Fase 2, 410mila interventi chirurgici da riprogrammare - QdS

Fase 2, 410mila interventi chirurgici da riprogrammare

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Fase 2, 410mila interventi chirurgici da riprogrammare

giovedì 28 Maggio 2020 - 00:00

La stima di Nomisma sulle conseguenze del blocco causato dall’emergenza sanitaria

ROMA – Sono 410mila gli interventi chirurgici da riprogrammare nella fase 2. È la stima elaborata da Nomisma all’interno dell’analisi “Riprogrammazione degli interventi chirurgici, liste d’attesa e mobilità sanitaria: il Covid spingerà gli italiani a curarsi vicino a casa?”

Ogni anno sono circa 750.000 i cittadini che affidano le proprie cure ospedaliere a strutture di regioni diverse da quella di residenza. Di questi, oltre il 90% si sposta per ricoveri acuti in regime ordinario (69%) e in regime diurno (23%). I saldi di mobilità e i dati sulla compensazione economica fra Regioni identificano la Lombardia e l’Emilia Romagna come le due regioni maggiormente attrattive; al lato opposto della classifica, invece, Campania e Calabria, a conferma dello storico fenomeno delle “fughe” da Sud verso Nord.

Al netto dei flussi “fisiologici”, migliaia di persone risalgono l’Italia, sobbarcandosi spese spesso elevate, per sé stessi e per i propri accompagnatori, affrontando disagi di spostamento e ricoveri in solitudine, alla ricerca di cure di alta specializzazione o migliori o presunte tali.

Tutto questo ha avuto un blocco a febbraio 2020 con lo scoppio dell’emergenza Covid. Nomisma ha stimato come, nel periodo di sospensione dei ricoveri differibili e non urgenti, siano stati rimandati il 75% dei ricoveri per interventi chirurgici in regime ordinario (tralasciando i day hospital), con quote più o meno elevate a seconda delle categorie diagnostiche. Da questo conteggio sono esclusi i ricoveri con diagnosi di tipo oncologico.

In termini assoluti, considerando un blocco totale della attività programmate pari a due mesi e ad un periodo di ugual durata per la piena ripresa degli interventi, questo si tradurrà in circa 410mila ricoveri per interventi chirurgici da riprogrammare.

Le quote di interventi rimandati variano sensibilmente a seconda della categoria diagnostica: le stime passano dal 56% dei ricoveri per interventi legati a malattie e disturbi dell’apparato cardiocircolatorio alla quasi totalità dei ricoveri per patologie afferenti all’otorinolaringoiatria e al sistema endocrino, nutrizionale e metabolico.

Un terzo degli interventi da riprogrammare riguarda l’area ortopedica, dove si valuta saranno 135mila i ricoveri per interventi chirurgici rimandati per l’interruzione e, alla ripresa, il rallentamento del servizio.

“Il blocco degli interventi chirurgici non urgenti – affermano Maria Cristina Perrelli Branca e Paola Piccioni analiste di Nomisma – avrà naturalmente un significativo impatto sulle liste di attesa: per un intervento programmato di bypass coronarico o di angioplastica coronarica, dove l’attesa media nazionale si aggira intorno ai 20/25 giorni, le attese potranno raggiungere i quattro mesi, mentre per un impianto di protesi d’anca i tempi di attesa potranno raddoppiare superando i sei mesi”.

Le strutture ospedaliere stanno ripianificando le agende, organizzando il recupero degli interventi rimandati e la programmazione di quelli futuri. Tuttavia, si tratterà di una ripresa graduale, contingentata e prudente, su cui anche i Servizi Sanitari più efficienti e attrattivi, travolti più degli altri dalla pandemia, non riescono ancora ad offrire certezze sui tempi di riconquista del pieno regime.

Tutto questo rallenterà la mobilità sanitaria di breve/medio periodo? “È presumibile che ciò accada, anche in considerazione di altri fattori, quali il persistente timore del contagio, accentuato nel caso di condizioni di salute precarie, e le attuali criticità legate agli spostamenti (prime fra tutti la disponibilità e i costi dei biglietti aerei)”, evidenziano Perrelli Branca e Piccioni.

È auspicabile che tutti coloro che necessitano di prestazioni non disponibili all’interno dei propri confini regionali, continuino a rivolgersi altrove senza apprensione. Per tutti gli altri potenziali “migranti sanitari”, si possono ipotizzare due scenari: il primo, basato (compatibilmente con l’urgenza e la gravità dei propri bisogni) sulla scelta di “rimandare” la partenza, a quando la Fase 2 dell’emergenza avrà fatto il suo corso, la gestione di tutto ciò che è Covid sarà consolidata e la riorganizzazione di ciò che non lo è portata a compimento. Il secondo, basato sulla scelta di “restare”, perché questa volta gli ostacoli legati al “fuori” superano la sfiducia che si nutre verso il “dentro”.

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