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Fioretta Mari: “Dovevo essere sull’aereo precipitato a Punta Raisi”. Il destino, il teatro e l’amore per la Sicilia

Fioretta Mari: “Dovevo essere sull’aereo precipitato a Punta Raisi”. Il destino, il teatro e l’amore per la Sicilia
Fioretta Mari

L’attrice sarà tra le protagoniste de “Le Serve”, sul palco dell’Abc di Catania dal 7 al 22 novembre

Dietro i modi energici e una personalità esplosiva c’è il percorso di un’artista che ha dedicato la vita al palcoscenico e alla formazione di nuove generazioni di interpreti. La sua storia professionale attraversa il teatro, il cinema e la televisione, intrecciando esperienza, rigore e una concezione del mestiere che non ammette improvvisazione. Il ritratto divisivo di una donna che ha fatto della schiettezza un marchio distintivo, profondamente convinta che il talento conti – certo -, ma senza disciplina, studio e sacrificio rischia di restare soltanto una promessa. Il carisma di Fioretta Mari incontra la forza perturbante di Jean Genet, dando vita a “Le serve”, nella traduzione di Giorgio Caproni. Accanto a lei, Nadia De Luca e Francesca Ferro, protagoniste di una messinscena prodotta dall’Associazione culturale Progetto Teatrando e diretta da Guglielmo Ferro, con Giampaolo Romania nel ruolo di regista collaboratore. Dal 7 al 22 novembre 2026, all’Abc di Catania.

“La Sicilia non è soltanto una destinazione, è il luogo del cuore. Provo un amore totale per quest’isola. Ho persino ricevuto – racconta Mari al Quotidiano di Sicilia – un primo premio per quella che è stata definita la più bella poesia mai scritta sulla Sicilia da una fiorentina. Il mio grande rammarico è non poter tornare quanto vorrei. La distanza pesa, perché non prendo più l’aereo. È un limite enorme, soprattutto perché è la terra di mia madre, dei miei affetti ancestrali”.

La paura di volare nasce da un episodio che le ha segnato la vita.
“È una storia che non dimenticherò mai. Il 3 dicembre 1978 lavoravo con Pippo Baudo, con cui ho condiviso ventidue anni di carriera. Ero protagonista di ‘Luna Park’. In quel mondo sono passati Tina Turner, Massimo Troisi, Beppe Grillo… E lì è nata anche Heather Parisi. Quella sera avevamo registrato una puntata natalizia al Teatro delle Vittorie. Di solito uscivo da una porta per andare a mangiare qualcosa al bar Vanni; quella volta, senza sapere perché, presi l’uscita opposta. Incontrai Baudo e Mimmo Scarano, allora direttore di Rete 1. Stavo andando in aeroporto, il giorno dopo avrei dovuto girare un film in Sicilia. Ma mi dissero che dovevo restare per uno spettacolo. Dopo un battibecco, riuscii a telefonare e rimandai la partenza al giorno seguente. Quella notte precipitò l’aereo sul quale sarei dovuta salire, a pochi chilometri da Punta Raisi. Da allora ho il terrore di volare; quando sono costretta a farlo, devono sedarmi”.

Ecco perché tornare in Sicilia ha per lei un valore ancora più forte. E adesso c’è anche l’incontro con l’Abc.
“Sono estasiata. Non conoscevo questo teatro e lo considero uno dei più belli d’Italia. Sono grata a Carlo Auteri per avermi dato l’opportunità di tornare qui”.

Porta in scena ‘Le serve’, opera nella quale Genet costruisce un mondo claustrofobico, dove il desiderio di libertà si contorce fino a diventare ossessione. Che cosa l’ha colpita di questo testo?
“Prima di tutto la bravura di Nadia De Luca e Francesca Ferro. Le loro parti sono difficilissime e il pubblico vedrà una grande prova di prosa. E poi c’è la regia di Guglielmo Ferro. Siamo parenti, ma non avevamo mai lavorato insieme. Per me è una prima volta sorprendente. Conoscevo i suoi successi, e sono rimasta colpita dalla sua intelligenza, dalla precisione e dalla capacità di leggere gli attori. Sa cogliere quello che ciascuno può dare e trasformarlo in teatro”.

Nulla è come appare e dietro la facciata si nasconde sempre un’altra verità. Qual è la maschera che oggi sente di non voler più indossare?
“C’è una cosa che non sopporto: l’ipocrisia. Gli antichi greci chiamavano gli attori ‘hypokrites’, eppure oggi rimprovero a tanti colleghi proprio questo, il fingere anche nei rapporti umani. Io dico in faccia quello che penso. Posso essere amata oppure detestata, ma non ho mai rinnegato la mia personalità”.

