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I puri e la purezza

I puri e la purezza

La lezione di Nenni, il giustizialismo e i rischi della superiorità morale senza programmi concreti

La celebre massima di Pietro Nenni: “Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura” è un avvertimento contro la corsa all’intransigenza morale in politica. Il leader socialista intende sostenere che coloro i quali fanno della “purezza” la propria bandiera finiscono per essere giudicati insufficienti o inadeguati da qualcuno ancora più radicale di loro e, in quel gioco al rialzo, vengono espulsi o marginalizzati. L’idea di Nenni è però più antica del suo importante incarico nel Psi. Già nel 1922, da corrispondente da Parigi, infatti, Nenni, commentando le dinamiche interne ai movimenti politici dell’epoca, usava un’espressione simile “un puro trova sempre uno più puro che lo epura”.Il senso dell’affermazione è chiaro: la “questione morale”, se trasformata in arma politica assoluta, genera una spirale di accuse reciproche in cui nessuno resta al sicuro; la ricerca della perfezione ideologica diventa un meccanismo di auto-distruzione. Nenni, storico leader socialista con trascorsi repubblicani e antifascisti, conosceva bene come le lacerazioni interne alla sinistra (e non solo) fossero spesso alimentate da chi si proclamava più coerente, più pulito, più rivoluzionario degli altri.

La questione morale e le contraddizioni della politica italiana

In effetti la citazione è tornata spesso nel dibattito italiano, ed è stata applicata a: guerre interne al centrosinistra e in particolare al Pd, accusato di aver fatto della moralità un marchio per poi esserne a sua volta investito; ma anche a vicende giudiziarie di movimenti nati con una forte retorica anti-casta e “pura”, che poi si sono trovati con molti esponenti indagati o condannati. In tutti questi casi, la dinamica descritta da Nenni si ripete: la purezza diventa un criterio mobile e sempre più estremo, fino a colpire chi l’aveva invocata per primo. In merito è interessante ricordare il richiamo di Piero Sansonetti, direttore de l’Unità, un’autorevole voce che conosce bene “sinistra e sinistri” e che ha più volte messo in guardia contro: l’affidamento a una presunta superiorità morale non dimostrata; la delega alla magistratura come strumento di lotta politica e di legittimazione; il rischio di costruire consenso su indignazione e giustizialismo non su programmi e visione.

Piero Sansonetti, giustizia e superiorità morale

Sansonetti ha più volte sottolineato come in certi periodi la sinistra abbia stretto un’alleanza, di fatto, con settori della magistratura, trasformando processi e inchieste in argomenti di battaglia politica, con effetti distorsivi sulla democrazia e sulla stessa credibilità della sinistra, quando poi le sue classi dirigenti sono state a loro volta investite da inchieste. In questa prospettiva, la frase di Nenni diventa un monito specifico: puntare tutto sulla “purezza”, sulla giustizia penale o sulla infallibilità politica come terreno di scontro è facile sul piano emotivo, ma strategicamente rischioso e spesso controproducente. Costruire la propria identità su una presunta superiorità morale è politicamente comodo: basta indicare nemici, scandali, “fatti o soggetti impuri”. Tuttavia un simile modello è fragile: basta un’inchiesta, un errore, una contraddizione per far crollare l’immagine, generando delusioni atroci in quegli elettori, che avevano creduto in una classe dirigente “diversa” e poi la vedono coinvolta negli stessi meccanismi che condannava.

Politica senza programmi: i rischi del giustizialismo

Senza una proposta chiara su lavoro, welfare, fisco, servizi, giustizia sociale, la politica si riduce a tifoseria morale. Così si alimenta la “voglia di lamentarsi e di ragionare con lo stomaco”, cioè una sorta di stucchevole risentimento diffuso che non si traduce in progetti.

Il risultato ingenera confusione, disillusione e allontanamento dei cittadini dalla partecipazione. Simili fenomeni, sia pure con diverse varianti, non sono però esclusivo appannaggio della sinistra. Invidia sociale, “lamentismo” e pauperismo retorico si annidano in tutto lo spettro politico, producendo danni tra loro simili, al di là degli schieramenti, lasciando ampi spazi al qualunquismo, ovvero provocando una sterile polarizzazione, la sistematica delegittimazione dell’avversario, la perdita di fiducia nelle istituzioni e nella politica, intesa come luogo di mediazione.

Come superare la gara di purezza e recuperare la partecipazione

Senza trasformare il discorso in un manifesto a sua volta formale, si possono indicare alcune direzioni coerenti con l’avvertimento di Nenni e con le critiche di Sansonetti: spostare il baricentro dalla morale ai programmi, valutare forze e leader in base a cosa propongono su temi concreti, non solo in base a quanto sembrino “puri”, distinguere tra responsabilità penale e giudizio politico, evitare di usare ogni inchiesta come prova definitiva di colpevolezza politica, ma anche di coprire comportamenti palesemente scorretti con slogan.

Inoltre si può tentare di ricostruire la partecipazione civile ai processi istituzionali, si possono favorire forme di coinvolgimento reale dei cittadini, così da ridurre il terreno fertile del risentimento sterile. Infine è bene riuscire ad accettare la complessità e l’imperfezione e riconoscere che in democrazia si governa con compromessi e limiti, dunque la ricerca della perfezione assoluta è spesso la maschera di un autoritarismo morale. In questa luce, la frase di Nenni non è un invito al cinismo, ma a un realismo responsabile, in quanto la politica ha bisogno di etica, ma non può ridursi a una gara di purezza, altrimenti finisce per “epurare” se stessa e allontanare i cittadini dalla vita comune.