Da ormai due settimane la guerra in Iran e nell’area del Golfo è diventata protagonista indiscussa delle cronache internazionali e un tratto d’acqua relativamente poco conosciuto ma fondamentale per il commercio di petrolio globale, lo Stretto di Hormuz, si è trasformato simbolicamente nel centro del mondo.
Dal 28 febbraio, l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran – denominato “operazione Epic Fury” – ha aperto una nuova e delicatissima fase per l’equilibrio geopolitico del cosiddetto Medio Oriente e del resto del mondo. Da un lato c’è il disastro umanitario già in atto – si pensi, giusto a titolo di esempio, alle vittime della strage di Minab in Iran (molte di loro bambine) e agli sfollati in Libano (stimati già in oltre 700mila persone) -, dall’altro il rischio concreto di un nuovo shock energetico ed economico legato alle tensioni internazionali e al blocco del già citato Stretto di Hormuz.
Ne uscirà sicuramente un mondo cambiato, in quale senso e a quale prezzo purtroppo è ancora ignoto. Ad analizzare il quadro attuale per il QdS, con particolare attenzione ai risvolti economici e sociali della guerra in Iran e della crisi dello Stretto di Hormuz, è Farian Sabahi, giornalista italo-iraniana, esperta di Medio Oriente, professoressa associata in Storia contemporanea dell’Università dell’Insubria e delegata per gli Affari istituzionali e diplomatici del DISUIT (Dipartimento di Scienze Umane e dell’Innovazione per il Territorio).
Guerra in Iran e Stretto di Hormuz, l’analisi di Farian Sabahi
Lo Stretto di Hormuz si è trasformato rapidamente nel cuore geografico e simbolico del conflitto. E non è la prima volta. Qual è l’elemento di novità, se c’è, della fase inaugurata dagli attacchi di USA e Israele del 28 febbraio?
“L’aggressione all’Iran è una evidente violazione del diritto internazionale. È avvenuta nel momento in cui i negoziatori iraniani erano rientrati da Ginevra, dove stavano portando avanti le trattative con Washington. Di fronte alla decapitazione dei vertici di Teheran – incluso il leader supremo Ali Khamenei e la sua famiglia – la leadership provvisoria della Repubblica islamica ha messo in atto la minaccia da anni ventilata: la chiusura dello Stretto, passaggio strategico per un quinto del petrolio mondiale. Rispetto alla guerra del giugno scorso, soprannominata la guerra dei 12 giorni, sono cambiate le tattiche da parte iraniana. L’alto comando dei pasdaran sapeva di essere sotto minaccia, essendo già stato decimato durante la guerra di giugno. Di conseguenza, si è preparato con cura a una nuova guerra. I comandanti uccisi il 28 febbraio sono stati rapidamente sostituiti ed è stata emanata una direttiva preventiva per operare in modo decentralizzato e autonomo. L’Iran è grande cinque volte e mezza l’Italia ed è suddiviso in 31 province. In tutto il Paese, le unità operano senza bisogno di ordini dall’alto della piramide. Questa è definita una strategia difensiva ‘a mosaico’”.
2) La diplomazia sembra aver fallito nell’impedire l’escalation nell’area del Golfo. Quali sono i maggiori errori commessi o che si potrebbero commettere e, secondo Lei, c’è ancora margine ripristinare il dialogo? Il riferimento è alle decisioni importanti che potrebbero essere prese su Hormuz e all’ipotesi di azioni di Trump sull’isola di Kharg.
“La diplomazia è stata la prima vittima di questo conflitto. E non mi riferisco soltanto alla diplomazia iraniana e statunitense, ma anche di quella europea e dei Paesi del Golfo: nessuno è stato in grado di fermare l’escalation. Non credo vi sia spazio per il dialogo e soprattutto per una qualche fiducia reciproca. Già a giugno 2025 l’Iran era stato bombardato da Israele a ridosso della ripresa dei negoziati con Washington. In merito alle ipotesi di Trump sull’isola di Kharg, terminal petrolifero dell’Iran, tutto è possibile”.
