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Export, la Sicilia esca dalla schiavitù del petrolio, sui mercati opportunità per il Made in Sicily

Patrizia Penna

Export, la Sicilia esca dalla schiavitù del petrolio, sui mercati opportunità per il Made in Sicily

mercoledì 11 Settembre 2019 - 00:00
Export, la Sicilia esca dalla schiavitù del petrolio, sui mercati opportunità per il Made in Sicily

I prodotti petroliferi valgono 6,2 dei 10,7 miliardi di fatturato. Dal nostro brand potenzialità di crescita enormi. Aie riduce le stime della domanda mondiale: previsioni al ribasso per il 2019 e per il 2020

Nel 2018 l’export siciliano ha registrato una crescita del 15,3%, con un fatturato di 10,7 miliardi di euro. Di questi, tuttavia, 6,2 sono rappresentati dai prodotti petroliferi, grazie ai quali il settore “resta a galla”, nonostante la crisi.

Mentre l’Aie rivede al ribasso le stime della domanda di petrolio per il 2019 e per il 2020 a causa del rallentamento dell’economia globale, il report di Sace Simest, Polo dell’export e dell’internazionalizzazione di Cassa Depositi e Prestiti, offre un quadro di ghiotte opportunità per l’Isola sul fronte del brand made in Sicily, prodotti sui quali bisognerebbe piuttosto puntare per uscire dall’eterna schiavitù del petrolio che contraddistingue la nostra economia: per alimentari e bevande le destinazioni più interessanti sono Polonia e Brasile.

Le tensioni geopolitiche in diversi paesi emergenti e l’escalation protezionista, i cui effetti si stanno rapidamente acuendo, oltrepassando il perimetro della contesa cino-americana, condizionano gli scenari del commercio internazionale. In un mondo più incerto, su quali Paesi e settori possono puntare le aziende siciliane per continuare a cogliere le opportunità offerte dai mercati internazionali?

“Export Karma”, l’ultimo Rapporto Export a cura del Polo Sace Simest delinea, nonostante la presenza di diverse complessità, un quadro positivo per l’export italiano e delle sue regioni.

I dati parlano chiaro: dopo un 2017 già molto positivo (+30,4% rispetto all’anno precedente), l’export siciliano ha messo a segno, nel 2018, una crescita del +15,3%, superando i 10 miliardi di euro di beni venduti all’estero. Un trend positivo che si è confermato anche nei primi mesi del 2019, con ottime performance in comparti quali l’elettronica e la farmaceutica e nonostante il calo fisiologico delle vendite nei raffinati per la chiusura programmata dello stabilimento di Augusta, in manutenzione, che ha trainato il calo delle vendite complessivo del 17,5% nel primo trimestre dell’anno.

Con questi numeri, la Sicilia si conferma dunque la seconda regione esportatrice del Mezzogiorno, decima su scala nazionale.
I primi quattro mercati per l’export regionale nel 2018 sono stati Turchia, Stati Uniti, Francia e Paesi Bassi.

Sace Simest, nel suo rapporto, ha individuato infatti, per ciascuno dei settori traino dell’export regionale, diversi mercati emergenti che offriranno nei prossimi anni ottime opportunità alle imprese siciliane: per l’export degli apparecchi elettronici buone potenzialità sono offerte da Filippine e Cina (entrambi hanno registrato importanti tassi di crescita). I due Paesi rientrano tra le venti geografie più promettenti identificate nel Rapporto Export di Sace Simest, per le quali si attende una crescita rispettivamente del 6,9% e del 7,6% nel periodo 2020-2022.

Per il settore dei prodotti chimici, mercati interessanti sono Indonesia e Cina: quest’ultima rappresenta uno dei mercati più appetibili per l’export nostrano su scala sia regionale sia nazionale, grazie ad un’economia sempre più orientata allo sviluppo dei consumi. Il Paese asiatico, la Corea del Sud e l’India rappresentano il 50% dell’export italiano nell’area.