Questa coerenza si è tradotta anche in prese di posizione pubbliche contro il bullismo e la discriminazione.
“Anni fa ho partecipato a un film legato alla vicenda di Andrea, un ragazzo perseguitato perché considerato diverso. Non lo accetto: siamo tutti sotto lo stesso cielo, tutti uguali. Ho tanti amici omosessuali e li apprezzo per la loro umanità e per la loro classe, non perché siano ‘diversi’. Per me la classe conta moltissimo, anche nel mestiere dell’attore”.

Ha formato generazioni di interpreti. Qual è il segreto per arrivare a quella verità che fa dire allo spettatore: “Avrei parlato proprio così”?
“È il momento in cui la verità entra in scena. Anche se il personaggio urla o esagera, il pubblico deve sentire che quelle parole sono autentiche. Nelle mie scuole sono severa. Non tutti passano, ma chi supera il percorso ha gli strumenti per diventare un grande attore. Il talento non basta se non si lavora, ma senza quella verità profonda non si va lontano”.

Questa ricerca della verità la riporta a Pirandello, un autore che conosce da vicino.
“Pirandello è un genio della verità, ma è difficilissimo da recitare se non si comprende fino in fondo il mondo siciliano. Per quarant’anni ho lavorato accanto a Turi Ferro: mi ha insegnato le virgole, le pause, le sfumature. Ho ancora nella testa le sue note. Se oggi dirigessi ‘Liolà’, potrei attingere a quel patrimonio immenso che mi ha lasciato. Anche Leonardo Sciascia ha avuto un posto speciale nella mia vita: a sedici anni fui la prima interprete de ‘Il giorno della civetta’ e lui mi portò a conoscere personaggi siciliani a Calascibetta. Diceva che la Sicilia è una situazione fantastica: se non sei un po’ fantastico, non puoi starci”.

Nel ‘Paese dei balocchi’, come recita Bennato, la gerarchia sociale sembra decidere in anticipo chi può aspirare a qualcosa e chi deve restare al proprio posto. Quanto contano ancora classe, denaro e potere?
“Contano moltissimo. Viviamo in un’epoca di copie: si guarda chi ha avuto successo e si pensa di dover ripetere la stessa strada. Così si perde forza di personalità. Chi resiste, chi continua a inseguire il proprio desiderio senza trasformarsi nella copia di qualcun altro, può diventare un numero uno. Io credo che, se riesci a sognare qualcosa, puoi anche provare a raggiungerla. Il talento è un ruscello che prima o poi trova l’oceano. Ma bisogna saper aspettare. E i giovani spesso vogliono arrivare subito”.

Il suo rapporto con i giovani, però, non si esaurisce nella formazione professionale.
“Sono molto dalla loro parte. Forse perché, anche alla mia età, mi considerano una coetanea. Nelle mie scuole ci sediamo e parliamo; mi raccontano tutto e spesso mi dicono: ‘Lei ci cambia la vita’. Ho aiutato cinque ragazzi ad allontanarsi dal suicidio e ho tenuto conferenze anche alla Sapienza di Roma. Per me ascoltarli è fondamentale”.

Quest’anno festeggia ottant’anni di carriera. Dopo una vita trascorsa sotto i riflettori, chi è Fioretta Mari quando cala il sipario?
“Una mamma. Soltanto una mamma. La mia vita è mia figlia, che ho fatto nascere per amore proprio a Catania, grazie al professor Enzo Meli. Ho trascorso nove mesi a letto e lui veniva a casa a farmi le ecografie. È un amico per la vita. I figli sono qualcosa di importantissimo e vanno difesi a ogni costo”.

Se il teatro deve avere il coraggio di ferire per far riflettere, quale segno vorrebbe lasciare nel pubblico?
“Vorrei arrivare all’anima. Ho l’impressione che oggi le persone l’abbiano un po’ smarrita. Il nostro dovere, come artisti, è risvegliarla. Dobbiamo trasmettere messaggi capaci di toccare l’anima, tanto nel dramma quanto nella commedia. Anche nel nostro spettacolo ci saranno momenti che faranno sorridere, ma alla base c’è una tragedia: quella di due ragazze infelici e di una donna incapace di guardarle senza disprezzo. Spero che il pubblico di Catania senta tutta la forza, il sacrificio e il lavoro che stanno dietro al vero artista. E che esca dal teatro con la sensazione di aver assistito a qualcosa di straordinario”.