Chi paga il prezzo del conflitto
3) Gli occhi del mondo sono puntati su Iran, Libano e Iraq, i fronti più sensibili. Esistono, però, altri Paesi che stanno già subendo e potrebbero subire un profondo sconvolgimento a causa dei recenti fatti (cito, giusto per fare un esempio, lo Yemen). Quali sono gli attori internazionali a cui prestare particolarmente attenzione nello scenario attuale? E quale ruolo può giocare e gioca l’area mediterranea in questo conflitto?
“A subire ancora maggiori perdite è di fatto la popolazione di Gaza: mentre i riflettori sono accesi sul conflitto in Iran, continuano i bombardamenti israeliani sulla Striscia e, al tempo stesso, l’occupazione israeliana della Cisgiordania. Di pari passo, il Libano è stato vittima di un’ulteriore aggressione dell’IDF, e infatti nel Paese dei Cedri si registrano 700.000 sfollati, persone che hanno dovuto lasciare le loro case. Tutto il Medio Oriente è, di fatto, coinvolto in questo conflitto innescato dal presidente statunitense Donald Trump e dal premier israeliano Netanyahu. A pagare il prezzo delle loro follie saremo anche noi, in Europa, con un aumento esponenziale del prezzo dell’energia e del cibo. Bloccando lo Stretto di Hormuz, il prezzo del gas è salito alle stelle. Il Qatar ha fermato le esportazioni, ma il gas è fondamentale per produrre l’ammonio che serve nei fertilizzanti. Con l’aumento dei fertilizzanti, crescerà anche il prezzo dei prodotti agricoli”.
Giovani, donne e il difficile futuro dell’Iran
4) Quale pensa sarà il ruolo delle donne e dei giovani nella transizione al “nuovo Iran”? Quali sono le principali difficoltà che incontreranno nella loro azione e quali le loro priorità?
“È ancora prematuro parlare di ‘nuovo Iran’. Se anche vi fosse un cambio di regime, auspicato da tanti dentro e fuori l’Iran, tutti – giovani e donne inclusi – dovranno passare parecchi anni a tirar su i cocci di un Paese distrutto dalle bombe israeliane e statunitensi. Sui media si legge di 6.000 attacchi ‘mirati’, ma la realtà è un’altra: 20.000 edifici civili sono stati distrutti. Tra questi, scuole, ospedali, depositi di carburante”.
5) Parlando della figura di Mojtaba Khameini e della popolazione femminile. Pensa che ci sarà una sostanziale continuità rispetto alla lunga leadership di Ali Khamenei o, magari anche in futuro, c’è margine per un cambiamento?
“Innanzi tutto, non sappiamo se Mojtaba sia vivo o morto. Se ancora vivo, di certo non è in buone condizioni di salute, altrimenti si sarebbe in qualche misura mostrato. È assai probabile che sia in coma. Di lui sappiamo che è un duro, e poco altro: non ha ricoperto posizioni pubbliche, non ha avuto un qualche ruolo diplomatico e quindi a livello internazionale, ma ha legami stretti con i pasdaran (che controllano l’80% dell’economia iraniana), con i miliziani basij e con gli apparati di sicurezza. Ha gestito l’impero del padre e portato all’estero (nel Regno Unito, ma non solo) una parte del patrimonio di famiglia. Tenuto conto che i bombardamenti del 28 febbraio – in cui è stato evidentemente ferito – hanno ucciso entrambi i suoi genitori, sua moglie, suo figlio, sua sorella, suo cognato e i suoi nipoti, difficilmente possiamo pensare a un leader deciso a imprimere un cambiamento in positivo. Al momento, a decidere a Teheran è Ali Larijani: se non è ancora stato ucciso da Israele e dagli Stati Uniti è perché potrebbe essere l’interlocutore nel caso si decidesse di avviare dei negoziati”.

