ROMA – Enormi passi avanti dal punto di vista amministrativo e burocratico ma, in quanto a efficacia concreta, il Fascicolo sanitario elettronico deve ancora superare qualche ostacolo per potersi dire del tutto operativo. Non tanto per la sua implementazione, fronte sul quale i progressi sono stati notevoli, quanto per l’uso che ne viene fatto dai pazienti. Uso che in certi casi (soprattutto al Sud) fino a marzo era ancora quasi inesistente. Lo strumento, di per sé, apre le porte a una vera svolta del sistema. Introdotto in Italia nel 2012, e più di recente potenziato dagli investimenti del Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Fascicolo rappresenta il cuore del percorso di digitalizzazione sanitaria. Con l’intera storia clinica del paziente a portata di click, medici e operatori del settore vengono messi nelle condizioni di conoscere le esigenze e i trascorsi di chiunque abbia bisogno di cure.
Pnrr e Fse 2.0: l’infrastruttura digitale è pronta ma mancano promozione e consensi
Giunti all’ultimo miglio del Pnrr, con il Fascicolo traghettato alla sua versione 2.0, interoperabile in tutto il territorio nazionale, emerge però come fino ai mesi scorsi i soli fondi europei per rafforzare l’infrastruttura digitale non siano stati sufficienti a mettere in atto la rivoluzione auspicata. Al boost finanziario, sembra opportuno affiancare una spinta in termini di promozione e diffusione dello strumento. Se, infatti, il trend relativo all’alimentazione del sistema (ossia il caricamento dei documenti sanitari digitalizzati, compito che dal 2020 spetta a strutture e operatori) appare più o meno soddisfacente, lo stesso non può dirsi del numero di accessi al Fascicolo da parte dei pazienti, né dei consensi prestati alla consultazione dei dati clinici. Un nodo, quest’ultimo, davvero cruciale, visto che senza il via libera da parte del diretto interessato, il personale sanitario non può comunque visionare i contenuti del Fascicolo, per quanto ben alimentato.
Medici di base al 95,2%, ma specialisti al Sud ancora indietro: Sicilia al 58%
La data segnata in rosso nel calendario era il 31 maggio scorso. Per allora, si puntava a disporre di un sistema digitale funzionante in modo omogeneo in tutta la Penisola. Da questo punto di vista, seppur non conseguiti al 100%, i risultati restano comunque importanti. Secondo il più recente monitoraggio del ministero della Salute e del dipartimento per la Trasformazione digitale, già a dicembre 2025 in Italia i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta che avevano effettuato almeno un’operazione di alimentazione nell’Fse erano il 95,2%, volume equamente distribuito in tutte le regioni e province autonome, nessuna delle quali lontana dalla soglia del 90%.
Quote importanti anche per quanto riguarda i medici specialisti delle aziende sanitarie abilitati al Fascicolo elettronico. Con dati aggiornati al 31 marzo scorso, la media nazionale si attesta all’89%. Tuttavia, a differenza dei risultati riguardanti i medici di medicina generale, nel caso degli specialisti abilitati emergono significativi gap territoriali. Tutte le regioni del Nord sono al 100%, tranne l’Emilia Romagna (comunque al 98%), mentre al Sud i numeri si fanno più contenuti, con volumi particolarmente bassi in Sicilia (58%), Abruzzo (55%) e Calabria (44%). Un quadro che mette in mostra come nel Paese l’attivazione di un ecosistema digitale che permetta a tutte le strutture sanitarie di operare nel Fascicolo sanitario elettronico proceda ancora a due velocità.
Solo il 31% dei pazienti accede al proprio Fse: Sicilia al 5%, Veneto al 61%
I numeri poi crollano se, come detto, il focus si sposta da chi alimenta il Fascicolo a chi ne è il titolare. Cioè dai medici ai pazienti. Da questo punto di vista, la strada da fare sembra ancora tanta. Secondo il monitoraggio del ministero della Salute, tra gennaio e marzo 2026 ha effettuato l’accesso al proprio Fse soltanto il 31% dei pazienti ai quali è stato caricato almeno un documento (appena 4 punti percentuali in più rispetto alla rilevazione di luglio-settembre 2025).
Anche qui i divari territoriali sono enormi. Benché con numeri in generale bassi, al Nord si rileva un traffico informatico più elevato. In Lombardia il 38% dei pazienti ha usato il proprio Fse, in Toscana il 46%. Numeri ancora più alti in Veneto (61%), nella provincia autonoma di Trento (63%) e in Emilia Romagna (65%). Il tonfo si concentra invece al Centro-Sud, con percentuali sotto la media nazionale. Tra gli scenari più deludenti in termini di uso del Fascicolo, quelli di Basilicata (2%), Marche (4%) e Sicilia (5%).