Relativamente ai settori più tradizionali del Made in Sicily, per alimentari e bevande le destinazioni più interessanti sono Polonia e Brasile. Per gli apparecchi elettronici, invece, le aziende dovranno guardare principalmente ai Mercati asiatici, Filippine e Cina su tutti.


Le previsioni dell’export italiano per il triennio 2019-2022

Settore in crescita nonostante incertezze e tensioni a livello geopolitico
Quello delineato nel Rapporto Export 2019 di Sace Simest è un quadro di opportunità per le imprese italiane.

Nonostante le incertezze e il clima di tensione geopolitica, nel prossimo triennio l’export italiano continuerà infatti ad avanzare (+3,4 % nel 2019 e +4,3 % nel 2020-2022) sfiorando i 500 miliardi di euro già nel 2020 e superando i 540 miliardi nel 2021.

Lo Studio, che include le previsioni 2019-2022 sull’andamento delle esportazioni italiane per Paesi e settori e fornisce approfondimenti sui fenomeni globali a maggiore impatto, prospetta un quadro di vigile ottimismo per le nostre imprese esportatrici. Da qui il titolo del Rapporto, un invito a puntare ancora sulla qualità del Made in Italy cercando di raccogliere tutti i frutti di quanto seminato.

Lo studio contiene anche una mappatura delle geografie a più alto potenziale per esportazioni e investimenti italiani nel medio-lungo termine: 15 Paesi “irrinunciabili” (Arabia Saudita, Brasile, Cina, Emirati Arabi Uniti, India, Indonesia, Kenya, Messico, Perù, Qatar, Repubblica Ceca, Russia, Stati Uniti, Sudafrica e Vietnam) che da soli hanno intercettato 108 miliardi di euro di vendite nel 2018, un quarto del totale, e 5 nuove promesse (Turchia, Senegal, Colombia, Filippine e Marocco) per le quali è attesa una crescita significativa nei prossimi anni. Il settore infrastrutturale, più in particolare, rappresenta l’elemento chiave per rafforzare la proiezione internazionale dell’Italia.


Petrolio, Aie riduce stime domanda mondiale
Previsioni al ribasso per il 2019 e per il 2020

L’Agenzia Internazionale per l’Energia (Aie) ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita della domanda mondiale di petrolio per quest’anno e per gli anni successivi, dopo che il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha recentemente ridotto le sue previsioni di crescita del Pil mondiale e a fronte della crescente incertezza sulle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina.
L’Iea sottolinea infatti il rallentamento dei consumi di greggio registrato tra gennaio e maggio, quando la domanda mondiale di greggio è aumentata di 520.000 barili al giorno, il più piccolo incremento del periodo dal 2008, mentre nella prima metà del 2019 la domanda mondiale è aumentata di 600.000 barili al giorno, con la Cina come unico motore, con una crescita di mezzo milione di barili al giorno, mentre Stati Uniti e India hanno registrato un aumento della domanda di 100.000 barili al giorno.
Così, l’agenzia dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha tagliato rispettivamente di 100.000 e 50.000 barili al giorno la sua stima della crescita del consumo di petrolio greggio nel 2019 e nel 2020, portandolo a 1,1 milione di barili al giorno (mb/d) quest’anno e a 1,3 milioni di barili al giorno (mb/d) l’anno prossimo.

“I problemi geopolitici dominano la geopolitica”, ammette l’Aie nel suo bollettino di giugno, dove sottolinea che la situazione è “sempre più incerta”, con la controversia tra Stati Uniti e Cina ancora irrisolta e con la minaccia di imposizione di nuove tariffe a partire dal 1° settembre.
La tensione tra i due è aumentata ancora, riflettendosi in un forte calo dei mercati azionari e delle materie prime”, afferma l’Aie in riferimento al forte calo dei prezzi del petrolio greggio, che sono stati “colti in ritirata”, scendendo sotto i 57 dollari al barile.

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