hanno in Puglia (6,2%) e in Basilicata (3,7%).
I motivi di questa differenza sostanziale non sono casuali e hanno a che fare, in primis, con gli sbalzi demografici di questo Paese e con la residenza dei cittadini stranieri.
Gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2026 sono 5,6 milioni (il 9,4% del totale della popolazione), in aumento di 188 mila unità su base annua (+3,5%). Ciò che è stato colmato da queste “unità”, si è perso tra i nativi: nello stesso periodo in esame, infatti, la popolazione con cittadinanza italiana è calata di di 189 mila unità. Se ampliamo l’analisi nel periodo che va dal 2014 al 2026 arriviamo a 2,2 milioni di italiani in meno.
La presenza degli stranieri cresce soprattutto al Nord
Questi cambiamenti demografici hanno inciso in maniera disomogenea nel Paese: il 58,1% degli stranieri (3,2 milioni) risiede nel Nord del Paese, il 24,2% (1,3 milioni) al Centro e il restante 17,7% (986 mila) nel Mezzogiorno, dove però la presenza straniera cresce più rapidamente (+39,9% dal 2014).
In questo senso, non è un caso che circa un quinto dei nuovi permessi di soggiorno è stato rilasciato in Lombardia (61 mila procedure), mentre invece in una regione del Sud come il Molise, più della metà dei permessi concessi non superano una durata di sei mesi. Di certo, non un tempo congruo per riuscire ad avviare un’attività…
I settori scelti dagli imprenditori non comunitari
Le differenze riguardano poi anche il tipo di settore su cui le imprese di stranieri scelgono di puntare, con cospicue differenze di settore. Gli imprenditori non comunitari sono prevalentemente concentrati, in valore assoluto, nel Commercio (oltre il 35%), ma analizzando l’incidenza percentuale sul totale dei titolari in Italia, la presenza più massicia si registra nelle Costruzioni (22,1%), nel Noleggio, agenzie di viaggio, servizi di supporto alle imprese (21,8%), nel Commercio all’ingrosso e al dettaglio, riparazione di autoveicoli (18,6%), Attività manifatturiere (15,8%), nelle Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione (14,2%).
A farla da padrone è, invece, il settore Attività di famiglie e convivenze come datori di lavoro, dove le imprese straniere rappresentano il 63,6%, ovvero 14 delle 22 totali registrate nel 2025.
Imprese straniere soprattutto piccole e individuali
Un altro dato interessante riguarda la tipologia di ditta, che nel caso dei titolari stranieri. Circa l’80% di queste imprese a tra 0 e 1 addetto, quindi aziende in cui è presente prevalentemente un solo dipendente o solo l’imprenditore che gestisce l’attività.
Oltre il 67% ha infatti un solo addetto: questo dimostra che il prodotto che nasce da tale integrazione economica parla di piccole realtà imprenditoriali, che peraltro soddisfano una domanda di lavoro risicata. Un risultato comunque in linea con la tendenza generale delle imprese in Italia: secondo Unioncamere sono individuali oltre il 53% del totale delle ditte registrate. Una questione che riguarda tutti.
Occupati non Ue in aumento, ma non migliora la qualità del lavoro
Continua quindi a crescere la partecipazione dei migranti al mercato del lavoro in Italia, ma rimangono diverse criticità che, se spostiamo il nostro sguardo dalla prospettiva dei titolari stranieri a quello dei lavoratori e dipendenti stranieri, di certo peggiora notevolmente.
I gap più evidenti che permangono sono le basse qualifiche – che corrispondono a bassi livelli salari e tipologie contrattuali non ottimali, per così dire – e il sempre verde campo del divario di genere.
Sempre stando al XVI Rapporto del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali “Gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia”, nel 2025 erano cittadini stranieri quasi 2,6 milioni di occupati, il 10,7% del totale, e tale componente ha trainato la crescita complessiva degli occupati: gli extra Ue sono aumentati del 3,6%, i comunitari dell’1,2% e gli italiani dello 0,5%. Quindi, pur non rappresentando più di un decimo della fetta occupabile a disposizione, i migranti sono stati determinanti nella crescita lavorativa. Questo dato è di certo sintomo di una dinamica più strutturale che, più precisamente, riguarda una generale lentezza di crescita occupazionale nel nostro Paese.
Il tasso di occupazione per gli italiani è pari al 62,5%; tra gli Ue raggiunge il 66,4% mentre per i non Ue si attesta al 61,6%, ma con differenze di genere assai pronunciate: il 76,0% degli uomini non Ue è occupato contro il 45,7% delle donne (oltre 30 punti di divario). La disoccupazione, inoltre, resta più alta tra gli stranieri (non Ue 9,6%; Ue 7,8%) rispetto a quella tra gli italiani che si attesta al 5,8%. Ma anche in questo caso il divario di genere torna a pesare: risultano infatti inattive il 48,3% delle donne non Ue (quasi tre volte il tasso degli uomini).
Il comparto con la più alta concentrazione di occupati stranieri è l’Agricoltura (45,5%), seguito da Costruzioni (38,2%), Industria in senso stretto (25,9%) e Commercio e riparazioni (16,4%). Un segnale positivo si ha, di certo, nelle assunzioni: nel 2025 si sono registrate 2.750.125 attivazioni di rapporti di lavoro che hanno interessato cittadini stranieri (+2,5% sul 2024), di cui circa l’80% di lavoratori non Ue. Il 73% dei contratti sottoscritti dai cittadini stranieri è a tempo determinato, otto punti percentuali in più rispetto ai cittadini italiani (64,7%).
Esiste, però, anche una questione di “qualità” dei contratti di lavoro. Un dato che salta all’occhio infatti è l’aumento dei contratti di somministrazione – i cosiddetti interinali – tra gli stranieri non Ue (+2,4% a fronte di un calo del -1,6% degli italiani con questa tipologia di contratto). Va da sè che a un aumento del lavoro non sempre, e non necessariamente, corrisponde anche un aumento di qualità e di sostenibilità del lavoro stesso.
A riprova di ciò, c’è il più triste dato: le denunce di infortunio con esito mortale presentate dai lavoratori stranieri sono state 251 (23,1% del totale), in crescita di 25 casi. Si è registrato un incremento per i non comunitari (+29 casi; da 173 a 202) mentre c’è stata una diminuzione sulle denunce di infortunio mortale dei colleghi italiani (da 851 a 834; 17 casi in meno). A fare da capofila, come da cronaca ormai nota, è il settore delle Costruzioni. Inoltre, tra gli stranieri, aumentano le malattie professionali (+18,6% nel 2025).