Consenso alla consultazione: solo il 45% in Italia, al Sud peggio con Calabria al 2%
Ancora da incoraggiare anche il fronte dell’adesione dei pazienti. Finché il titolare del Fascicolo non presta il proprio consenso esplicito alla consultazione dei dati caricati, di fatto il personale medico non ha modo di sfruttare le potenzialità di questo strumento. Dare il proprio via libera è un’operazione semplice: senza considerare l’alternativa cartacea con la compilazione dell’apposito modulo (pur sempre disponibile), basta accedere al proprio Fascicolo sanitario con Spid, Cie (Carta d’identità elettronica) o Ts-Cns (Tessera sanitaria-Carta nazionale dei servizi), e prestare il consenso alla consultazione nella sezione relativa alla gestione della privacy.
Ciononostante, secondo il ministero della Salute, al 31 marzo scorso i pazienti che hanno espresso il consenso alla consultazione dei dati sono solo il 45% in Italia. Anche in questo caso, le differenze Nord-Sud sono evidenti. Da una parte, le alte percentuali di adesione in Friuli Venezia Giulia (84%), Veneto (85%) ed Emilia Romagna (93%). Dall’altra parte, un Centro-Sud quasi del tutto al di sotto della media nazionale, con i numeri peggiori in Campania (5%), Abruzzo (3%) e Calabria (2%). Consensi che, secondo l’ultimo monitoraggio, arrancano anche in Sicilia, con un livello di adesione all’Fse al 31 marzo pari al 28% dei cittadini.
Campagne informative in Lazio e Sicilia: 34mila euro per promuovere il Fse
Sembra dunque che, attendendo un incremento di adesioni in vista della diffusione del prossimo monitoraggio, un tassello fondamentale da aggiungere al quadro sia quello della promozione del Fascicolo. Da questo punto di vista, una campagna informativa è stata già lanciata dal ministero della Salute nei mesi scorsi. Ma non è solo il Governo centrale ad aver avviato i motori. Sul fronte della “pubblicità”, hanno iniziato ad avvertire l’esigenza di adoperarsi anche le Amministrazioni territoriali. Un esempio ne è la Regione Lazio che proprio nei giorni scorsi ha avviato una campagna di comunicazione interamente dedicata al Fascicolo, col presidente Rocca che ha rivolto un appello ai cittadini a esprimere il consenso alla consultazione dei propri documenti.
Il tema continua a tenere banco anche in Emilia Romagna, benché si tratti di una delle regioni con i migliori livelli di attuazione. Proprio in questi giorni il consigliere regionale Lorenzo Casadei (M5s) ha chiesto in Assemblea legislativa di fare un passo in più, rendendo il Fascicolo una “piattaforma centrale di consultazione e gestione dei servizi sanitari regionali“. Un proposito che l’assessore alle Politiche per la salute, Massimo Fabi, ha detto di condividere.
Anche in Sicilia si intravede qualche sforzo per incrementare l’utilizzo del nuovo sistema digitale. Cercando tra gli atti emessi dall’Amministrazione regionale, si trova il ddg 28/2026, siglato a inizio anno (il 15 gennaio). Il decreto emesso dal Dasoe (assessorato alla Salute) ha messo a disposizione circa 34 mila euro, autorizzando a stipulare il contratto di fornitura di materiali grafici e di stampa da distribuire alle Aziende sanitarie, con la finalità di promuovere l’utilizzo del Fascicolo elettronico “da parte – si legge nell’atto – dei medici e del personale sanitario e non”.
Documenti da caricare e fondi Pnrr da spendere: attesi gli “ultimi sforzi”
Sebbene la stragrande maggioranza dei medici alimenti ormai con regolarità il Fascicolo sanitario elettronico, e molti dati risultino digitalizzati e caricati sul sistema in tutte le regioni italiane, restano (in base all’ultimo monitoraggio disponibile) ancora diverse tipologie documentali da inserire nella piattaforma. Secondo quanto rilevato dal ministero della Salute fino a marzo scorso, molti documenti sono già disponibili nelle 21 regioni, come il referto di laboratorio, di radiologia e quello specialistico ambulatoriale.
Per altri “incartamenti” si è a buon punto, come nel caso del profilo sanitario sintetico (disponibile in 18 regioni) e del referto di anatomia patologica (16 regioni). Ciononostante, il caricamento di altri documenti, anche di una certa importanza, all’inizio della primavera risultava ancora fermo al palo: è il caso, ad esempio, del bilancio di salute (disponibile solo in Emilia Romagna, Valle d’Aosta e Friuli Venezia Giulia) e del certificato medico (caricato solo nella provincia autonoma di Trento). Si attende dunque di riscontrare a breve il risultato di ulteriori sforzi nei mesi successivi a marzo.
C’è poi il capitolo spesa. Al potenziamento del Fascicolo sanitario elettronico sono stati destinati 1,38 miliardi del Pnrr (di cui circa 610 milioni di risorse territorializzabili). Secondo l’estrazione ufficiale più recente, diffusa sul sito di Italia Domani e relativa al 31 dicembre scorso, la spesa è pari 482,20 milioni di euro, ossia il 35% dell’intero plafond (il 79% se si considera la sola quota destinata a Regioni e Province autonome). Anche su questo fronte, andranno dunque verificati gli effetti dell’accelerazione nell’ultimo semestre del Pnrr.

